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martedì 23 settembre 2014

Un Papà e Sua Figlia Down: una Video–Confessione che svela Paura, Amore e Vita


I sentimenti più veri di un padre davanti ad un evento sconvolgente

heat1Qualche tempo fa sul Daily Mail comparve un’intervista ad un pilota e agente dell’FBI.
L’articolo non trattava di alcuna missione segreta, tantomeno di come gli agenti dell’Intelligence americana venivano addestrati, ma semplicemente la confessione di un padre all’indomani della scoperta di un fatto molto personale.
L’articolo è molto attuale e descrive il sentimento di un papà davanti ad evento che non puoi controllare, come la nascita di un bambino.

Si chiama Heath White, ed ha raccontato con tutta la fragilità di un essere umano di come abbia accolto nella sua vita sua figlia, affetta dalla sindrome di Down.

“Paisley (la bimba ndr) è la luce nell’oscurità, l’ispirazione della mia vita e della mia famiglia” racconta Heat.
Ma non era questo il sentimento che dominava il suo cuore nel 2007, quando cioè scoprì che sua moglie Jennifer aspettava una bambina Down.
Lui, che ambiva alla perfezione, come lo dimostravano i suoi successi al college, e dopo nella sua carriera militare, pensava che questa bambina avrebbe rovinato la sua vita.
Il mio unico pensiero era cosa avrebbe detto di me la gente. Fu molto triste. Sapere di aspettare un bambino Down è un’esperienza simile alla morte, così mi sentivo. Come se avessi avuto un bambino “rotto””.
Heat addirittura tentò di convincere la moglie Jennifer ad abortire, ma fortunatamente le cose andarono diversamente.
Jennifer invece tentò di fargli sentire quel sentimento d’amore che lei provava, che lei voleva quella bimba con tutta sè stessa, che non sarebbe riuscita a vivere senza di lei.

heat2Paisley nacque il 16 marzo 2007, e le sue sorelle maggiori e la sua famiglia la accolsero con amore.

Ma mentre la piccola rideva nelle foto, Heat non riusciva a stabilire alcun legame con lei.
La nonna commentò che quasi non sembrava Down, ma lui sapeva che era una bugia.
E’ stato solo dopo qualche tempo che Heat realizzò che Paisley non era differente dagli altri bambini.
La svolta avvenne quella volta che Paisley cominciò a ridere al solletico del papà, tentando di spingerlo via: “Il suo sorriso, e le sue risate, il suo reagire a me, in quel momento capii che lei era come tutti gli altri bambini. Era la mia bambina” racconta.

Capì a quel punto che doveva dimostrare quanto lui fosse orgoglioso di lei.

Prima che Paisley nascesse Heat aveva partecipato a una serie di gare di corsa, e a un certo momento capì che avrebbe ricominciato. Questa volta però con lei.
Si dotò allora di uno speciale passeggino, e ricominciò a gareggiare nelle maratone. E a vincere.
“Eravamo solo io e lei, e nessun altro. Riguardando le foto mi ritornano in mente quei bei momenti” dice Heat al Daily Mail.
E quando la bimba compì 5 anni, le insegnò a correre da sola, non aveva nessun problema a farlo.
Insieme hanno corso oltre 300 miglia di maratone, il che, per un bimbo affetto da Sindrome di Down è un traguardo ragguardevole.
Heat decise, quando la piccola aveva circa 18 mesi, di scriverle una lettera, pubblicata poi sotto forma di video sul sito di Sport ESPN.
?????????????????????????Il video si intitola Perfect, e racconta il sentimento di un papà, e di come egli ami sua figlia al di sopra di ogni cosa.
Heat sa che questo potrebbe ferire la piccola Paisley in futuro, ma spera allo stesso tempo di dimostrarle il grande amore che lui prova per lei, e incoraggiare anche altri genitori che come lui si sentono preoccupati: non sono soli.
Nessuno sapeva come mi sentivo prima che Paisley nascesse, e se posso aiutare anche una sola persona a non fare l’errore che stavo per commettere anche io, varrà il dolore che posso provocare nella mia piccolo, perchè anche lei possa capire il dolore che io ho provato” continua Heat.


