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venerdì 31 ottobre 2014

Il 'tempio' dell'eterologa e i suoi mercanti

La fecondazione artificiale muove un giro d'affari di proporzioni enormi. Dopo la modifica per via giudiziaria della legge 40, i 'signori del gelo' aspettano di poter investire anche in Italia

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia - dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 - spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.
Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne - per lo più ventenni - che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.
Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti - si legge nell’inchiesta di Repubblica - vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l'anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti - assumendosi le ingenti spese - di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.
E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l'esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all'80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.
Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo.
“Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
Nel corso del question time in Parlamento di ieri, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha risposto sul tema dell’eterologa spiegando che, “attesa la delicatezza della materia anche sotto il profilo etico”, si è scelto di non procedere con un provvedimento d’urgenza bensì di rimettere la questione all’iniziativa parlamentare. I “signori del gelo”, intanto, aspettano e sperano.


Fonte: zenit.org

venerdì 26 settembre 2014

Gender nelle scuole italiane, ora ci prova Amnesty International

La nota organizzazione internazionale ha presentato il manuale per insegnanti "Diritti Lgbti, diritti umani", nel quale si promuove il gender e si invocano provvedimenti legislativi su nozze gay e omofobia

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

Non importa che il Pew Research Center abbia pubblicato un rapporto dal quale emerge che l’Italia sia l’ottavo Paese più tollerante al mondo nei confronti degli omosessuali. Non conta che, sempre secondo gli studi del think tank americano, il Belpaese sia quarto nella classifica delle nazioni che hanno compiuto passi da gigante nell’accettazione dell’omosessualità negli ultimi anni.
Ad Amnesty International non interessa nemmeno constatare che due governatori di altrettante Regioni del Sud Italia (Nichi Vendola in Puglia e Rosario Crocetta in Sicilia) siano dichiaratamente omosessuali, oppure che la presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini (terza carica dello Stato) abbia presenziato a un gay-pride come paladina delle istanze “arcobaleno”. Secondo la nota organizzazione internazionale, infatti, in Italia “la condizione delle persone Lgbti non ha conosciuto nessun miglioramento” e “viene oggettivamente aggravata dall’assenza di un’adeguata legislazione in materia di discriminazione omofobica”.
Motivo per cui Amnesty International ha deciso di intervenire, provando a scavalcare la sovranità del Parlamento, con un progetto educativo da introdurre nelle scuole superiori. Si tratta di una “guida per docenti” dal titolo Diritti Lgbti, diritti umani. C’è forse una ragione dietro la noncuranza dei dati pubblicati dal Pew Research Center: sotto la fiammella di Amnesty della tutela nei confronti di presunte discriminazioni, si condensa l’obiettivo di veicolare ideologie tese a stravolgere l’antropologia.
Ecco infatti come Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, ha presentato il progetto: “Sono passati 25 anni da quando l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Per la prima volta, in un atto internazionale, i minori sono stati riconosciuti come protagonisti: persone che hanno il diritto di partecipare alle scelte che le riguardano, in grado di esprimere idee proprie e prendere decisioni”.
Per esempio, prendere decisioni sull’orientamento sessuale cui appartenere. È così che, all’interno della “guida per docenti”, gli insegnanti vengono persuasi circa il fatto che se un alunno “si sta interrogando sul proprio orientamento sessuale o identità di genere” è “fondamentale dare anche immagini positive della vita delle persone Lgbti”. Attenzione però, l’opera di propaganda va attuata con circospezione, poiché “persone molto vicine agli studenti (le loro famiglie, fidanzati/fidanzate, il gruppo di amici) potrebbero avere idee e comportamenti apertamente discriminatori nei confronti delle persone Lgbti”.
Di qui l’esigenza - scrive Amnesty International - di contattare “un’associazione Lgbti locale” per organizzare conferenze “in cui giovani omosessuali raccontino la propria esperienza di coming out”. Un modo per spingere sul pedale della propaganda ideologica e abbattere quelle “aspettative sociali” che “costringono donne e uomini in ruoli che non sono naturali ma socialmente costruiti”. Il manuale si riferisce a coloro che vengono curiosamente definiti cisgender, ossia “le persone la cui espressione e/o identità di genere è conforme alle aspettative convenzionali sul sesso biologico assegnato loro alla nascita”.
Una buona opera di propaganda - si sa - passa anche dal tubo catodico. È per questo che una sezione del manuale è interamente dedicata ai “film consigliati su visibilità e coming out”, in cui spiccano l’eloquente titolo di una pellicola scandivana, ossia Fucking amal, la trama di The perfect family, intenta a confutare l’idea di una felice famiglia radicata sulla fede cristiana, e la denuncia di una “società bigotta” del film ambientato in Salento Mine vaganti.
Ma non è finita, perché al posto di simili “stereotipi sociali”, Amnesty International punta invece a contribuire all’edificazione una legislazione ad hoc in Italia, che soddisfi i desiderata di alcuni gruppi omosessuali. Il nocciolo della questione è chiaro nel passaggio in cui viene espresso l’auspicio affinché “sia eliminata ogni forma di discriminazione nella legislazione sul matrimonio civile per le coppie omosessuali e garantiti pari diritti ai figli e alle figlie delle persone omosessuali”. Al contempo, si invoca l’introduzione di una legge che punisca i “crimini motivati da discriminazione per orientamento sessuale”. I contenuti degli opuscoli diffusi dall’Unar, usciti dalla porta della scuola italiana qualche mese fa, rischiano ora di rientrare dalla finestra appesantiti pure dall'esposizione politica.

