venerdì 15 marzo 2013

AAA cercasi identità


Abbiamo già parlato di identità di genere qualche tempo fa. È un tema sul quale vale la pena ritornare, dato che continua ad essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica ormai da diverso tempo. Un’attenzione che gli viene dedicata soprattutto da chi pretende di far dipendere l’identità sessuale di una persona dal contesto psicologico e culturale piuttosto che dal suo sesso biologico: sto parlando dei sostenitori dell’ideologia del gender.
Non passa giorno in cui sulla stampa o in TV non ci sia un riferimento più o meno esplicito a questo argomento, ora con la notizia di un personaggio famoso che fa coming-out (cioè rivela pubblicamente la sua omosessualità), ora con le polemiche legate alle proposte di legge che vogliono equiparare le coppie omosessuali alla famiglia naturale, ora con la richiesta di concedere l’adozione agli omosessuali.
Non c’è dubbio che l’ossessiva insistenza con cui viene dato spazio a questo tema dai mezzi di comunicazione (i cui messaggi, non dimentichiamolo, passano ancora più facilmente attraverso i social network), non agevola nei bambini e negli adolescenti la maturazione equilibrata della propria identità sessuale.
Ma non favorisce neanche un confronto sereno e pacato su un tema delicato e meritevole di rispetto come è quello dell’omosessualità. Un argomento su cui c’è spesso un approccio estremamente superficiale, banale e condizionato dal pregiudizio ideologico.
C’è un clima di scontro che è alimentato spesso dai media, scrivevo. Sull’identità di genere e sull’omosessualità, poi, negli ultimi anni alcuni programmi per ragazzi hanno battuto con una certa insistenza: mi viene in mente ad esempio il telefilm Dawson’s Creek, che tanto successo ha avuto tra gli adolescenti di alcuni anni fa. Ma non è l’unico esempio. Tempo fa ho visto una puntata dei Simpson dedicata ai matrimoni gay; mi ha fatto ridere ma anche pensare la scena in cui, durante un’assemblea cittadina, gli abitanti di Springfield devono decidere se approvare la proposta di Lisa Simpson di legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ad un certo punto un bambino presente tra i partecipanti viene preso di mira dal bullo di turno, che gli dà del “gay” ed il bambino risponde: “Io non sono gay, non sono niente ancora!”.
Ora, aldilà della battuta divertente, ognuno può vederci quello che vuole dietro queste parole, ma mi sembra certo che le parole “io non sono niente ancora” non sono state messe lì per caso.
Se al disorientamento valoriale che ci circonda si aggiunge la maggiore instabilità e precarietà della famiglia, che priva molti bambini e adolescenti della presenza di uno o di entrambi i genitori, ecco che il lavoro di costruzione della loro identità diventa davvero molto difficile.
Come aiutare allora i ragazzi a definire la propria identità di genere, nel più ampio lavoro di costruzione dell’identità personale, tipico degli anni adolescenziali?
Forse può essere utile ricordare brevemente quali sono le fasi principali della costruzione dell’identità, e per farlo mi atterrò al pensiero dello psicanalista Erik Erikson. Penso che sia ancora più utile oggi, in presenza di una forte corrente ideologica che mette in discussione le differenze antropologiche tra il maschile ed il femminile. Si vuole ignorare la base biologica da cui partire per costruire la propria identità di genere e si pretende di basarsi solo sulle interazione sociali ed educative (senz’altro importanti ma non esclusive) attraverso le quali ognuno possa “scegliere” liberamente se essere maschio o femmina.
Lo psicanalista tedesco parla di otto tappe dello sviluppo psico-sociale di un uomo, e mette proprio nella fase dell’adolescenza il compito di definire la propria identità. Io mi soffermerò solo su alcune di esse, e cioè su quelle che vanno dalla nascita all’adolescenza. Ovviamente si tratta di classificazioni in base all’età che vanno prese con la dovuta flessibilità.
Erikson sostiene che nel primo anno e mezzo di vita il bambino ha bisogno di accudimento, di contatto fisico, di sorrisi, di affetto. Solo se si vedrà circondato dall’affetto delle persone significative potrà maturare la fiducia, attraverso la quale imparerà poco alla volta  a distaccarsi dalla mamma.
La tappa successiva, che va da un anno e mezzo a circa 3 anni, è importante per acquisire l’autonomia che il bambino ottiene attraverso il movimento ed il rapporto con le cose. È un’età in cui è molto importante l’educazione al senso del limite, ossia al rispetto delle regole. A questa età il bambino passa per la prima fase di polarizzazione sessuale, detta di imitazione: comincia a sentirsi dire che è “maschio” o “femmina”, comincia ad accorgersi delle differenze e tende ad imitare il genitore dello stesso sesso. Per questo è importante che quest’ultimo sia un modello positivo e presente, ovvero che sia affettivamente significativo.