Fonte: sindromedidownpesaro.it


martedì 24 dicembre 2013

Gli Angeli sulla Terra

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Si racconta che un giorno dal cielo il Signore Iddio stava osservando come si comportavano gli uomini sulla terra. Fra loro regnava la desolazione.
«Sono più di 5 miliardi gli uomini sulla terra e ancora sembrano pochi per accogliere tutta la grandezza dell’amore» disse fra sé.
Vide che vi erano tanti fratelli in guerra; sposi e spose che non si sopportavano più; ricchi e poveri che si disprezzavano divisi fra loro; sani e ammalati lontani e indifferenti gli uni dagli altri; netta separazione e distinzione tra liberi e schiavi…
Un bel giorno il Signore riunì un esercito di angeli e disse loro:
«Avete visto gli esseri umani? Hanno bisogno di aiuto! Sarà necessario che voi andiate giù sulla terra in mezzo a loro».
«Noi?» chiesero gli angeli preoccupati ed emozionati, anche se pieni di fede.
«Sì – continuò il Signore – voi siete proprio le persone adatte. Nessun altro potrebbe assolvere l’incarico che sto per darvi. Ascoltate: quando ho creato l’uomo, l’ho fatto ad immagine e somiglianza mia, ma con talenti speciali per ognuno. Ho desiderato differenze fra loro, perché tutti insieme formassero il Regno. Così ho progettato per loro il mio piano. Alcuni dovevano essere molto ricchi per poter dividere le proprie ricchezze con i poveri; altri dovevano godere di buona salute per poter aver cura degli ammalati. Alcuni dovevano essere saggi e altri molto semplici, per manifestare tra loro sentimenti di amore, di ammirazione e di rispetto. I buoni dovevano pregare per coloro che si comportavano come se fossero cattivi. Il paziente e mansueto doveva tollerare il nervoso e collerico… ma… ma tutto questo non è stato!
Voglio fermamente che il mio piano si realizzi, perché desidero che l’uomo possa godere, già nella sua esistenza sulla terra, la felicità eterna. Per realizzarlo voi andrete laggiù sulla terra con loro!»
«Ma di che si tratta?» domandarono gli angeli un po’ inquieti.
Allora il Signore spiegò ogni cosa:
«Siccome gli uomini hanno dimenticato che li ho creati distinti e diversi tra loro, perché si completassero gli uni gli altri così da formare il corpo del mio amato Figlio, e inoltre sembra che non si rendano conto che io li voglio differenti perché raggiungano la perfezione, voi stessi andrete sulla terra con loro dotati di varie “distinzioni”».
E diede a ciascuno il suo incarico:
«Tu avrai memoria e capacità di concentrazione superlativa: sarai cieco.
Tu avrai pensieri profondi, scriverai libri, sarai poeta: avrai paralisi cerebrale infantile.
A te darò il dono dell’amore personificato, ci saranno molti altri come te su tutta la terra e non ci sarà distinzione di razza, perché tutti avranno la faccia, gli occhi, le mani e il corpo come se fossero fratelli di sangue: avrai sindrome di Down.
Tu sarai piccolo di statura, ma la tua simpatia e il tuo senso dell’umore arriveranno fino al cielo: sarai osteocondrodisplasico (di bassa statura).
Tu userai la creazione nel mondo, che io ho pianificato per gli uomini. Avrai un’alterazione mentale e mentre gli altri si preoccuperanno per i progressi scientifici e tecnologici, tu ti arricchirai osservando una formica, un fiore. Sarai felice, molto felice, perché amerai tutti e non giudicherai nessuno. Vivrai sulla terra, ma la tua mente si manterrà in cielo: preferirai ascoltare la mia voce piuttosto che quella degli uomini: avrai autismo.
Tu sarai abile come nessun altro: sarai focomelico e farai tutto con le gambe e con la bocca.
Infine all’ultimo angelo disse:
Tu sarai un genio, ti toglierai le ali prima di andare sulla terra e andrai laggiù con la spina dorsale aperta, gli uomini ripareranno il tuo corpo però dovrai darti da fare per trionfare: avrai mielomeningocele, che significa “miele venuto dal cielo”».
Gli angeli si sentirono felici con le “distinzioni” del Signore, però provarono grande pena al pensiero di doversi allontanare dal cielo per compiere la loro missione e chiesero al Signore:
«Quanto tempo dovremmo vivere senza vederti? Quanto tempo lontano da te?»
«Non preoccupatevi, starò con voi tutti i giorni. Comunque al massimo questa esperienza durerà dai sessanta agli ottanta anni terrestri».
«Sta bene, Padre. Sarà come tu dici. 80 anni sono un istante nell’orologio eterno, ci rivedremo qui tra poco!» dissero gli angeli all’unisono e discesero sulla terra emozionati.
Ognuno giunse al ventre di una madre. Lì si formarono durante 6, 7, 8 o 9 mesi. Alla nascita furono accolti con profondo dolore, causarono paura e angustia.
Alcuni genitori ricusarono il peso e il compito, altri l’accettarono come allibiti, altri si sentirono in colpa fino a rompere il matrimonio e dividersi e altri ancora piansero con amore e accettarono il loro dovere.
In ogni modo, qualunque sia stata la sorte di ciascuno, siccome gli angeli conoscono la loro missione e possiedono le virtù della fede, della speranza e della carità – e tante altre ancora, tutte governate dall’amore – hanno saputo perdonare ed ora con grande pazienza passano la vita illuminando tutti coloro che hanno voluto amarli.
Continuano a giungere angeli sulla terra con spiriti superiori in corpi limitati e continueranno ad arrivare finché ci saranno uomini sul pianeta.
Dio vuole che stiano tra noi per darci l’opportunità di lavorare per loro, di imparare da loro. Lavorare è servire, servire è vivere, vivere è amare, perché la vita ci è stata data per questo. «Colui che non vive per servire, non serve per vivere».