Fonte: zenit.org

 

 

giovedì 11 settembre 2014

Partorire con l'arte, l'arte di partorire

Al via un originale ciclo di dibattiti sulla maternità promosso dal MAXXI di Roma

Roma, (Zenit.org) Maria Gabriella Filippi 

Collegare il museo alla sala parto, perché il museo, che è fucina dell’arte e del pensiero, è un luogo molto simile a quello in cui viene alla luce la più grande opera d’arte, la vita di un nuovo essere umano.
Questo è il connubio perfetto formulato da Antonio Martino, ginecologo del Fatebenefratelli di Roma e collezionista e cultore di arte contemporanea, il quale grazie alla collaborazione con la psicologa dell’arte Miriam Mirolla, docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, ha ideato la realizzazione del progetto intitolato Partorire con l’arte ovvero l’arte di partorire.
L’iniziativa che ha preso il via venerdì 5 settembre, si svolgerà in altri cinque incontri a cadenza settimanale: uno per ogni fase della gravidanza, dal concepimento fino al parto.
Il primo appuntamento svoltosi venerdì scorso presso il museo MAXXI di Roma è stato dedicato all’“annunciazione della gravidanza” e al suo primo trimestre. La visione di sculture, opere di street art, video e audio installazioni si è intrecciata ai contributi di medici, artisti e storici dell’arte: sono intervenuti la biologa Irene Martini, l’artista Donato Piccolo, la genetista Maria Lisa Dentici e l’ostetrica e poetessa Silvia Battistini.
Da Giotto alla Madonna del parto di Monterchi, affresco di Piero della Francesca e opera ispiratrice di questo progetto, a Beato Angelico e ai fiamminghi, per giungere alla ‘Gravida’ di Aurelio Bulzatti e ad altri contemporanei come Luigi Ontani, sono tante le opere d’arte incentrate sul tema dell’annunciazione di una gravidanza; le loro radici sono rintracciabili in testimonianze letterarie sublimi - la prima di tradizione romana pagana, è la narrazione di Apuleio del mito di Amore e Psiche; per non parlare dell’insuperabile racconto dei Vangeli, con l’apparizione dell’angelo a Maria, segno indelebile per l’intera cultura occidentale.
“La sala travaglio è il mio pane quotidiano”, ha spiegato Martino durante l’incontro. Innamoratosi dell’arte contemporanea 25 anni fa, il medico ha avuto l’idea di condividere la sua passione e le sue conoscenze con le partorienti, le neo mamme e i papà, con l’obiettivo di allentare l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza e di restituire lo stupore e la serenità nel vivere la bellezza di questo evento irripetibile.
In un periodo storico in cui viene penalizzata la maternità, la coppia e la famiglia, in cui la gravidanza sembra essere vissuta come un’attesa a cui di dolce è rimasto ben poco e che assomiglia sempre più ad una condizione patologica, questo percorso vuole avere la funzione di abbassare il livello dell’ansia e della tensione, fino a contribuire alla prevenzione della depressione post parto.
“Come ginecologo – ha raccontato Martino - ho fatto nascere almeno cinquemila bambini e con tutto questo vissuto in prima persona, difficile e pieno di responsabilità ma meraviglioso, mi sono reso conto che a questa esperienza straordinaria mancava quella dimensione filosofica e artistica che fosse in grado di far apprezzare ancora con più forza e coscienza, alle donne e alle loro famiglie, l’esperienza della gravidanza”.
“In fondo - ha concluso il ginecologo - pure noi ginecologi siamo degli artisti, perché in alcuni casi le decisioni da prendere, pure quelle difficili” ma “mai andando contro i protocolli, nascono sicuramente da sensibilità, capacità ed intuito personali”.

