domenica 14 settembre 2014
sabato 13 settembre 2014
Norlevo, la pillola "potrebbe" essere abortiva
di Gianfranco Amato
13-09-2014
13-09-2014
Il 29 maggio 2014 la Sezione Terza-quater del
Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, con l’ordinanza n.
2407/2014, ha respinto la richiesta di sospensione degli effetti del
provvedimento dell’Aifa sul farmaco Norlevo, la cosiddetta “pillola del
giorno dopo”, affermando che «non sussistono, sotto il profilo del
fumus, i presupposti per l’accoglimento della proposta istanza cautelare
avuto presente, in linea con quanto evidenziato dalle resistenti
amministrazioni, che recenti studi hanno dimostrato che il farmaco
Norlevo non è causa di interruzione della gravidanza». Questo era il giudizio tranchant e lapidario dei giudici amministrativi di primo grado.
I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus hanno deciso di impugnare quell’ordinanza avanti il Consiglio di Stato. Ieri, 11 settembre, a Palazzo Spada si è tenuta l’udienza di discussione. I giudici di secondo grado hanno emesso l’ordinanza n.4057/2014, dimostrando una maggior capacità riflessiva rispetto ai colleghi del TAR. Per comprenderlo basta leggere il seguente passo del provvedimento:
«Considerato che la questione coinvolge aspetti complessi anche sul piano tecnico, che non possono essere adeguatamente approfonditi in una fase cautelare e che in particolare devono necessariamente essere chiariti in sede di merito le seguenti questioni:
- se l’affermazione contestata dalle appellanti (“Non può impedire l’impianto nell’utero di un ovulo fecondato”) nel foglio illustrativo per gli utenti sia coerente con i risultati degli studi sottostanti da riportare nel riassunto delle caratteristiche del prodotto, strumenti di primaria rilevanza per l’informazione del medico;
- se il documento impugnato derivi da una modifica di autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale correttamente rilasciata secondo la procedura di reciproco riconoscimento che coinvolge le valutazioni di più autorità sanitarie nazionali in ambito comunitario;
- se in tal caso sussistano le fondate ragioni di tutela della salute pubblica – richieste dalla direttiva CE 2001/83 (CE – per rifiutare quanto deciso a livello comunitario);
- se deve attribuirsi rilevanza al recente comunicato del 24 luglio dell’Agenzia europea dei medicinali secondo il quale i medicinali a base di“levonorgestrel” agiscono bloccando e/o ritardando l’ovulazione, senza fare alcun riferimento a effetti sull’impianto nell’utero dell’ovulo fecondato».
Nulla di scontato, quindi, sul piano scientifico, come pareva invece ai giudici di primo grado. Se è vero che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva del provvedimento poiché la complessità della vicenda non consente una decisione nella fase cautelare, è altrettanto vero che l’ordinanza di ieri, in realtà, riapre i giochi e rimette in discussioni le granitiche certezze scientifiche dei magistrati del TAR Lazio. L’Aifa non potrà più trincerarsi dietro l’apodittica affermazione secondo cui «il farmaco Norlevo non è causa di interruzione della gravidanza», assunto sbrigativamente fatto proprio dai giudici amministrativi romani. Almeno su questo punto il Consiglio di Stato pare inequivocabilmente chiaro.
Fonte: lanuovabq.it
I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus hanno deciso di impugnare quell’ordinanza avanti il Consiglio di Stato. Ieri, 11 settembre, a Palazzo Spada si è tenuta l’udienza di discussione. I giudici di secondo grado hanno emesso l’ordinanza n.4057/2014, dimostrando una maggior capacità riflessiva rispetto ai colleghi del TAR. Per comprenderlo basta leggere il seguente passo del provvedimento:
«Considerato che la questione coinvolge aspetti complessi anche sul piano tecnico, che non possono essere adeguatamente approfonditi in una fase cautelare e che in particolare devono necessariamente essere chiariti in sede di merito le seguenti questioni:
- se l’affermazione contestata dalle appellanti (“Non può impedire l’impianto nell’utero di un ovulo fecondato”) nel foglio illustrativo per gli utenti sia coerente con i risultati degli studi sottostanti da riportare nel riassunto delle caratteristiche del prodotto, strumenti di primaria rilevanza per l’informazione del medico;
- se il documento impugnato derivi da una modifica di autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale correttamente rilasciata secondo la procedura di reciproco riconoscimento che coinvolge le valutazioni di più autorità sanitarie nazionali in ambito comunitario;
- se in tal caso sussistano le fondate ragioni di tutela della salute pubblica – richieste dalla direttiva CE 2001/83 (CE – per rifiutare quanto deciso a livello comunitario);
- se deve attribuirsi rilevanza al recente comunicato del 24 luglio dell’Agenzia europea dei medicinali secondo il quale i medicinali a base di“levonorgestrel” agiscono bloccando e/o ritardando l’ovulazione, senza fare alcun riferimento a effetti sull’impianto nell’utero dell’ovulo fecondato».