La terza tappa, dai 3 ai 6 anni, è la cosiddetta età dei perché. Il bambino comincia a differenziare secondo il sesso il proprio modo di esprimersi, sia nel gioco che nel modo di socializzare con gli altri. La conquista da raggiungere è l’iniziativa, e il mezzo per farlo sono proprio le domande che pone continuamente. In questa fase si parla di polarizzazione sessuale di identificazione, che avviene proprio con il genitore dello stesso sesso attraverso quello che in psicanalisi si definisce complesso di Edipo per i maschi e complesso di Elettra per le femmine. Mi sembra importante sottolineare che affinchè questa identificazione avvenga in maniera corretta, è fondamentale che la relazione tra papà e mamma sia positiva, equilibrata, ricca e caratterizzata da reciproca stima e valorizzazione. Se manca l’intesa affettiva tra i genitori, il processo di identificazione potrebbe non realizzarsi o compiersi in maniera incompleta.
La tappa seguente è quella che va dai 6 agli 11-12 anni. È l’età in cui aumenta la capacità di socializzare, cresce l’interesse per apprendere sempre cose nuove e si sviluppa il pensiero razionale. Il compito che caratterizza questa fase è l’operosità, che aiuta il bambino a vincere il senso di inferiorità che si può sviluppare nell’interazione e nel confronto con gli altri. Aumentano i modelli extra-familiari con cui il bambino di identifica.
L’età successiva ai 12 anni è quella più importante nel processo di costruzione della propria identità. È l’adolescenza, periodo nel quale la persona sente molto forte il bisogno di accettazione e riconoscimento da parte degli altri. Se il processo di costruzione dell’identità non viene agevolato dai modelli a cui il ragazzo si riferisce, c’è il rischio che esso si concluda con quella che viene chiamata diffusione dell’io: mancanza di personalità, dipendenza eccessiva dagli altri e dalle proprie pulsioni, insicurezza.
Come si sviluppa la maturazione sessuale di un adolescente? Anche in questo caso possiamo parlare di fasi successive. La prima è quella dell’autoerotismo, caratterizzata dalla riscoperta consapevole della propria sessualità, in particolare nella sua dimensione genitale ed istintuale. È tipico della prima adolescenza il ripiegamento su di sè che può manifestarsi nella masturbazione adolescenziale. Un comportamento che può essere superato nella misura in cui l’adolescente impara ad aprirsi agli altri ed alla realtà con maggiore sicurezza e padronanza di sè.
La maturazione sessuale passa poi dalla cosiddetta fase dell’amico del cuore, caratterizzata dall’apertura agli altri, in particolare all’altro sesso, che è al contempo desiderato e temuto perché sconosciuto. È tipico di questa fase il timore di non essere accettati ed è per questo che l’adolescente entra in sintonia con chi può garantirgli comprensione ed affinità di vedute e di problemi: l’amico coetaneo e dello stesso sesso. La caratterizzazione affettiva che a volte assume questo tipo di relazione può essere erroneamente interpretata dai genitori come sinonimo di omosessualità. In realtà è un fenomeno transitorio abbastanza frequente, dovuto anche al fatto che un adolescente è ancora alla ricerca della propria identità.
In questa fase è importante adottare alcuni accorgimenti educativi che possono aiutare la maturazione di un adolescente. Il primo è quello di evitargli esperienze eterosessuali precoci che, per il rischio di andare incontro al fallimento, potrebbero rafforzare la sua paura verso le persone dell’altro sesso.
L’altro intervento educativo che va adottato con prudenza ma anche con decisione è difendere l’adolescente dalla pornografia che genera una falsa immagine della sessualità e può provocare la nascita della cosiddetta ansia da prestazione, il cui effetto è quello di aumentare il timore nei confronti delle persone dell’altro sesso.
L’ultima fase della maturazione sessuale di un adolescente si compie quando questi diventa in grado di aprirsi in maniera equilibrata all’altro sesso, attraverso una relazione in cui poco alla volta entrambi realizzano un percorso di vita che ha come punto di arrivo ma anche come fondamento in itinere un progetto di amore.
Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2013 di Fogli

Autore: Saverio Sgroi
Fonte: lasfidaeducativa.it

17-24 marzo 2013 Mostra: Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?