Fiaba sudamericana
Traduzione di don Mario Castagnini

mercoledì 20 novembre 2013

Le cose viste con Letizia. Storia di una ragazza affetta da sindrome di Down (e delle sue splendide fotografie)

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Ha 22 anni, lavora in un asilo nido e scatta foto perché «i posti sono bellissimi». La sua prima mostra sosterrà la Fondazione dedicata a Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome di Down. «Un medico che curava le persone come me»

«Devo venire con voi, se no il biglietto gratis non ve lo fanno». Nel weekend di debutto dell’ultima pellicola di Checco Zalone Letizia Morini è contesissima dai suoi familiari. I ragazzi Down al cinema entrano gratis e così la persona che li accompagna. Consapevole di essere la sola e unica titolare legittima del privilegio, Letizia si concede con misura. Del resto il weekend è il suo momento di svago. Quando stai tutta la settimana a lavorare in mezzo a bimbi di età compresa tra gli uno e i due anni, i sabati e le domeniche sono sacri, tempo libero da impiegare senza scocciature.
Maria Letizia Morini oggi ha 22 anni. Sua mamma Ester ha capito che aveva la sindrome di Down una mattina in ospedale a Pesaro. Prima, nel turbinio degli ormoni e delle emozioni del dopo parto, Ester era solo interdetta perché i medici non si decidevano a dimetterla mentre a casa l’aspettavano altre due bambine, Martina di 6 anni e Giovanna di 3. Tanta gente che veniva a trovarla, qualcuno, ricorda oggi, con una frequenza sospetta. Intanto lei, insegnante di storia dell’arte, guardava la sua Letizia scherzando sul fatto di non trovarla bellissima. Non che le importasse. Però c’erano tante cose che non tornavano quei giorni.
Poi una mattina Maurizio è entrato in stanza e sono bastati i suoi occhi rossi a capire: «È Down, vero?». Marito e moglie non hanno bisogno di parlarne. «È figlia nostra, la teniamo». Uscendo dall’ospedale Ester guarda l’amica Daniela: «Cosa farà quando io non ci sarò più?». «Non pensare a queste cose. Ci penseremo quando sarà ora. Vivi adesso, vivi il presente». «Che per me voleva dire – racconta oggi Ester –: fai tutto, una cosa alla volta».
Una cosa alla volta. E l’elenco non è diverso da quello di qualunque neogenitore. Il passeggino, il seggiolino per la macchina, i pannolini, il latte. E poi, certo, c’è quella parola che in casa continua a girare: Down. A pochi mesi di vita Letizia viene operata al cuore, come accade a quasi tutti i bambini nati con la sua stessa sindrome. Martina, 6 anni, un giorno va dalla mamma: «Down, non è solo una cosa che riguarda il cuore, vero?».
Ester e Maurizio aspettavano questo momento. La neuropsichiatra che li seguiva si era raccomandata: aspettate che siano le sorelle a porre il problema, vivete normalmente. Una cosa alla volta, appunto. «Vedi Martina, Down sono quei bambini con gli occhi un po’ distanti, la lingua particolarmente grande, l’alluce divaricato dalle altre dita dei piedi. E poi parlano più tardi degli altri, camminano più tardi degli altri». Martina li guarda sorridendo come a mandarli bonariamente a quel paese, con un modo di fare che ha ancora oggi: «Eh, esagerati! La Letizia mica è così!». «Lei non vedeva un elenco di difetti. Vedeva sua sorella».
Il 24 novembre Maria Letizia Morini inaugurerà, nel centro di Pesaro, la sua prima personale di fotografia. Circa un centinaio di immagini selezionate e preparate con l’aiuto dei genitori, delle sorelle e degli amici. Ci sono Caltagirone, il porto di Pesaro coperto dalla neve, coppie di amici di famiglia, coltelli, tanti particolari di cibo. E ancora: piedi, medicine, interni di borse. Perle estratte da un archivio di circa 7 mila immagini. Si occupa lei di trasferire le foto dalla macchina al computer, mamma Ester non è capace. Non guarda spesso i frutti del suo lavoro, quello che le interessa è il momento dello scatto.
Il babbo e la Canon nuova
Se le si chiede il perché di questa mostra, che comunque la inorgoglisce non poco, risponde: «Le foto le faccio io e i posti sono bellissimi. Io amo fare le fotografie, me lo ha insegnato il babbo». Quel babbo che un giorno è tornato a casa con una Canon da 600 euro. Era stata Letizia a insistere: la macchinetta digitale della cresima delle sorelle non le bastava più. «E c’era bisogno di spendere così tanto?». Ester si arrabbia: va bene tutto ma come si fa? Non ne vale la pena. Come se in casa si navigasse nell’oro. E se poi le cade?
In tutti questi anni la Canon non è mai caduta. Letizia se la porta dietro dappertutto. C’è anche chi le ha chiesto di fare foto al proprio matrimonio, ma lei accetta l’ingaggio solo per la festa. «In Chiesa le foto non si fanno», sentenzia.
Dal 2008 lavora in una scuola paritaria della città, La Nuova Scuola, l’istituto che ha frequentato lei stessa con un insegnante di sostegno fin dall’asilo. Dopo il diploma di scuola media si poneva il problema di cosa fare. I suoi amici andavano al liceo, le uniche scuole attrezzate per accogliere una persona come Letizia erano l’istituto d’arte e l’alberghiero. Non era quello che cercavano. Così Ester e Maurizio cominciano ad interessarsi per un lavoro. La collaborazione con gli assistenti sociali si interrompe quando l’unica proposta che arriva è quella di frequentare una scuola per disabili. Poi ecco, inaspettata, la proposta de La Nuova Scuola: un lavoro all’asilo nido.