Nulla di scontato, quindi, sul piano scientifico, come pareva invece ai giudici di primo grado. Se è vero che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva del provvedimento poiché la complessità della vicenda non consente una decisione nella fase cautelare, è altrettanto vero che l’ordinanza di ieri, in realtà, riapre i giochi e rimette in discussioni le granitiche certezze scientifiche dei magistrati del TAR Lazio. L’Aifa non potrà più trincerarsi dietro l’apodittica affermazione secondo cui «il farmaco Norlevo non è causa di interruzione della gravidanza», assunto sbrigativamente fatto proprio dai giudici amministrativi romani. Almeno su questo punto il Consiglio di Stato pare inequivocabilmente chiaro.
Fonte: lanuovabq.it
giovedì 11 settembre 2014
Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"
Redattore Sociale del 09-09-2014
Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"
Per Riccardo, 39 anni, i primi sintomi 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia. Nel pieno della malattia, è diventato padre per la seconda volta. Oggi è paralizzato e non parla, ma "la semplicità dell'amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera".
ROMA. Riccardo ha 39 anni, due figli piccoli e da 4 anni è “prigioniero del suo corpo”: la Sla ha mostrato i suoi primi segni 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia, “orgoglio indescrivibile”. Oggi, i suoi figli può accarezzarli solo con gli occhi: gli stessi occhi attraverso cui comunica con loro e con il mondo. Ma “la carica di essere padre e marito – assicura - supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera”.
Così, proprio in questi giorni, mentre la Sla urla la propria esistenza attraverso le mediatiche “docce gelate”, Riccardo rompe il suo silenzio per affidare al comunicatore oculare la sua testimonianza di malato “silenzioso” e raccontare, in poche righe, la vita reale di chi, quella “doccia gelata”, l’ha avuta davvero. Le sue parole sono raccolte da Anna Fusina per “Gli amici di Lazzaro”.
“Avevo solo 33 anni quando iniziarono i primi sintomi, ma mai nessuno avrebbe pensato a quale tragedia sarei andato incontro – racconta Riccardo - Io e mia moglie avevamo coronato la nostra unione dando la vita ad una bimba bellissima: un orgoglio indescrivibile. Nel frattempo i mesi passano e la malattia continua il suo corso, si passa da un ospedale all’altro, con la speranza che la diagnosi cambi! Nostra figlia intanto cresce velocemente, e lei, così piccina, mi dà così tanta carica di vita che a volte mi scordo addirittura della malattia”. Il tempo passa e la malattia compie il suo cammino, implacabile: “malgrado la vistosa decadenza del fisico, non demordo. Mia moglie rimane incinta del secondo figlio, da noi voluto, anche contro il parere dei medici, che ce lo sconsigliavano onde evitare ulteriori problemi”.
Riccardo diventa quindi papà per la seconda volta, mente la sua “disabilità grave avanza senza guardare in faccia nessuno”, ma “i mesi passano, i bimbi crescono, e io peggioro più velocemente di quello che si pensi. La Sla é riuscita ad annientarmi totalmente. Lei ti toglie tutto così, senza scrupoli, lasciandoti totalmente lucido da guardare cosa ti riesce a fare. In noi, malati di Sla, lo scorrere del tempo fa sì che il nostro corpo diventi un estraneo al nostro animo”. Il pensiero, però, “non si ferma mai – assicura Riccardo - e ritorna a quando da bambino correvo nei prati spensierato, pieno di energia e con tanta voglia di diventare grande, o al giorno in cui ho visto per la prima volta mia figlia e l’ho stretta tra le mie braccia o a quel figlio che solo con una mano avevo potuto accarezzare, perché la Sla non mi permetteva altro. Niente vacanze al mare, nessuna corsa in bicicletta, nessun bacio e carezza posso più dare ai miei figli… Nessun semplice gesto mi è più concesso, nemmeno di piangere per poi asciugarmi le lacrime, perché sono gli altri che devono asciugarle a me!”.
E’ una condizione drammatica, che “porta più della metà dei malati a scegliere di non vivere”, riferisce Riccardo, che oggi muove solo gli occhi, respira grazie a un ventilatore meccanico e mangia tramite un sondino. “Questa é la Sla – osserva Riccardo - una malattia senza cura, ma che io ho scelto di combattere, perché la carica di essere padre e marito supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera. Loro mi stanno facendo vivere la mia seconda vita attraverso la loro semplicità di amare. Ringrazio mia moglie e i miei figli per avere dato la vita a un papà prigioniero del suo corpo”. (cl)
Fonte: agenzia.redattoresociale.it
No ovuli, no party: congelatori in vendita in America
Dilagano negli Stati Uniti le campagne per convincere le donne a pianificare, a tutti i “costi”, la maternità
Che ne pensa di questa proposta?