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17-24 marzo 2013 La Mostra: Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?

La mostra mette a tema l’uomo e il suo destino.
Giovedì 21 marzo alle ore 15.00 presso la Sala Paladini, Palazzo Moroni di Padova ci sarà il convegno di presentazione della mostra “Jerome Lejeune e la scoperta della trisomia 21 (sindrome di Down)” in occasione della giornata mondiale della sindrome di Down.
Quella che viene proposta è un’indagine sulla “natura umana” a partire dalla testimonianza di Jérôme Lejeune, seguendo gli sviluppi della genetica clinica e attraverso un confronto con le più recenti acquisizioni della biologia evoluzionista sul determinismo genetico.
Il percorso espositivo inizia ripercorrendo le fasi della formazione scientifica di Lejeune, pioniere della citogenetica, nel contesto delle conoscenze biomediche del suo tempo; viene quindi illustrata la sua attività scientifica, il suo approccio alla ricerca e le sue scoperte: in particolare, viene descritto il processo che l’ha portato a dimostrare il nesso tra sindrome di Down e trisomia 21.
Lejeune è un ricercatore ma è anche un medico, in particolare medico Pediatrico. La sua è una esperienza professionale e umana fondata su una precisa visione dell’uomo e della realtà, che ha alimentato anche le sue decise prese di posizione pubbliche in favore della vita: visione sintetizzabile nell’idea che ogni uomo sia “unico” e “insostituibile” e come tale vada guardato.
Dalle scoperte di Lejeune a oggi la genetica ha fatto enormi progressi.