Letizia entra come aiuto bidella e dopo tre anni diventa aiutante delle maestre. Porta i bimbi al bagno, li imbocca al momento del pranzo, li consola quando piangono, consegna loro le giacche e li restituisce ai genitori alla fine della giornata. Lei, che generalmente con la memoria ha un po’ di problemi, sui nomi dei bambini e quelli dei rispettivi genitori non ha mai un’esitazione. Quando glielo si chiede risponde che il lavoro le piace, è impegnativo. I colleghi? Alcuni le vanno a genio, altri meno. Non manca di dire la sua anche sull’educazione dei bambini.
Letizia ama parlare da sola. Una volta Ester l’ha trovata impegnata in una lunga conversazione con se stessa all’asilo e l’ha sgridata. «Può farlo in casa, è una cosa che la rilassa, ma durante il lavoro no». Lei e Maurizio su questo sono categorici. Un giorno Ester va a prenderla alla Nuova Scuola. Arrivando sente la voce inconfondibile della sua ragazza. «Ecco, ci risiamo», pensa mentre corre verso l’aula. Ad ogni passo la rabbia monta, i nervi si tendono. Ester è pronta a esplodere quando apre la porta e trova Letizia che arringa una ventina di bambini. Seduti, immobili, nessuno fiata. Diavoletti sotto il metro trasformati in agnelli mansueti.
Il libro e la Fondazione Lejeune
«Durante la mostra venderemo un libro con le foto di Letizia – spiega la famiglia Morini – e il ricavato andrà alla fondazione Lejeune». «Ti ricordi chi era Lejeune?». «Uno che aveva una figlia come me, vero?» «Non proprio. Curava i bambini come te e li trattava tutti come suoi figli. Abbiamo visto una foto del dottore insieme a una bambina Down che ti somigliava tantissimo. Tant’è vero che la guardavi e dicevi: “è uguale a me”». In effetti l’idea di organizzare le foto di Letizia in una esposizione è nata dopo l’incontro con la figura del genetista francese scopritore della sindrome di Down, conosciuto tramite la mostra dedicatagli dal Meeting di Rimini nell’agosto dello scorso anno e portata pochi mesi dopo a Pesaro.
«Non c’era mai stata una risposta così forte della città a una mostra del Meeting. Sono venute autorità e gente comune, anche diverse classi di scuole statali che per la mostra di Letizia hanno scritto dei testi bellissimi», spiega Ester. «Non c’erano solo genitori di bambini disabili, ma chiunque. Io credo che sia una cosa che interessa perché su questi ragazzi c’è un margine di bellezza straordinario».
La “letteratura” sul tema dice che offrire tanti stimoli a un Down è fondamentale per la sua crescita. Dal nuoto all’ippoterapia. «Tutte cose buone e utili ma la cosa che ci ha aiutato di più è stata la neuropsichiatra da cui ci siamo recati per due anni una volta ogni due mesi. Ogni volta ci chiedeva come stavamo io e Maurizio, come andavano le cose tra noi. Se parti dallo stimolo che devi dare al bambino non ne esci più. Esattamente come accade con qualunque altro figlio».
Per inaugurare la mostra Letizia progetta un bel rinfresco. Ci devono essere pizzette, acqua e prosecco per tutti. Alle feste tiene molto. Il suo compleanno, il 17 aprile, è un evento con tema diverso ogni anno, agli ospiti è richiesto un certo grado di eleganza. Lo stesso che lei tiene per se stessa, con la passione per i vestiti e la minuziosa cura del corpo che ha imparato dalle sorelle. Per il giorno del rinfresco della mostra sarà previsto uno strappo alla dieta. La dieta di Letizia non si perde nell’identificazione di carboidrati e proteine ma draconianamente prevede una divisione a metà di tutto ciò che il suo vorace appetito le fa venire in mente: «Invece di mangiare una pizzetta ne mangio metà oppure solo il primo o solo il secondo». Ciononostante l’esame periodico della pancetta la fa esplodere nell’ormai proverbiale esclamazione: «Maledetta piadina!».
«È vero, siamo dei privilegiati»
La mostra del Meeting di Rimini su Jerome Lejeune, a Pesaro, è stata accompagnata da raccolte fondi e un incontro con il dottor Pierluigi Strippoli, professore di Biologia applicata all’università di Bologna e responsabile del laboratorio di Genomica dell’ateneo. Lavorando sulla strada di Lejeune, Strippoli è convinto che prima o poi la trisomia 21 si potrà curare. «Della cura per questi ragazzi non si parla mai», osserva Ester notando che le scoperte più note sono quelle che permettono l’identificazione precoce e magari con metodologie non invasive dell’anomalia, preludio, spesso, all’eliminazione precoce del malato. «Dopo che era nata Letizia incontrammo don Giussani che ci disse: sono bambini capaci di chiedere amore, consideratelo un grande privilegio. Non ci ha detto che sono bambini che possono migliorare, che vanno stimolati. Anni dopo, lui era già molto avanti negli anni, si è commosso quando gli abbiamo detto che aveva ragione: siamo dei privilegiati».
Se c’è una battaglia, in questa casa addossata al porto di Pesaro dove tutto ha il passo misurato della normalità, è quella per togliere il recinto intorno alle persone come Letizia. Uno dei cognati di Letizia lavora in una comunità per disabili in cui ci sono anche ragazzi Down. Ogni tanto Letizia si offre di dargli una mano. Come operatore, ovviamente.