Ricci Sindoni: La cosa più semplice sarebbe fare valutazioni etiche su questa nuova e un po’ bizzarra modalità di presentare la maternità come un bazar, un grande magazzino dove puoi al tempo opportuno trovare un figlio. Io vorrei fare un discorso che va a monte e che riguarda il fatto che si va sempre più diffondendo l’idea che l’unica forma valida di argomentazione razionale sia quella della tecno-scienza, che non viene mai messa in dubbio dalle persone, le quali sempre meno si fermano a pensare se le possibilità di successo siano alte o basse, se vale la pena spendere tanti soldi per un’impresa di questa genere. Si ragiona così: è possibile fare questa cosa tecnicamente? Sì, e allora la si fa. Questo passaggio immediato non tiene conto che l’argomentazione delle tecno-scienze dovrebbe essere accompagnata da altri tipi di argomentazioni, ad esempio di tipo giuridico, sociale, religioso, valoriale. Tutti questi punti di vista partecipano di una visione più globale. Il fatto che continuiamo anche noi, gente comune, a dare sempre per buono come un dogma l’accettazione di quello che fa la scienza, indica che siamo ormai a una svolta epocale. In realtà non tutto quello che si può fare tecnicamente lo si deve fare, perché la tecnica è uno strumento, ma non si lascia coinvolgere dal fine. Per evitare i paradossi impliciti in proposte come questa che arriva dagli Stati Uniti bisognerebbe decostruire l’idea che la tecno-scienza sia l’unica via per ragionare, per conoscere, per valutare. Da sola, la tecno-scienza ti porta al marketing e all’aspetto economico: queste donne spendono tanti soldi – e si parla infatti di truffa – per avere percentuali molto basse di successo.
C’è un corto circuito tra valori universali come la maternità e tendenze culturali ed economiche che invece sono nazionali?
Ricci Sindoni: Anche in America si dovrebbe imporre un modello culturale più comprensivo, su questa cosa come su molte altre. Perché è vero che la tecno-scienza ci può portare domani ad avere – perché tecnicamente si può fare – un utero artificiale per l’uomo in maniera tale che possa anche lui avere nove mesi di gravidanza e partorire. Però, mi chiedo, si deve fare? Questo è il punto. C’è un limite oltre al quale non dico si debba dire moralisticamente basta, ma occorre far intervenire altre argomentazioni. Questo non si fa, e ci troviamo in una corsa al massacro dove vince questo modello dogmatico della tecno-scienza. Bisognerebbe correre ai ripari e creare un sentire comune di fronte al dogma della scienza, che c’è anche da noi. Non bisogna tanto parlare di modelli culturali diversi: certo, noi abbiamo una cultura umanistica più radicata e lì certi modelli sono più galoppanti, ma bisogna parlare di limiti della scienza. Se non si pongono paletti si potrà fare qualunque cosa: trapiantare il cervello di un maiale in un bambino perché malato. Si dirà: in fondo è malato, perché non lo si può fare?
Il problema è l’alleanza tra economia e scienza, che ha dominato il XX secolo?
Ricci Sindoni: Assolutamente sì. E questa alleanza andrebbe sciolta, perché porta a una corsa contro l’umanizzazione dell’uomo: noi infatti abbiamo una donna che diventa una macchina, un computer, che si programma, che deposita un ovulo, poi lo va a ritirare dopo dieci mesi. Così si perde di vista l’idea stessa di maternità. Io non credo si debba imporre un modello antico di maternità: la cultura evolve, perché evolvono i sistemi giuridici, quelli religiosi, quelli valoriali. Ma tutte queste cose andrebbero viste insieme altrimenti si giunge a disumanizzare l’uomo; così la tecno-scienza prende il sopravvento sull’uomo stesso, l’uomo perde il controllo su sé stesso, costruisce la bomba atomica e si uccide. Occorre costruire modelli culturali diversi, non dico confessionali o morali, ma anche razionali, che siano il più possibile ampi perché siamo in una realtà complessa.
Lei vede le donne particolarmente vulnerabili di fronte a questi nuovi modelli?
Ricci Sindoni: Io penso che - ahimè - il modello femminista è ormai molto e sepolto perché quel modello femminista degli anni Ottanta e Novanta non ha più ragione d’essere. Per questo si impone un modello femminista di autonomia anche nei confronti dell’idea della relazione, dell’immaginare un progetto di genitorialità nei confronti del figlio, del legame con un uomo con cui avere un figlio. E a mio avviso questo è quello che fa dire ad una Angelina Jolie che poiché è una grande seccatura aspettare secondo i ritmi naturali l’arrivo di un figlio è molto meglio sottoporsi alla fecondazione assistita. Questo significa che non vuoi più avere un figlio con quell’uomo, ma preferisci che la scienza prenda il tuo posto nel tuo rapporto con lui. Più che una fragilità questo testimonia una volontà di potenza della donna che vuole un figlio, poi se l’uomo c’è o non c’è che importa, ci penserà la scienza.