 

mercoledì 6 agosto 2014

La fecondazione eterologa e la selezione su base etnica

Nelle linee guida elaborate dalle società scientifiche, si chiede che venga garantito "colore della pelle e degli occhi" dei bambini uguali a mamma e papà

 

  (Zenit.org) Federico Cenci

È bastato il primo deciso raggio di sole agostano per far sciogliere il velo d’ipocrisia che copriva la fecondazione eterologa. A pochi giorni dall’annuncio del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di “regolamentare, anche da un punto di vista tecnico, la metodica di procreazione medicalmente assistita eterologa”, insorgono le cliniche private e parte delle società medico-scientifiche italiane.
Gli scrupoli espressi dalla Lorenzin e la sua volontà di ricorrere a un decreto legge per porre delle regole vengono definiti, in una lettera diffusa da alcuni componenti del Tavolo tecnico istituito dal ministero della Salute, “un improprio appesantimento dell'iter applicativo della sentenza della Corte Costituzionale”. Sentenza la quale, avendo fatto decadere il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40, era stata accolta dai centri che svolgono questa pratica come un lasciapassare incondizionato. O quasi.
Nelle linee guida elaborate dalle società scientifiche e dagli esperti che hanno partecipato al Tavolo tecnico promosso dal ministero, si precisa che “non è possibile scegliere le caratteristiche fenotipiche del donatore”. Tuttavia, si invitano i centri a garantire la “compatibilità di colore della pelle, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi” e la “compatibilità etnica” tra i gameti dei donatori e le caratteristiche dei genitori che ricorrono alla fecondazione eterologa. Per meglio lucidare il concetto da possibili equivoci, si citano pertanto degli esempi: “una coppia caucasica dovrebbe poter avere un bimbo caucasico, una asiatica o di colore idem”.
Questa sorta di selezione basata su principi biologici, è ritenuta da Elisabetta Coccia, presidente dei centri Cecos Italia (l’associazione che raggruppa i maggiori Centri italiani privati e convenzionati di fecondazione assistita), una misura “necessaria”, in quanto riprende “le linee guida internazionali a cui ci siamo attenuti”. Una compatibilità etnica che va garantita “anche alle coppie appartenenti ad altre etnie e residenti” in Italia. A tal fine, precisa la Coccia, “si prevede anche il ricorso alla rete internazionale delle banche per la donazione dei gameti”.
Questa “apertura” al mercato dei gameti verso le coppie di immigrati, secondo l’esperta, si rende opportuna “in un contesto di globalizzazione come quello attuale in Italia”. Affermazione che rasenta il paradosso, se per globalizzazione si intende quel processo che tende a uniformare le culture, piuttosto che a suddividere per “colore della pelle”, “gruppo sanguigno”, “colore dei capelli e degli occhi”.
L’uscita della Coccia ha dunque sollevato più di qualche perplessità. Delle quali si è fatta portavoce Eugenia Roccella, già sottosegretario al Ministero della Salute. “C’è stato detto - afferma la deputata - che, come per l’adozione, ricorrere all’eterologa era un gesto d’amore, e che al bambino serve solo l’amore dei genitori”. Un amore però - prosegue amaramente la Roccella - “condizionato dal colore della pelle”. Lo amiamo solo se è bianco, se è nero non lo vogliamo”. Di qui le domande dell’onorevole: “Sono questi i criteri proposti dai centri di procreazione assistita? Sono questi i ‘nuovi diritti’ di cui la sinistra si è fatta portabandiera?”.
Diritti tali e quali a quelli propri di un consumatore all’interno di un mercato. Il quale gira tra i banchi e sceglie i prodotti a lui più congeniali. Quello stesso spirito, tipico della massaia alle prese con la spesa, che ha animato la coppia australiana che ha deciso di “scartare” il piccolo Gammy. Io pago, io esigo. È questa la nuova frontiera del principio “più diritti per tutti”. Tranne che per i bambini.

 

domenica 3 agosto 2014

Speranza per Gammy





Coppia australiana abbandona il bimbo con sindrome di Down alla madre surrogata e ritira solo la gemella sana