di Laura Borselli

Fonte: tempi.it

venerdì 30 agosto 2013

ANTIABORTISTI IN OSPEDALE: DE POLI (UDC), POLEMICHE INUTILI, SOSTENERE LA VITA NON E' UN REATO

"Mi sembra di assistere alle solite polemiche ideologiche inutili. Sostenere la vita non è un reato". Con queste parole il senatore padovano Udc Antonio De Poli si schiera a favore del Movimento per la vita che è sotto accusa dopo l'autorizzazione da parte dell'Usl 16 a entrare nel Polo ospedaliero di Piove di Sacco (Padova). "Stiamo parlando di un servizio di accoglienza e ascolto, sostegno morale e psicologico - spiega De Poli -. Che senso ha questa crociata contro chi vuole promuovere la vita? Nessuno vuole fare il lavaggio del cervello a nessuno. Le donne che arrivano in ospedale per abortire vanno aiutate perché vivono un dramma. La vita deve essere promossa e tutelata con tutti gli sforzi possibili. Pensare di fare la guerra a chi difende la vita è non solo paradossale ma frutto dei soliti schemi ideologici. Si può essere pro o contro l'aborto, ma fare la guerra a un'associazione è pretestuoso. Si possono mettere in discussione semmai - chiarisce De Poli - le modalità di intervento dei volontari, ma la loro presenza in Ospedale è senz'altro positiva". "Mi congratulo con il Direttore generale dell'Usl 16 Brazzale - conclude -. E' un'iniziativa positiva, mi auguro che venga presa ad esempio per altre strutture pubbliche sanitarie in Veneto".
24/08/2013