In Italia questo modello femminile è in espansione?
Ricci Sindoni: No, direi che questo tipo di proposta sembra ancora – detta in termini un po’ banali – un’americanata. Però se il trend a cui accennavo prima continua tutto è possibile. Ci scandalizzavamo dell’utero in affitto, ma se l’adozione verrà concessa anche alle coppie gay si affermerà anche l’idea dell’utero in affitto. L’eterologa che non era voluta – anni fa abbiamo fatto un referendum – è arrivata. Quindi, magari con qualche resistenza in più, arriverà anche questa se non ci si muove a livello culturale. Di fronte ad una trasformazione epocale come questa occorre decostruire proprio il potere della tecno-scienza. Se questo non succede ne vedremo altre, e tra qualche anno non mi sorprenderebbe che anche in un hotel di Roma si arrivasse ad organizzare un evento del genere.
Partorire con l'arte, l'arte di partorire
Al via un originale ciclo di dibattiti sulla maternità promosso dal MAXXI di Roma
Roma, (Zenit.org) Maria Gabriella Filippi
Collegare il museo alla sala parto, perché il museo, che è fucina dell’arte e del pensiero, è un luogo molto simile a quello in cui viene alla luce la più grande opera d’arte, la vita di un nuovo essere umano.L’iniziativa che ha preso il via venerdì 5 settembre, si svolgerà in altri cinque incontri a cadenza settimanale: uno per ogni fase della gravidanza, dal concepimento fino al parto.
Il primo appuntamento svoltosi venerdì scorso presso il museo MAXXI di Roma è stato dedicato all’“annunciazione della gravidanza” e al suo primo trimestre. La visione di sculture, opere di street art, video e audio installazioni si è intrecciata ai contributi di medici, artisti e storici dell’arte: sono intervenuti la biologa Irene Martini, l’artista Donato Piccolo, la genetista Maria Lisa Dentici e l’ostetrica e poetessa Silvia Battistini.
Da Giotto alla Madonna del parto di Monterchi, affresco di Piero della Francesca e opera ispiratrice di questo progetto, a Beato Angelico e ai fiamminghi, per giungere alla ‘Gravida’ di Aurelio Bulzatti e ad altri contemporanei come Luigi Ontani, sono tante le opere d’arte incentrate sul tema dell’annunciazione di una gravidanza; le loro radici sono rintracciabili in testimonianze letterarie sublimi - la prima di tradizione romana pagana, è la narrazione di Apuleio del mito di Amore e Psiche; per non parlare dell’insuperabile racconto dei Vangeli, con l’apparizione dell’angelo a Maria, segno indelebile per l’intera cultura occidentale.
“La sala travaglio è il mio pane quotidiano”, ha spiegato Martino durante l’incontro. Innamoratosi dell’arte contemporanea 25 anni fa, il medico ha avuto l’idea di condividere la sua passione e le sue conoscenze con le partorienti, le neo mamme e i papà, con l’obiettivo di allentare l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza e di restituire lo stupore e la serenità nel vivere la bellezza di questo evento irripetibile.
In un periodo storico in cui viene penalizzata la maternità, la coppia e la famiglia, in cui la gravidanza sembra essere vissuta come un’attesa a cui di dolce è rimasto ben poco e che assomiglia sempre più ad una condizione patologica, questo percorso vuole avere la funzione di abbassare il livello dell’ansia e della tensione, fino a contribuire alla prevenzione della depressione post parto.
“Come ginecologo – ha raccontato Martino - ho fatto nascere almeno cinquemila bambini e con tutto questo vissuto in prima persona, difficile e pieno di responsabilità ma meraviglioso, mi sono reso conto che a questa esperienza straordinaria mancava quella dimensione filosofica e artistica che fosse in grado di far apprezzare ancora con più forza e coscienza, alle donne e alle loro famiglie, l’esperienza della gravidanza”.
“In fondo - ha concluso il ginecologo - pure noi ginecologi siamo degli artisti, perché in alcuni casi le decisioni da prendere, pure quelle difficili” ma “mai andando contro i protocolli, nascono sicuramente da sensibilità, capacità ed intuito personali”.
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giovedì 4 settembre 2014
Eterologa, ma chi tutela il bambino?