  di Anna Fusina 

Una coppia australiana, non riuscendo ad avere figli, chiede ad una donna thailandese di 21 anni, Pattharamon Janbua, di “affittarle” il suo utero su pagamento al fine di far nascere il bimbo che era stato concepito attraverso fecondazione in vitro.
La donna, la cui famiglia è in serie difficoltà economiche, accetta di prestare il suo utero allo scopo.
Tre mesi dopo che il medico ha iniettato l'ovulo fecondato della donna australiana nel suo utero, la madre surrogata scopre però di aspettare due gemelli.
I medici, durante i controlli di routine, si accorgono successivamente che uno dei due bambini che la donna thailandese ha in grembo ha la sindrome di Down.
Alla notizia che uno dei piccoli sarebbe stato portatore di trisomia 21, la coppia australiana ne richiede l'aborto.
Pattharamon, profondamente buddhista, rifiuta di abortire per motivi religiosi e porta a termine la gravidanza.
Ma dopo che i gemelli vengono alla luce all'ospedale di Bangkok, la coppia committente porta con sé la bimba sana in Australia ed abbandona invece il piccolo Gammy, nato con sindrome di Down.
Gammy, che ora ha sei mesi, ha una seria patologia cardiaca congenita e dovrà affrontare, per salvarsi, una serie di interventi urgenti e cure mediche costose che Pattharamon, la madre surrogata, non può permettersi.
Pattharamon Janbua ha dichiarato al quotidiano Sydney Morning Herald:
“Vorrei dire alle donne thailandesi di non entrare in questo business come madri surrogate.
Non basta pensare solo ai soldi, se qualcosa va storto nessuno ci aiuterà ed il bambino sarà abbandonato dalla società. Allora dobbiamo assumerci la responsabilità per questo fatto”.
Un medico dell’ospedale dove il piccolo Gammy è nato, e che ha seguito la vicenda, ha quindi aperto una sottoscrizione online sul sito Gofundme (per chi volesse partecipare questo è il link).
Viene lanciata così una campagna di raccolta fondi per pagare le spese mediche intitolata Hope for Gammy, che viene subito inondata da donazioni da tutto il mondo.
Abbiamo chiesto l'opinione su questa vicenda a Jean-Marie Le Méné, Presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, organizzazione benefica la cui missione è quella di continuare il lavoro del professor Jérôme Lejeune (scopritore della causa della sindrome di Down) nel campo della ricerca scientifica, della cura e della difesa della vita, che così ha commentato:
“Questo caso era prevedibile per due ragioni:
- in primo luogo, le gravidanze gemellari sono molto più frequenti nei casi di procreazione assistita. Dunque questo genere di situazioni rischia di essere frequente. Si incontreranno così delle coppie che, anche senza che uno dei loro gemelli sia malato, rifiuteranno di avere due figli semplicemente perché ne avevano “ordinato” solo uno;
- in secondo luogo, la madre surrogata non è sempre disposta ad abortire, soprattutto nel caso di una gravidanza gemellare, in cui ciò risulta più complicato.
In sintesi, forse la nascita di questo bambino trisomico che suscita uno slancio di generosità nel mondo intero, ci salverà dalla legalizzazione della maternità surrogata.”

Fonte:  Zenit.org


 

 

sabato 2 agosto 2014

La resistenza britannica alla legge sull'eutanasia

Dopo un lungo dibattito alla Camera dei Lord, il disegno di legge sul suicidio assistito passa ora in Commissione parlamentare

di  Federico Cenci 

È giunta all’interno della Camera dei Lord, a Londra, accompagnata su di una sedia a rotelle. Ha preso la parola e ha spiegato perché lei, affetta da atrofia muscolare spinale e attivista per i diritti umani e specialmente dei disabili, sia fermamente contraria alla legalizzazione dell’eutanasia.
Nel corso del dibattito avvenuto lo scorso 18 luglio in merito a un disegno di legge del laburista Charles Falconer sul suicidio assistito, la baronessa Jane Susan Campbell ha offerto uno degli interventi più concitati e profondi, giacché provenienti da una persona che conosce bene sofferenza e infermità fisica.
La Campbell, già presidente della Commissione per i Diritti dei Disabili nel Parlamento britannico, ha in primo luogo fugato gli equivoci che talvolta usano i sostenitori dell’eutanasia per promuovere la propria tesi: “Il disegno di legge pretende di offrire possibilità di scelta, possibilità di morire prematuramente, anziché vivere con dolore, sofferenza e impotenza”. Tesi che si basa tuttavia su “una scelta falsa”. È come “se un ladro - ha spiegato la Campbell mediante un esempio - si offrisse di derubarvi” il bene più prezioso, messogli a disposizione senza condizioni. Questa - ha aggiunto la baronessa - “non è scelta”.
Forte della sua esperienza diretta, la Campbell ha spiegato che “il dolore, la sofferenza e il senso d’impotenza sono curabili”. Il suo “deterioramento progressivo” le ha infatti insegnato che “non c’è situazione che non possa essere migliorata”. Miglioramento che passa anche attraverso il sostegno umano.
“Ho speso la mia vita per impedire che le persone in situazioni di vulnerabilità si sentissero impotenti e un peso”, ha aggiunto la Campbell. La quale ha affermato di aver visto nei volti di costoro “una trasformazione” quando iniziano ad essere aiutati. “Quelli che una volta la società vedeva come privi di indipendenza”, una volta riacquisiti fiducia e sostegno “sono diventati attivi e valutati come esseri umani” dotati di dignità.
Il timore della Campbell è che una legge sulla morte assistita contribuisca a emarginare i disabili e le persone con difficoltà. L’approvazione di una simile ipotesi ripristinerà “convinzioni obsolete che svalutano i disabili e i malati terminali”. Si tratta di una situazione che metterebbe i disabili nella condizione di “soccombere a quelle credenze e vedere nella morte prematura l’unica risposta” alla loro vulnerabilità. In nome di una soluzione “semplice, più economica e più veloce” - ha concluso la Campbell - si rischia inoltre di indurre “la famiglia, gli amici, i medici e gli altri a considerare un loro dovere” sostenere la morte assistita.
Lo spunto offerto dalla baronessa Campbell è stato raccolto da lord Bernard Ribeiro, del Partito Conservatore, il quale ha commentato che una simile legge renderà “le persone vulnerabili ancora più vulnerabili”. Ha inoltre affermato che “il dibattito evidenzia la necessità di ampliare e migliorare le cure palliative con particolare attenzione alle esigenze dei pazienti”. Sarebbe questa, secondo lord Ribeiro, una priorità maggiore rispetto a una legge che si occupa di far morire qualcuno.
Fuori dalla Camera dei Lord, mentre al suo interno procedeva la discussione, un centinaio di attivisti pro-life hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti del disegno di legge di lord Falconer. Gli attivisti indossavano t-shirt bianche e brandivano cartelli con frasi esplicative del tipo “la vita è un dono”, “cura non omicidio”, “far vivere con dignità prima della morte”.
Lo stesso firmatario della proposta, lord Falconer, al termine del dibattito ha detto: “Esprimo la mia gratitudine per la totale assenza di astio e il modo costruttivo con cui è stata affrontata la questione”. Ora, dopo aver superato anche la seconda lettura, il testo passa a una Commissione parlamentare che dovrà esaminarlo e proporre eventuali modifiche. L’auspicio di quanti si oppongono all’eutanasia è che avvenga quanto già visto, in Gran Bretagna, nel 2006 e nel 2009, quando due tentativi di legalizzare la morte assistita furono entrambi respinti dal Parlamento.