http://www.downdadi.it/

giovedì 14 marzo 2013

Rimanere incinta? E’ facile se si ha consapevolezza della propria fertilità

In situazioni di fertilità normale, riuscire a concepire  un bambino è abbastanza semplice se e solo se noi donne impariamo a conoscere bene il nostro corpo. In genere bastano 4-5 mesi si rapporti mirati. In ogni caso in un anno di tentativi la maggior parte delle coppie riesce a concepire un bambino. Passati invece i 12 mesi è opportuno rivolgersi a uno specialista per effettuare analisi più approfondite.
La probabilità di concepire un bambino aumenta decisamente se si adottano alcuni accorgimenti.
Riuscite a d utilizzare bene la vostra macchina fotografica, il vostro robot da cucina, e scoprirne tutte le potenzialità se non leggete le istruzioni? No.
A maggior ragione come possiamo capir il momento migliore per avere rapporti se non riusciamo a interpretare bene i segnali che ci invia il nostro corpo?
Gran parte delle donne che cercano un figlio si affidano al calcolatore per il calcolo del periodo fertile.
Ebbene questo può essere un punto di partenza in caso di cicli regolari ma non deve essere l’unico modo per misurare la propria fertilità e individuare l’ovulazione.
Il nostro corpo è una macchina meravigliosa ed estremamente complicata. Tanti fattori, interni ed esterni  possono modificare la fertilità. Il ciclo mestruale è governato da un sistema ormonale altamente articolato e basta che qualcosina  non sia allineato perfettamente al resto, che tutto il meccanismo viene scombussolato. L’alimentazione, lo stile di vita, e in alcuni casi anche forme particolari di stress possono modificare la fertilità. Di conseguenza il nostro caso specifico esce dalle statistiche  su cui si basano gli stessi calcolatori e l’individuazione dei giorni fertili  diventa errata.
Pertanto noi donne abbiamo bisogno di capire, osservare,  tracciare e interpretare i vari eventi e cambiamenti che avvengono tra una mestruazione e ‘altra : prima di tutto per noi stesse ma poi anche per riferire al  medico, o allo specialista di turno tutti gli elementi che servono per capire il nostro  stato di fertilità.
La consapevolezza della propria fertilità è un utilissimo metodo favorevole al concepimento ma al contempo anche un buon metodo anticoncezionale.
Se temete di non essere fertile ci sono alcuni step da seguire per capire se effettivamente c’è qualche problemino oppure se è solamente questione di tempo e di “rodaggio”.
Innanzitutto la prima cosa da fare quando desiderate un bambino e volete capire quando siete fertili è:
  • Monitorare il proprio muco cervicale per imparare a capire quando si presenta quello fertile che ha una consistenza filante ed elastica. Potrebbe comparire per 2-3 giorni oppure per un giorno solamente. Avere rapporti in questi giorni specifici è fondamentale per poter concepire.
  • Monitorare la  temperatura corporea basale
  • Individuare la propria fase luteale e cioè  il numero di giorni che passano tra l’ ovulazione e il ciclo successivo:  la fase luteale è caratteristica di ogni donna. Una volta individuata rimane quella e in questo modo una volta ovulato sappiamo quanto giorni attendere per vedere o meno arrivare il ciclo . Se non arriva e conosciamo bene la durata della fase luteale, allora potrebbe essersi instaurata la gravidanza. Se la fase luteale dovesse essere inferiore agli 11 giorni ciò va riferito al medico che provvederà a prescrivere una terapia.Una fase luteale tropo corta non potrebbe supportare una gravidanza.
Esistono delle scorciatoie rappresentate dagli stick per l’ovulazione. Attenzione però che un test ovulatorio positivo non significa che l’ovulazione avverrà al 100%. La conferma  ve la da il rialzo termico valutato dl monitoraggio della temperatura basale. L’abbinata migliore per individuare i giorni più fertili sarebbe pertanto applicare il metodo sintotermico (che  si basa sulla combinazione dei vari segni di fertilità: il muco cervicale, la temperatura basale e le modificazioni della cervice uterina).
Se si utilizza un metodo anticoncezionale ormonale (la pillola) , quando si smette di assumerla , il nostro copro deve ristabilire i suoi equilibri ormonali prima di ritornare nuovamente fertile. Quindi attendete il primo ciclo spontaneo e poi iniziate a valutare il muco fertile per individuare nel modo migliore l’ovulazione e avere rapporti mirati. Se però il ciclo non dovesse ritornare regolare parlatene con il vostro medico.
La fertilità è un fatto individuale non statistico e  può variare da ciclo a ciclo. Dieta, stress, viaggi e i traumi, possono causare cicli anovulatori o non fertili.
Pertanto rimanere incinta va a pari passo con la conoscenza del proprio corpo. Più lo conosci più facilmente si riesce a concepire.
sarebbe cosa buona e giusta che tutto ciò venisse insegnato alle giovani donne. Se le mamme non sono in grado di parlarne alle proprie figlie ,almeno le strutture pubbliche dovrebbero attivarsi in tal senso.
Una corretta educazione sessuale non significa solo dire ai ragazzi di usare il preservativo in caso di rapporti occasionali.
Avere rapporti liberi e con partner diversi nel corso della vita espone al rischio di infezioni anche gravi (e che possono compromettere la fertilità futura) oltre che al rischio di gravidanze indesiderate.
Purtroppo al giorno d’oggi si inizia ad essere sessualmente attivi molto prima della consapevolezza di sè oltre che del proprio corpo. Sarebbe opportuno che nelle scuole superiori venissero affrontati in modo approfondito e competente questi temi.Le ragazze dovrebbero essere istruite in modo preciso sulla loro fertilità e anche su tutti quei fattori che possono comprometterla o metterla a rischio.
Avere una maggiore consapevolezza del proprio corpo, dei propri diritti di donna e di essere umano, forse aiuterebbe sia  farsi rispettare, sia ad  essere più consapevoli delle proprie scelte.

Fonte: www.periodofertile.it

Salute: caffeina riduce crescita feto

L'assunzione di te' e caffe' durante la gravidanza influenza la crescita del feto. Lo dimostra un nuovo studio condotto dall'Universita' di Goteborg su un campione di 59mila donne in collaborazione con l'Istituto di Sanita' Pubblica Norvegese. Le mamme in attesa che consumano bevande che contengono caffeina hanno maggiori possibilita' di dare alla luce neonati di peso minore rispetto ai parametri medi normali della conclusione della gestazione.
  "L'associazione tra l'assunzione di caffeina e la crescita del feto e' risultata forte", ha spiegato Verena Sengpiel, responsabile della ricerca. "Una correlazione pericolosa che si e' rivelata significativa anche quando le mamme hanno seguito le raccomandazioni mediche ufficiali in merito che suggeriscono di limitare il consumo di caffeina a duecento milligrammi al giorno, l'equivalente di due tazze di caffe'", ha ripreso Sengpiel. I risultati dell'indagine dimostrano che anche a queste dosi, la caffeina danneggia la salute del nascituro, limitandone lo sviluppo normale. Lo studio ha determinato i tassi di rischio che la mamma ha di generare un bambino nato piccolo per l'eta gestazionale (SGA, acronimo di Small for Gestional Age), condizione spesso associata a maggiori incidenze di morbidita' e mortalita' neonatale. La ricerca e' stata descritta sulla rivista BMC Medicine. (AGI) Red/Gav