04/09/2014 Le linee guida approvate giovedì dalla Conferenza delle Regioni non solo non tutelano il nascituro, la parte più debole di una partita dove gli interessi economici sono altissimi, ma rischiano di rivelarsi un favore ai centri privati che potranno partire sostanzialmente senza regole
di Antonio Sanfrancesco
Lungi dal
fugare ogni dubbio sull’eventualità che si scateni un vero e proprio
business, leggendo il documento che contiene le linee guida sulla
fecondazione eterologa – approvate giovedì mattina all’unanimità dalla
Conferenza delle Regioni – si aprono in realtà nuovi,preoccupanti
interrogativi che dimostrano, ancora una volta, come la via
maestra per regolare questa materia delicatissima, dopo la sciagurata
sentenza della Corte Costituzionale dello scorso aprile che ha ribaltato
la legge 40, è quella di una legge discussa e votata dal Parlamento, come ha più volte sostenuto anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
Temi cruciali come questi non possono essere lasciati alla decisione di
tecnici e assessori alla Sanità o a un accordo, giuridicamente
fragilissimo, tra i presidenti delle Regioni. L’accelerazione di
queste ore impressa dalle stesse Regioni non tiene conto dell’interesse
esclusivo del nascituro, la parte più debole di una partita dove gli
interessi, a cominciare da quelli economici, sono tanti e ben veicolati
dalle varie lobby che vogliono meno regole possibili e fare tutto in
fretta.
I rischi per la salute per chi "dona" i gameti e la possibilità del business
Spulciando il documento, dicevamo,
le perplessità aumentano. Quando si parla delle donatrici di gameti
femminili, ad esempio, si premette che: «La donazione degli
ovociti richiede stimolazione ovarica con monitoraggio e recupero degli
ovociti. Comporta quindi, a differenza della donazione di gameti
maschili, considerevoli disagio e rischi per la donatrice». Poi ecco il consiglio: «È
fortemente raccomandato per la donatrice degli ovociti e per il suo
partner (se esistente) una valutazione e consulenza psicologica fornita
da un professionista». Tutte le donatrici di ovociti, precisa
ancora il documento, «devono essere informate esplicitamente dei rischi e
degli effetti collaterali annessi alla stimolazione ovarica e recupero
degli ovociti; questa consulenza deve essere documentata nel consenso
medico informato». Poi si sottolinea che la donazione è un «atto
volontario, altruista, gratuito» e che «non potrà esistere una
retribuzione economica» anche se «non si escludono forme di
incentivazione». Di che tipo non si sa.
Domanda: perché una donna dovrebbe sottoporsi gratuitamente (o una qualche “incentivazione”) ad una pratica così invasiva e rischiosa per il proprio corpo qual è quella della stimolazione ovarica? Non c’è il rischio che dietro la presunta gratuità o il paravento del rimborso spese nasca e si sviluppi un vero e proprio mercato e magari lo sfruttamento di donne costrette alla “donazione” dalla propria povertà?
E sul piano psicologico che conseguenze avrebbe, all’interno della relazione di coppia, l’eventuale decisione di uno dei due partner di donare i propri gameti per il solo «“bene della salute riproduttiva” di un’altra coppia», come recita il documento?
Domanda: perché una donna dovrebbe sottoporsi gratuitamente (o una qualche “incentivazione”) ad una pratica così invasiva e rischiosa per il proprio corpo qual è quella della stimolazione ovarica? Non c’è il rischio che dietro la presunta gratuità o il paravento del rimborso spese nasca e si sviluppi un vero e proprio mercato e magari lo sfruttamento di donne costrette alla “donazione” dalla propria povertà?
E sul piano psicologico che conseguenze avrebbe, all’interno della relazione di coppia, l’eventuale decisione di uno dei due partner di donare i propri gameti per il solo «“bene della salute riproduttiva” di un’altra coppia», come recita il documento?
Il rebus dei costi
Poi una certa mentalità eugenetica fa capolino allorché si legge che «Non
esiste un metodo per garantire in maniera assoluta che nessun agente
infettivo possa essere trasmesso attraverso la donazione di ovociti. Comunque
le seguenti linee guida, combinate con un adeguata anamnesi e
l’esclusione di soggetti ad alto rischio per HIV e altre malattie
sessualmente trasmissibili, possono significativamente ridurre tali
rischi». Segue un lungo elenco di esami a cui l’aspirante donatrice
dovrà sottoporsi per poter essere ammessa a donare.
Un altro aspetto poco chiaro sono i costi a carico del Servizio sanitario nazionale. Sarà gratuito per le donne che non superano i 43 anni di età mentre tutte le altre, se vorranno iniziare la pratica, dovranno mettere mano al portafogli. Domanda: ma se, come dice la Consulta, avere un figlio è un diritto «incoercibile» perché lo Stato non dovrebbe impegnarsi a garantirlo, al minor costo possibile con il pagamento del ticket o addirittura gratis, a tutti?
E siccome una procedura di fecondazione eterologa ha costi enormi, che vanno dalle indagini di screening per la selezione dei donatori al test del seme, dall'eventuale rimborso per le giornate di lavoro perdute dei donatori al costo dei farmaci per l'induzione all'ovulazione, il Servizio sanitario nazionale è in grado di sostenere, in tutto o in parte, tutti questi costi?