Fonte: Zenit.org

 

sabato 18 gennaio 2014

Caro Gesù ti scrivo

Lettera speciale di una bambina affetta da trisomia 21

 

 

Roma, 18 Gennaio 2014 (Zenit.orgAntonio Gaspari 

Il 12 dicembre scorso la maestra di una scuola elementare di Castellana Grotte in Puglia ha dato un compito scritto.
Il tema era: “Scrivi una lettera a Gesù Bambino immaginando di essere uno dei re Magi: cosa porteresti in dono a Gesù?”
Una bambina di nove anni affetta da sindrome di Down ha scritto:
“Caro Gesù Bambino mi chiamo Maria Ester e sono una bambina bella.
Se io fossi una dei Re magi ti porterei in dono la gioia.
Ti darei la mano quando sei solo, per farti compagnia.
Quando sorridi, io sorriderei con te e, per darti coraggio quando 
sei con le persone che non conosci, ti metterei una mano sulla testa.
Ti donerei una bella coperta per riscaldarti e una carezza per coccolarti se piangi.
Caro Gesù ti aspetto!
Tanti baci da Maria Ester Calò"
Donatella e Giusi Calò, genitori di Maria Ester, ci hanno scritto in redazione per “condividere con tutti la gioia di cui Gesù e Maria ci hanno riempito per il dono ricevuto da nostra figlia Maria Ester di nove anni con sindrome di Down”.
Lo scritto di Maria Ester ha infatti conseguito il 1° Premio ex aequo al IV° Concorso – Natale 2013 “Lettera a Gesù Bambino”, organizzata dall’Oratorio Santa Rosa. Alla selezione hanno partecipato 380 alunni della scuola primaria.
“Il nostro desiderio – hanno aggiunto - è incoraggiare i genitori di bambini diversamente abili che ancora non credono nelle potenzialità dei loro figli; è necessario lottare con l’aiuto del Signore, molti di loro possono imparare a scrivere anche in corsivo ed esprimere sentimenti nobili e profondi che scaldano i cuori, persino i più induriti”.
“In questo percorso – hanno spiegato Donatello e Giusi - ci siamo abbandonati nelle braccia amorevoli del nostro Padre Santo, consegnandogli questa bambina che non ci appartiene; l’abbiamo accolta pur sapendo della sua diversità già prima che nascesse, ci ha cambiato la vita riempiendoci di gioia e di allegria. La vita è un dono!”.
(18 Gennaio 2014) © Innovative Media Inc.




venerdì 10 gennaio 2014

Italia e Israele insieme per esplorare l'autismo

Domani e domenica, un convegno presso l'Istituto di Ortofonologia di Roma, in collaborazione con il Milman Center di Haifa, per mettere al centro la persona e la dignità umana

 