Fonte: antoniodepoli.it

sabato 13 luglio 2013

Vivere pochi minuti e insegnare tutto




L'incredibile storia del bambino di 19 settimane nato e sopravvissuto solo 23 minuti

L’essenziale non è invisibile agli occhi, non sempre. A volte indossa il mantello della realtà e si mostra. Magari senza dire nulla, ma comunicandoci tutto. Come ha fatto col piccolo Walter Joshua Fretz, di 19 settimane e 3 giorni, nato e sopravvissuto una manciata minuti. Appena il tempo di respirare, di tremare, di farsi stringere da mamma e papà, lasciando la famiglia e chiunque veda le sue fotografie immersi in uno stupore pieno di domande. Perché la vita di questo angelo di passaggio – inutile nasconderlo – a prima vista appare priva di significato. Che senso può infatti avere, per una donna, mettere al mondo una creatura già pronta per il Cielo, e per altri assistere a questo insolito prodigio? La parte razionale, o meglio razionalista di ciascuno di noi, scuote il capo: nessuno. Nessun senso: Walter Joshua non è stato che un inciampo della natura o, per chi ci crede, di Dio.
Questa è la prima risposta che siamo portati a darci, ma non basta. La forza delle immagini infatti non si placa e ci spinge a tornare a fissare quelle dita, minute e tenerissime. La domanda così riemerge: che senso hanno pochi minuti di vita? Minimizzare non serve, un senso ci deve essere; anzi c’è. Perché se ogni figlio è un dono, è impossibile non vi sia una ragione per cui quel batuffolo d’amore è passato a trovarci. Non per nulla, mentre ci interroghiamo, c’è chi ha già una risposta ed è Lexi Fretz, la madre del piccolo, la quale non ha dubbi: accogliere quel figlio, anche se purtroppo per poco, è stato un privilegio. «L’ho preso, l’ho abbracciato – racconta – mentre il suo cuoricino batteva. L’ho tenuto vicino al cuore, ho contato le dita di mani e piedi e l’ho baciato sulla piccola fronte».
In più pare che l’intero popolo del web, nel vedere le foto di quel bimbo così fragile – fragile da vivere il tempo di un abbraccio – si stia commovendo. Il che dimostra che non è affatto vero che la breve esistenza di Walter Joshua, consumatasi in meno di 20 settimane, sia stata inutile: qualcosa, di lui, è rimasto. Anzi, è rimasto molto, forse tutto se si pensa che la vita di ognuno, in realtà, affonda le radici nella dipendenza dal prossimo: nasciamo deboli e, se abbiamo la fortuna di vivere a lungo, deboli moriamo. Non la forza ma l’amore è quindi il filo cui siamo appesi, la mano che, giorno dopo giorno, ci sorregge. Ed è proprio di amore che la breve avventura di questo bambino americano in definitiva ci parla; dell’amore che rende prezioso ogni minuto, ogni istante di quel che ci è concesso di vivere.
Anche se, come nel caso di Walter Joshua, tutto dovesse esaurirsi in pochissimo. Sbaglieremmo se infatti affidassimo aprioristicamente il valore dell’esistenza alle clessidre – chi vive di più, vive meglio -, ai conti correnti - chi più ha, meglio sta – o a qualche altra bilancia: l’essenziale sfugge alla misura, pur essendo misura di tutto. Questo spiega perché il mistero più grande s’annida anche in pochi minuti di vita, anzi soprattutto in quelli. Quando di vitale sembra non esservi nulla, eccetto il respiro; eccetto un cuore piccolissimo che pure batte; eccetto dita sottili come aghi ma comunque decise ad aggrapparsi, a tentare, anche se solo per una volta, a stringere un po’ di quella vita che altri hanno in abbondanza senza riuscire ad apprezzarla. No, l’essenziale non è invisibile agli occhi: è invisibile ai distratti.
di GIULIANO GUZZO
Fonte: giovaniprolife.org