Un altro aspetto poco chiaro sono i costi a carico del Servizio sanitario nazionale. Sarà gratuito per le donne che non superano i 43 anni di età mentre tutte le altre, se vorranno iniziare la pratica, dovranno mettere mano al portafogli. Domanda: ma se, come dice la Consulta, avere un figlio è un diritto «incoercibile» perché lo Stato non dovrebbe impegnarsi a garantirlo, al minor costo possibile con il pagamento del ticket o addirittura gratis, a tutti?
E siccome una procedura di fecondazione eterologa ha costi enormi, che vanno dalle indagini di screening per la selezione dei donatori al test del seme, dall'eventuale rimborso per le giornate di lavoro perdute dei donatori al costo dei farmaci per l'induzione all'ovulazione, il Servizio sanitario nazionale è in grado di sostenere, in tutto o in parte, tutti questi costi?
Conoscere il donatore è un diritto del bambino nato da eterologa
Poi c’è la questione della possibilità del nato di chiedere, dopo i 25 anni di età, di conoscere l’identità del donatore se questi è d’accordo. L’accordo raggiunto dalle regioni non affronta questo problema, forse perché si è consapevoli della difficoltà di farlo e del fatto che, ancora una volta, tocca a una legge normare questo aspetto.È evidente che, se si vogliono tutelare i figli dell’eterologa, occorre fare una legge che riconosca loro il diritto di conoscere le proprie origini genetiche sia per un motivo psicologico che per un motivo strettamente medico. Solo conoscendo i propri genitori genetici, infatti, il bambino potrà conoscere le patologie o i rischi di contagio di alcune patologie genetiche.
Senza dimenticare che, come dimostrato da diversi studi psicologici, i bambini nati da eterologa, esattamente come quelli adottati, una volta divenuti adulti hanno il desiderio fortissimo di risalire alle loro origini e conoscere chi li ha generati. Ecco perché l’accordo nella Conferenza delle regioni non basta e senza un tempestivo intervento del Parlamento rischia di rivelarsi un grosso assist ai centri privati che in questo modo potranno partire in una situazione di sostanziale deregulation. A farne le spese, come sempre, è soggetto debole, cioè il figlio.
Fonte: famigliacristiana.it
Uteri in affitto - Le regole per affittare una madre
E’ sorprendente che qualcuno si sorprenda. Stiamo parlando della
vicenda del piccolo Gammy, oramai nota in tutto il mondo e che Avvenire
ha seguito sin dall’inizio: una coppia benestante australiana paga una
donna thailandese per una gravidanza surrogata, e quando nascono due
gemelli, la coppia prende con sé la bambina sana e lascia alla donna il
fratellino Down, che lei non aveva voluto abortire.
La generale reazione commossa e indignata è certo segno di un qualche residuo di pietà che ancora alberga in un mondo umanamente desertificato, ma al tempo stesso è la dimostrazione lampante di quanto non si sia capito, o non si voglia capire, circa il mercato della riproduzione umana che detta le sue leggi in nome dei cosiddetti "nuovi diritti": un’espressione molto politically correct, che nei fatti si traduce in forme contrattuali di maternità.
Il piccolo Gammy è nato in violazione di un contratto di maternità conto terzi. Non si conoscono i dettagli dell’accordo che lo riguarda, ma sappiamo bene che l’utero in affitto è una pratica basata su contratti molto precisi che definiscono in modo rigoroso i doveri delle donne che si impegnano a portare avanti una gravidanza a pagamento. In rete si trovano facilmente i modelli utilizzati in alcuni Paesi occidentali come Canada e Gran Bretagna, o in Stati Usa come la California. Per i Paesi terzi, invece, li conosciamo per lo più dalle ong che si occupano dei diritti (mancati) delle donne, le quali spesso acconsentono a testi che non sono in grado neppure di leggere.
Ci sono differenti modalità di gravidanze a pagamento: una è quella "tradizionale", quando la donna che partorisce è la stessa che fornisce anche l’ovocita, e quindi condivide con il nascituro il patrimonio genetico. L’altra è "gestazionale", se invece il bambino che nascerà è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e proviene dalla "madre intenzionale", cioè quella che ha commissionato la gravidanza, o da una "donatrice" terza, sconosciuta.
Il contratto è stipulato in forma diversa a seconda di chi contribuisce geneticamente e biologicamente al concepimento: una "donatrice" non è mai considerata, mentre l’eventuale marito della madre surrogata viene sempre incluso nell’accordo.
I contratti regolano gli obblighi della madre surrogata, un vero e proprio incubatore umano a cui vengono pagate tutte le spese mediche e correlate alla gravidanza, compresi i compensi più o meno espliciti, solo se si attiene strettamente ai comportamenti specificati nel testo sottoscritto.
Solitamente il padre genetico, o la coppia committente, obbligano la gestante a seguire le disposizioni di un medico di fiducia indicato dalla coppia stessa, e spesso è specificato che, nel caso in cui sia urgente una decisione medica durante la gravidanza e non sia stato possibile contattare la coppia, l’ultima parola spetta al medico di fiducia, e non alla madre surrogata.