Roma, (Zenit.org) Anna Fusina 

Esplorare nell’autismo la relazione primaria tra i genitori e i figli coinvolti in un disturbo che ha interrotto in entrambi la capacità di comprensione dello stato mentale dell’altro. Lavorare quindi sul rapporto madre-figlio, padre-figlio, genitori-figlio per superare le difficoltà relazionali nella prima infanzia, che nascono proprio dall’impossibilità del minore di sintonizzarsi con la madre e il padre. È questo il focus del convegno su ‘La nascita del simbolismo nella terapia diadica con il bambino autistico’ che l’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO) promuove nella Capitale domani 11 e domenica 12 gennaio, in collaborazione con il Milman Center di Haifa (Israele), presso l’Istituto comprensivo Regina Elena i(via Puglie 6), dalle ore 9 alle 18.30. A spiegarci i contenuti, gli obiettivi e la storia di questo confronto internazionale è la Dott.ssa Magda Di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio Terapie dell’IdO.
***
Quando è nata la collaborazione tra l’Istituto di Ortofonologia di Roma e il Milman Center di Haifa?
Dott.ssa Di Renzo: Tra l’IdO e il Milman Center esiste una profonda e antica corrispondenza culturale, che sul piano operativo si sta concretizzando da circa due anni attraverso una serie di scambi culturale nostri ad Haifa e loro qui a Roma. In sostanza stiamo cercando di seguire ed articolare una ricerca sul campo che possa contemplare sia i bambini israeliani che italiani. Vogliamo confrontare dati e verificare in modo incrociato i vari interventi, impostando osservazioni comuni per appurare la possibile efficacia delle terapie attraverso uno scambio di strumenti di valutazione. Ad esempio, noi abbiamo portato in Israele il nostro Test sul contagio emotivo (Tce) per valutare il livello di empatia dei bambini seguiti all’interno del Milman Center. D’altro canto, ad Haifa stanno conducendo studi approfonditi sul Manuale diagnostico psicodinamico per mettere in comune invece le conoscenze specifiche di ciascuno.
Qual è la terapia proposta dal centro israeliano?
Dott.ssa Di Renzo: Nel Milman Center si segue un approccio diadico di stampo psicoanalitico. Per dimensione diadica si intende la relazione primaria, perché nel modello israeliano la terapia funziona attraverso incontri madre-figlio, padre-figlio e genitori-figlio così da trovare quella sintonia primaria di ciascun genitore con il bambino e poi della coppia genitoriale con il figlio. Questo approccio favorisce l’attenzione congiunta e mette in moto nel piccolo quel processo di simbolizzazione della capacità cognitiva che nasce dalla dimensione affettiva. Quindi al Milman Center lavorano prima sulla relazione e poi sull’aspetto cognitivo. Nell’intervento che domani terrà Ayelet Erez, psicologa clinica dell’età evolutiva e dell’educazione nonché membro della Clinica per la psicoterapia psicodinamica dell’età evolutiva del Ministero della Salute di Haifa, l’attenzione verrà infatti puntata sul come l’organizzazione cognitiva sia intrinsecamente connessa alla dimensione affettiva. Mi spiego, si lavora affinché sia il bambino a mettere in moto la propria cognizione evitando di dargli concetti già pronti dall’esterno, perché deve essere il piccolo ad arrivare a una sua concettualizzazione per sviluppare quei meccanismi di generalizzazione che sono alla base di qualunque espansione cognitiva.
I due istituti hanno le stesse finalità ma adoperano approcci differenti?
Dott.ssa Di Renzo: Il Milman Center si concentra appunto sulla terapia diadica, intrecciando all'esperienza clinica lo studio dello sviluppo infantile e le teorie relative al disturbo dello spettro autistico. Il suo modello terapeutico fa diventare la casa un laboratorio di vita per le famiglie con bambini autistici. Così, per promuovere la relazione primaria, gli israeliani sottolineano l’importanza di lavorare con i genitori partendo proprio dall’accoglienza delle famiglie e ricreando nel loro centro un habitat che riprende l’ambiente della casa. In questo modo i terapeuti potranno fornire alle famiglie gli strumenti per vivere al meglio la quotidianità. Il tutto all’interno delle molteplici attività proposte dal Milman, che vanno dalla logopedia alla musicoterapia. L’IdO focalizza invece la terapia su un lavoro corporeo che permette al bambino di muoversi verso il mondo per dare un significato alle proprie operazioni e raggiungere così l’integrazione tra i vari aspetti sensoriali e tra la sensorialità e la cognizione. Attualmente il nostro istituto segue oltre 100 bambini autistici attraverso il progetto Tartaruga, che prevede un approccio terapeutico intensivo, integrato e psicodinamico volto a coinvolgere la triade bambino, famiglia e scuola all’interno di numerose attività. Da noi le madri e i padri sono sempre parte attiva della terapia, ma come genitori non come terapeuti, e devono essere aiutati dai terapeuti a sentirsi genitori dei loro bambini.
Cosa si aspetta da questo convegno internazionale?
Dott.ssa Magda Di Renzo: Ci aspettiamo che si rimettano al centro il valore e la dignità dell’individuo e che la patologia non faccia dimenticare che c’è un bambino con le sue potenzialità, i suoi limiti, il suo carattere e le sue specificità. E tutto questo vale anche per i genitori. Mi auguro che il nostro convegno permetta nuove riflessioni, aprendo il dibattito a una dimensione che non sia solo sintomatica. Vogliamo garantire che la ricerca scientifica rimanga sempre aperta e pluridisciplinare su questo disturbo per ridare valore a tutti i contenuti umani della relazione, che non devono essere dimenticati neanche nelle patologie più gravi. Dobbiamo sottolineare l’importanza del rispetto dell’individualità di ogni bambino e della specificità di ogni famiglia, perché venga riposta enfasi sul come aiutare i genitori ad entrare in risonanza con i loro figli. Dobbiamo aiutare le madri e i padri a riflettere sul significato del comportamento dei loro figli anche se autistici, perché c’è sempre un significato anche nella patologia. Infine, mi auguro che questa apertura sia finalizzata a far capire che la diagnosi nell’autismo debba essere qualitativa e non solo quantitativa, tenendo conto di tutti gli aspetti di una persona per non rischiare di dare la stessa diagnosi a bambini tra loro profondamente differenti. Introdurre elementi qualitativi, che prevedono il modo in cui il piccolo si relaziona, significa ridare spessore al bambino che altrimenti rischierebbe di rimanere appiattito da un’etichetta, tanto più se grave.