Fonte: agi.it

mercoledì 13 marzo 2013

I virus dei vaccini vengono coltivati in cellule di feti umani abortiti


Helen Ratajczak, ricercatrice della Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals, ha recentemente sollevato un vivace e turbolento dibattito tra chi discute il problema delle relazioni vaccino-autismo pubblicando un suo studio di revisione sulla ricerca sull’autismo. Si tratta di una nuova revisione di studi che esamina le varie cause ambientali dell’autismo, tra cui i vaccini e i loro componenti. Un elemento messo in luce, e che sembra essere sfuggito ai più è l’uso di cellule embrionali abortive nella produzione di vaccini.
La CBS News ha riportato: “La Dr. Ratajczak riferisce che quando i produttori di vaccini hanno dovuto eliminare il thimerosal dai vaccini (con l’eccezione dei vaccini contro l’influenza che ancora contengono thimerosal), hanno cominciato a produrre alcuni vaccini utilizzando tessuti umani.
L’utilizzo di tessuti umani secondo la Ratajczak riguarda attualmente 23 vaccini.
Nel suo studio ha discusso l’aumento di incidenza dell’autismo in corrispondenza con l’introduzione di DNA umano nel vaccino MMR, e suggerisce che le due cose potrebbero essere collegate.
Le pagine della revisione contengono un dettaglio che difficilmente poteva passare inosservato, cinque parole che rivelano uno dei segreti più shoccanti di Big Pharma, delle aziende farmaceutiche cioè: “…allevato in tessuti fetali umani”
A pagina 70 si legge: “Un aumento aggiuntivo del picco di autismo si raggiunse nel 1995 quando il vaccino della varicella fu allevato in tessuti fetali umani”.
La maggior parte di noi è del tutto ignara che le cellule di cultura umana usate per allevare i virus dei vaccini derivano da feti abortivi da decenni ormai e chi li produce è ben felice che il pubblico continui ad ignorarlo, perché sa che questo non potrebbe essere accettato dalla gente sia per le ignote conseguenze per la nostra salute che per il credo religioso di molti. 
Il vaccino contro la varicella non è l’unico prodotto in questo modo e, secondo il Sound Choice Pharmaceutical Institute (SCPI), i seguenti 24 vaccini sono prodotti usando cellule provenienti da feti abortivi e/o contenenti DNA, proteine, o frammenti cellulari di colture di cellule coltivate derivate da feti umani abortivi:
Polio PolioVax, Pentacel, DT Polio Absorbed, Quadracel (Sanofi)
Measles, Mumps, Rubella MMR II, Meruvax II, MRVax, Biovax, ProQuad, MMR-V (Merck)
Priorix, Erolalix (GlaxoSmithKline)
Varicella (Chickenpox and Shingles) Varivax, ProQuad, MMR-V, Zostavax (Merck)
Varilix (GlaxoSmithKline)
Hepatitis A Vaqta (Merck)
Havrix, Twinrix (GlaxoSmithKine)
Avaxim, Vivaxim (Sanofi)
Epaxal (Crucell/Berna)
Rabies Imovax (Sanofi)
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Vaccini e autismo: una nuova revisione scientifica
Gabriele Milani - http://autismovaccini.com
Sharyl Attkinsons è una giornalista investigativa della CBS News ed ha intervistato nei giorni scorsi Helen Ratajczak: ex ricercatrice della Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals che ha pubblicato, come autrice o coautrice, 41 articoli articoli scientifici a volte “castrati dagli interessi delle case farmaceutiche“. E’ stata anche coautrice nel 2006 di uno studio per l’FDA e, nello stesso anno, è stata eletta  Presidente della sezione Nord Est dell’Istituto di Tossicologia. E’ una scienziata seria e rispettata che dichiara apertamente alla CBS: “ora che sono in pensione posso scrivere ciò che voglio“.
E così è stato!… La sua revisione scientifica relativa al collegamento tra autismo e vaccini sta facendo tremare la CDC che, da nota ufficiale, risponde imbarazzata affermando che “ci vorrebbe troppo tempo per studiare e controbattere questa revisione scientifica“.