La donna che affitta il proprio utero deve sottoporsi a tutti gli esami clinici proposti dal medico designato, e si specifica sempre che fra questi c’è l’amniocentesi e ogni altro esame ritenuto opportuno per verificare lo stato di salute del nascituro.
Nel caso di malformazioni e handicap del feto, la decisione di abortire spetta solamente alla coppia committente, o solo al padre genetico se la surrogata ha fornito il proprio ovocita. Se la madre surrogata si rifiuta, il contratto è violato e non ci sono più obblighi reciproci, se non quello della gestante di restituire le somme già ricevute per portare avanti la gravidanza fino a quel punto.
Lo stesso accade nel caso di gravidanze plurigemellari; nei contratti è sempre previsto l’aborto selettivo, per evitare che nasca un numero di bambini superiore a quello pattuito, e solitamente valgono le stesse condizioni dell’aborto di feti malformati: se la donna incinta si rifiuta il contratto è nullo.
A volte si disciplina nel dettaglio cosa accade se invece la malformazione è scoperta troppo tardi, quando non è più possibile abortire, o addirittura alla nascita. In questi casi la coppia committente si impegna a pagare tutte le spese finché il neonato non è dato in adozione, il che, concretamente, spesso equivale al suo abbandono in strutture apposite. Se però si stabilisce che l’handicap del bambino è stato causato da comportamenti inadeguati della madre surrogata, sarà questa a doversene assumere la responsabilità, oltre a restituire tutti i soldi ricevuti in gravidanza.
I contratti, infatti, prevedono oltre all’obbligo degli esami clinici, rigorosi stili di vita: niente fumo, anche passivo, niente alcol, niente droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di mettere su chili di troppo rispetto al peso considerato opportuno dal medico, divieto di bere più di una tazza di caffè al giorno, divieto di trasportare o cambiare la lettiera del gatto, divieto di fare uso di dolcificanti, divieto di stare in prossimità di qualunque sostanza spray, dalla lacca per capelli ai pesticidi, e via dicendo.
È chiaro che, in caso di nato malformato, non è difficile trovare un pretesto per darne la responsabilità alla madre surrogata. Alcuni contratti poi prevedono espressamente che, se al momento della nascita il bambino ha bisogno di supporti vitali o di essere rianimato, la decisione in merito è solo del padre genetico (o della coppia committente) e non della donna che lo ha partorito. Se questa non concorda, e interviene diversamente per cercare di sostenere la vita del neonato, il contratto si considera interrotto e sarà lei ad assumersi da quel momento in poi la responsabilità del piccolo sotto tutti i punti di vista, a partire da quello economico, ovviamente.
La generale reazione commossa e indignata è certo segno di un qualche residuo di pietà che ancora alberga in un mondo umanamente desertificato, ma al tempo stesso è la dimostrazione lampante di quanto non si sia capito, o non si voglia capire, circa il mercato della riproduzione umana che detta le sue leggi in nome dei cosiddetti "nuovi diritti": un’espressione molto politically correct, che nei fatti si traduce in forme contrattuali di maternità.
Il piccolo Gammy è nato in violazione di un contratto di maternità conto terzi. Non si conoscono i dettagli dell’accordo che lo riguarda, ma sappiamo bene che l’utero in affitto è una pratica basata su contratti molto precisi che definiscono in modo rigoroso i doveri delle donne che si impegnano a portare avanti una gravidanza a pagamento. In rete si trovano facilmente i modelli utilizzati in alcuni Paesi occidentali come Canada e Gran Bretagna, o in Stati Usa come la California. Per i Paesi terzi, invece, li conosciamo per lo più dalle ong che si occupano dei diritti (mancati) delle donne, le quali spesso acconsentono a testi che non sono in grado neppure di leggere.
Ci sono differenti modalità di gravidanze a pagamento: una è quella "tradizionale", quando la donna che partorisce è la stessa che fornisce anche l’ovocita, e quindi condivide con il nascituro il patrimonio genetico. L’altra è "gestazionale", se invece il bambino che nascerà è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e proviene dalla "madre intenzionale", cioè quella che ha commissionato la gravidanza, o da una "donatrice" terza, sconosciuta.
Il contratto è stipulato in forma diversa a seconda di chi contribuisce geneticamente e biologicamente al concepimento: una "donatrice" non è mai considerata, mentre l’eventuale marito della madre surrogata viene sempre incluso nell’accordo.
I contratti regolano gli obblighi della madre surrogata, un vero e proprio incubatore umano a cui vengono pagate tutte le spese mediche e correlate alla gravidanza, compresi i compensi più o meno espliciti, solo se si attiene strettamente ai comportamenti specificati nel testo sottoscritto.