 

 

sabato 16 novembre 2013

Il concepito è "Uno di Noi"

Il Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento Europeo risponde agli appelli del beato Giovanni Paolo II




Cracovia, 16 Novembre 2013 (Zenit.orgAntonio Gaspari 

“Sono commosso di parlare qui a Cracovia, in una sala a fianco della Chiesa della Misericordia, una città dove è stato vescovo Giovanni Paolo II”.
Così l’onorevole Carlo Casini ha iniziato ieri il suo intervento all’Incontro europeo dei movimenti per la vita e per la famiglia, che si sta svolgendo a Cracovia.
L’iniziativa dei cittadini  europei “Uno di Noi”, ha spiegato il Presidente del Movimento per la Vita, è la risposta alla domanda che Giovanni Paolo II rivolse al mondo intero l’8 settembre 1984 a Vaduz, capitale del Principato del Liechtenstein.
Disse il beato Karol Wojtyla: “io vi chiedo che il concepito sia considerato un uomo a tutti gli effetti”
Ebbene, con l’iniziativa europea “Uno di Noi” abbiamo risposto: “Si, Santo padre il concepito è Uno di Noi”.
Dopo aver ricordato che i cittadini italiani hanno contribuito alla raccolta firme con più di  633.000 adesioni, Casini ha precisato che le firme erano molte di più, ma un gran numero erano certificate con la patente come documento di identità, e in questo caso la patente di guida non ha valore identificativo.
Per evitare equivoci, il comitato italiano dell’iniziativa “Uno di Noi” ha selezionato solo le firme certificate con la carta d’identità o il passaporto.
Il Presidente della Commissione per gli Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, ha spiegato che proprio come sostenitori della cultura della vita, con l’iniziativa “Uno di noi” si è voluto “fermare il finanziamento della distruzione della vita”.
A proposito del bambino concepito, Casini ha ricordato che il Comitato Nazionale di Bioetica, presieduto dal professor Francesco D’Agostino e con voto unanime ha sottolineato di “riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano come una persona”. 
“Il Papa venuto da Cracovia è stato un gigante nella difesa della vita”, ha sottolineato Casini, per questo – ha rilevato - che “bisogna riscoprire l’anima dell’Europa”.
Riprendendo le parole che il Papa polacco disse al Movimento per la Vita Italiano nel novembre 1987, Casini ha ricordato: “l’Europa di domani è nelle nostre mani” per questo “Siate degni di questo compito. Lavorate per restituire all’Europa la sua vera dignità quella di essere luogo dove ogni persona è accolta nella sua incomparabile dignità”
L’eurodeputato spagnolo Jaime Mayor Oreja è intervenuto per spiegare come è necessaria una grande cultura per la vita per convincere chi vuole fare dell’aborto un diritto.
Stiamo vivendo tempi nuovi, ha detto Mayor Oreja, e abbiamo bisogno di unire le nostre voci, unità di azione ed una strategia europea.
Esattamente come è stato fatto per l’iniziativa “Uno di Noi”.
L’eurodeputato spagnolo ha sollecitato un’alleanza tra i rappresentanti politici, i mezzi di comunicazione e le associazioni ed i gruppi che si battono per la promozione della vita e della famiglia.

I movimenti per la vita uniscono l'Europa

A Cracovia l'incontro degli organizzatori della raccolta di firme "Uno di Noi" nei 28 paesi dell'Unione Europea