L’articolo è stata pubblicato dal Journal of Immunotoxicology ed è intitolato “Aspetti teorici dell’autismo: cause – un riesame“.  Un pò a sorpresa è quindi un ex scienziato senior presso una ditta farmaceutica ad aprire il coperchio del pentolone degli orrori. La Ratajczak ha fatto quello che nessun altro ricercatore, a quanto pare, si è preoccupato di fare: ha esaminato tutto il corpo delle pubblicazioni scientifiche emerse dopo che l’autismo è stato descritto dal 1943. Non solo la teoria suggerita dalla ricerca quale il ruolo del vaccino trivalente Morbillo Parotite Rosolia, o il conservante al mercurio (thimerosal), ma ha analizzato tutte le ricerche riguardanti i vaccini in generale.
Nel suo articolo la Ratajczak afferma che “cause documentate di autismo includono mutazioni genetiche e/o delezioni cromosomiche, infezioni virali, e l’encefalite a seguito della vaccinazione. Conseguenza: l’autismo è il risultato di difetti genetici e/o infiammazione del cervello provocato dai vaccini“.
L’articolo prende in esame molti colpevoli potenziali correlati alle vaccinazioni, compreso il numero sempre più crescente di vaccini somministrati in un breve periodo di tempo. “Ciò che ho pubblicato è altamente incentrato sulla ipersensibilità del sistema immunitario del nostro corpo che viene buttato fuori di equilibrio” così afferma la Ratajczak nell’intervista.
Il Dr. Brian Strom, Università della Pennsylvania, che ha lavorato per lo I.O.M. (Istituto di Medicina) in qualità di consigliere per il governo sulla sicurezza dei vaccini, dice che l’opinione medica prevalente è che i vaccini sono scientificamente legati alla encefalopatia (danno cerebrale), ma non sono scientificamente legati all’autismo. Così, per quanto riguarda la revisione della Ratajczak, afferma che non trova nulla di straordinario: “Questa è una rassegna di teorie. La scienza è basata su fatti. Bisogna trarre conclusioni sugli effetti di un’esposizione sulle persone, avendo dati sulle persone. I dati sulle persone non supportano l’esistenza di una relazione in quanto tale, qualsiasi speculazione su una spiegazione per un (inesistente) rapporto è irrilevante“.
Però la Ratajczak si occupa anche di un fattore che non è stato ampiamente discusso ma che è stato ampiamente denunciato anche dal sottoscritto: DNA umano contenuto nei vaccini. Proprio così, DNA umano come denunciato anche dalla Pontificia Accademia Pro Vita. I rapporti della Ratajczak mettono in evidenza che all’incirca nello stesso momento in cui i produttori di vaccini furono chiamati a togliere dalla maggior parte dei vaccini il thimerosal (con l’eccezione dei vaccini antinfluenzali che ancora ampiamente contengono thimerosal), hanno iniziato a produrre alcuni vaccini utilizzando tessuti umani. La Ratajczak dice che tessuti umani sono attualmente utilizzati in 23 vaccini. Lei quindi discute l’aumento dell’incidenza dell’autismo corrispondente all’introduzione di DNA umano nel vaccino Morbillo Parotite Rosolia, e suggerisce come gli eventi potrebbero essere collegati. La Ratajczak afferma anche come un picco ulteriore di aumento dei casi di autismo si è verificato nel 1995 quando il vaccino contro la Varicella (Varivax) è stato coltivato nel tessuto fetale umano (MRC-5 si trova anche nel trivalente Priorix antiMoribillo-Parotite-Rosolia della GlaxoSmithKline che viene somministrato qui in Italia).
Perché il DNA umano potrebbe potenzialmente causare danni al cervello?  Il modo in cui si instaura questo meccanismo, da far gelare il sangue, viene spiegato molto semplicemente dalla Ratajczak: “Perché è DNA umano e i destinatari sono gli esseri umani. Avviene una ricombinazione omologa del DNA integrato nel DNA dell’ospite. Una volta cambiato il DNA, secondo il concetto immunologico del self (proprio) e non-self (non proprio), si instaura un’alterazione del concetto di self e il proprio corpo attacca le proprie cellule. La maggior parte di questi avvenimenti avvengono nella loro massima espressione a danno dei neuroni nel cervello ancora in fase di maturazione del bambino. Così si instaura un processo di malattia autoimmunitaria che sfocia poi in una infiammazione. Questa infiammazione non si ferma, diventa cronica e continua per tutta la vita di quella persona“.