Solitamente il padre genetico, o la coppia committente, obbligano la gestante a seguire le disposizioni di un medico di fiducia indicato dalla coppia stessa, e spesso è specificato che, nel caso in cui sia urgente una decisione medica durante la gravidanza e non sia stato possibile contattare la coppia, l’ultima parola spetta al medico di fiducia, e non alla madre surrogata.
La donna che affitta il proprio utero deve sottoporsi a tutti gli esami clinici proposti dal medico designato, e si specifica sempre che fra questi c’è l’amniocentesi e ogni altro esame ritenuto opportuno per verificare lo stato di salute del nascituro.
Nel caso di malformazioni e handicap del feto, la decisione di abortire spetta solamente alla coppia committente, o solo al padre genetico se la surrogata ha fornito il proprio ovocita. Se la madre surrogata si rifiuta, il contratto è violato e non ci sono più obblighi reciproci, se non quello della gestante di restituire le somme già ricevute per portare avanti la gravidanza fino a quel punto.
Lo stesso accade nel caso di gravidanze plurigemellari; nei contratti è sempre previsto l’aborto selettivo, per evitare che nasca un numero di bambini superiore a quello pattuito, e solitamente valgono le stesse condizioni dell’aborto di feti malformati: se la donna incinta si rifiuta il contratto è nullo.
A volte si disciplina nel dettaglio cosa accade se invece la malformazione è scoperta troppo tardi, quando non è più possibile abortire, o addirittura alla nascita. In questi casi la coppia committente si impegna a pagare tutte le spese finché il neonato non è dato in adozione, il che, concretamente, spesso equivale al suo abbandono in strutture apposite. Se però si stabilisce che l’handicap del bambino è stato causato da comportamenti inadeguati della madre surrogata, sarà questa a doversene assumere la responsabilità, oltre a restituire tutti i soldi ricevuti in gravidanza.
I contratti, infatti, prevedono oltre all’obbligo degli esami clinici, rigorosi stili di vita: niente fumo, anche passivo, niente alcol, niente droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di mettere su chili di troppo rispetto al peso considerato opportuno dal medico, divieto di bere più di una tazza di caffè al giorno, divieto di trasportare o cambiare la lettiera del gatto, divieto di fare uso di dolcificanti, divieto di stare in prossimità di qualunque sostanza spray, dalla lacca per capelli ai pesticidi, e via dicendo.
È chiaro che, in caso di nato malformato, non è difficile trovare un pretesto per darne la responsabilità alla madre surrogata. Alcuni contratti poi prevedono espressamente che, se al momento della nascita il bambino ha bisogno di supporti vitali o di essere rianimato, la decisione in merito è solo del padre genetico (o della coppia committente) e non della donna che lo ha partorito. Se questa non concorda, e interviene diversamente per cercare di sostenere la vita del neonato, il contratto si considera interrotto e sarà lei ad assumersi da quel momento in poi la responsabilità del piccolo sotto tutti i punti di vista, a partire da quello economico, ovviamente.
Non mancano aspetti surreali, che farebbero sorridere se non
fossero parte di un dramma. Come le forme contrattuali proposte da una
onlus inglese che si occupa di pratiche di surroga, la quale propone
questionari specifici per madri surrogate e coppie committenti, diversi
se la coppia è etero o omosessuale. La coppia committente deve
dichiarare se è disposta a entrare in contatto con una madre surrogata
che sia al momento o sia stata in passato una fumatrice o una
consumatrice di alcol, che sia obesa, o che abbia forti convinzioni
religiose: in quest’ultimo caso, infatti, potrebbe essere «prevenuta
dall’accettare certe procedure mediche come l’interruzione di gravidanza
o le trasfusioni». Fumo, alcol e fede religiosa, insomma, possono
essere nocive per la salute.
Il piccolo Gammy è nato perché la donna che lo portava in grembo a pagamento ha rinunciato ad abortire e ha avuto il coraggio e la possibilità di far conoscere la sua storia. Non sapremo mai quanti come lui sono stati abortiti per contratto, così come non sapremo mai quanti Gammy mancano all’appello perché abortiti nel ricco mondo occidentale, senza alcun bisogno di obblighi contrattuali: la chiamano libertà di scelta, ma non è poi una storia così diversa da quella che ci è arrivata dalla Thailandia. È sorprendente che qualcuno ancora si sorprenda.
Il piccolo Gammy è nato perché la donna che lo portava in grembo a pagamento ha rinunciato ad abortire e ha avuto il coraggio e la possibilità di far conoscere la sua storia. Non sapremo mai quanti come lui sono stati abortiti per contratto, così come non sapremo mai quanti Gammy mancano all’appello perché abortiti nel ricco mondo occidentale, senza alcun bisogno di obblighi contrattuali: la chiamano libertà di scelta, ma non è poi una storia così diversa da quella che ci è arrivata dalla Thailandia. È sorprendente che qualcuno ancora si sorprenda.
Fonte: avvenire.it
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