Cracovia, 15 Novembre 2013 (Zenit.orgAntonio Gaspari

Per un anno intero i movimenti per la vita e per la famiglia si sono mobilitati al fine di raggiungere gli obiettivi dell’iniziativa conosciuta come “Uno di Noi”.
L’iniziativa dei cittadini europei “Uno di Noi” chiedeva alle istituzioni Europee, Commissione e Parlamento, di riconoscere la vita fin dal concepimento, non utilizzare fondi europei per sostenere le associazioni che promuovono l’aborto in Europa e nel mondo e, allo stesso modo, non utilizzare il denaro dei cittadini europei per finanziare ricerche mediche che violano la dignità della vita nascente.
Le istituzioni europee riconoscono le legittimità delle richieste solo se almeno un milione di cittadini di almeno sette paesi dell’Unione le sottoscrivono
In un anno i movimenti per la vita europei hanno raccolto più di un milione e 800 firme nei 28 paesi dell’Unione e 20 paesi hanno superato la quota richiesta dalla Commissione.
Nei giorni 15, 16 e 17 novembre i delegati dei movimenti di ogni Paese che ha contribuito a questo incredibile risultato, si sono riuniti a Cracovia per fare il punto sui risultati dell’iniziativa e per riflettere su come dare una forma di rappresentanza ai cittadini europei che hanno sottoscritto “Uno di Noi”.
Un grande successo, che ha stupito gli stessi organizzatori. Molti all’inizio erano scettici e temevano di non riuscire.
Gregor Puppinck, Presidente del comitato “Uno di Noi” ha detto che “quello che siamo riusciti a raggiungere è un miracolo”.
“La consegna delle firma raccolte – ha spiegato Puppinck - non è la fine di un cammino ma l’inizio di un processo per far sì che la voce di coloro che difendono la vita e la famiglia sia sempre presente “forte e chiara” nelle istituzioni europee”.
Puppinck ha sottolineato che è la prima volta nella storia che i movimenti per la vita europei si riuniscono insieme in un congresso ed ha rilevato la mobilitazione dei cristiani tutti, non solo cattolici ma luterani, evangelici e ortodossi.
“Possiamo raggiungere – ha concluso - un successo legislativo,  possiamo modificare la legge. Abbiamo delle aspettative nei confronti di Commissione e Parlamento e pensiamo che la nuova composizione del Parlamento Europeo sarà più favorevole alle nostre iniziative”.
Maria del Pino Ana Garcia Barrera, coordinatrice esecutiva di “Uno di Noi” ha detto entusiasticamente: “Con un milione e ottocentomila firme, siamo la prima iniziativa dei cittadini europei che ha raccolto un così alto numero di firme in così tanti Paesi”.
“È una vittoria degli europei che difendono i diritti umani e principalmente il diritto alla vita”.
“Il successo di “Uno di Noi” - ha concluso Ana - è un esempio della cultura della vita che unisce i popoli e le Nazioni”. 
 

I soldi degli europei non dovrebbero finanziare l'aborto

Alla riunione dei delegati di "Uno di Noi", l'eurodeputato polacco Konrad Szymanski indica la difesa della vita come via per l'integrazione europea




Cracovia, 15 Novembre 2013 (Zenit.orgAntonio Gaspari 

“Non utilizzate i fondi europei per sostenere gruppi o associazioni che promuovono e sostengono l’aborto in Europa e nel mondo”. Lo ha ribadito oggi l’eurodeputato polacco Konrad Szymanski, nel corso dell’incontro che vede riuniti a Cracovia i delegati dei movimenti per la vita e per la famiglia europei che hanno contribuito al successo dell’iniziativa Uno di Noi.
Szymanski ha esordito affermando che l’iniziativa “Uno di Noi” rivela che il cristianesimo è vitale ed è una delle parti più attive della vita sociale europea. “Anche se non accadesse più nulla - ha precisato - l’adesione popolare all’iniziativa Uno di Noi rappresenta un grande successo, soprattutto in direzione del processo di integrazione europeo”.
Secondo l’eurodeputato polacco, per alcuni gruppi più ideologizzati il successo dell’iniziativa creerà dei problemi, soprattutto nel punto in cui si chiede che non vengano più utilizzate le risorse dei cittadini europei per finanziare gruppi e associazioni che promuovono e sostengono l’aborto in Europa e nel mondo.
“In un momento di crisi come quello attuale, fa impressione vedere che mentre si chiedono sacrifici ai cittadini europei, poi si utilizzano quei fondi per non far nascere bambini e bambine” ha sottolineato Szymanski. “Uno di Noi – ha proseguito - non vuole influenzare i regolamenti dei paesi membri nei riguardi della vita umana ma tale iniziativa può rafforzare e garantire la difesa di diritti fondamentali come è quello della vita”.
“Bisognerà controllare bene le spese dell’Unione europea" ha aggiunto l’eurodeputato, perché "si vogliono utilizzare ingenti fondi anche per esperimenti sui bambini concepiti”. L’onorevole ha spiegato ancora che “questi esperimenti violano la dignità dei nascituri, e, in ogni caso bisognerebbe rifarsi al principio di precauzione così tanto invocato per tutte le ricerche scientifiche relative all’ambiente”.
L’ultimo punto toccato dall’eurodeputato riguarda il processo di integrazione. "Dobbiamo fare attenzione alla credibilità del processo di integrazione" ha affermato, perchè "in diverse parti d’Europa ci sono gruppi che non sono ancora convinti”. A tal proposito, il Parlamento Europeo "dovrebbe guardare con attenzione e interesse all’iniziativa Uno di Noi, perchè ha favorito l’unificazione di gruppi diversi per una Europa della vita”.  “E se il Parlamento pensa di rifiutare tale iniziativa – ha concluso Szymanski - dovrebbe essere cosciente che sta rifiutando le firme e la rappresentanza di almeno due milioni di europei”.