Il Dr. Strom afferma che non era a conoscenza che il DNA umano era contenuto nei vaccini (ma che strano!), e ribatte: “Non importa … Anche se il DNA umano è stato utilizzato nei vaccini, non significa che essi causano l’autismo“. La Ratajczak concorda sul fatto che “forse” nessuno ha ancora dimostrato come il DNA umano causa l’autismo, ma ricorda come i recentissimi studi del Sound Choice Pharmaceutical Institute sono una prova molto pesante che comprova questo legame e semmai nessuno ha dimostrato scientificamente il contrario.
Un ulteriore prova di come questo dibattito sia definitivamente aperto, arriva dalla denuncia sanitaria di un buon numero di scienziati indipendenti che affermano di essere stati sottoposti a orchestrate campagne di discredito quando la loro ricerca esponeva i problemi di sicurezza del vaccino, soprattutto se si entrava in tema di autismo. Così è stato chiesto alla Ratajczak come ha potuto effettuare ricerche in merito ad un argomento così controverso. Lei ha affermato che per anni, mentre lavorava nel settore farmaceutico, è stata limitata in quanto a ciò che le è stato permesso di pubblicare. “Ora sono in pensione“, ha quindi ribadito alla CBS News, “Io posso scrivere quello che voglio“.
Così la CBS news ha deciso di mettere alla prova il CDC per dargli modo di sfidare l’opinione della Ratajczak. Dal momento che molti funzionari governativi e gli scienziati proseguono ad insinuare che le teorie che collegano i vaccini all’autismo sono state smentite, mentre la ricerca della Ratajczak dimostra il contrario, la CBS ha organizzato un contraddittorio. Ebbene, a sorpresa i funzionari del CDC affermano che “ci vorrebbe troppo tempo per studiare e controbattere questa revisione scientifica“.
Integrazione
Sentitosi punto sul vivo, il Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) comunica sul suo sito che intende studiare l’autismo come possibile conseguenza clinica delle vaccinazioni, in un progetto di ricerca di 5 anni sulla sicurezza dei vaccini.
Il CDC studierà anche la disfunzione mitocondriale e il potenziale rischio di “danni neurologici” post vaccinali e per questo sta riunendo un team di esperti sulla fattibilità di studiare conseguenze sulla salute come l’autismo su bambini vaccinati e non vaccinati.
La mossa del CDC giunge un mese dopo che l’ente governativo che coordina le politiche sull’autismo (IACC) ha annunciato un cambiamento nelle priorità della ricerca verso i fattori ambientali scatenanti l’autismo, tra i quali include tossine, agenti biologici e “effetti avversi in seguito alle vaccinazioni”.
Il Centro per la sicurezza dei vaccini del CDC ha identificato la necessità di studiare “i disordini neurologici, tra cui i disordini dello spettro autistico” come una possibile conseguenza clinica delle vaccinazioni.
Il programma, che trovate qui nella sua interezza, si propone anche di stabilire se il conservante a base di mercurio thimerosal sia associato altresì all’aumento del rischio di “tic clinicamente importanti o della sindrome di Tourette“.
Il CDC ha citato uno studio (Thompson, NEJM, 2007), che “ha stabilito che una aumentata esposizione al mercurio dalla nascita ai 7 mesi sia associata con tic motori e fonici nei maschietti” e ha aggiunto che “un’associazione tra esposizione al thimerosal e tic è stata trovata in due precedenti studi (Andrews, Pediatrics, 2004; Verstraeten, Pediatrics, 2003).” Anche se bisogna sottolineare che Verstraeten ha poi rimangiato tutto quando è salito sulla carrozza della GlaxoSmithKline.
Notando che il team IACC “suggerisce diversi studi che comprendessero bambini vaccinati rispetto a quelli non vaccinati per stabilire se c’erano delle differenze conseguenti sulla salute“, il CDC ha stabilito di riunire “una commissione esterna di esperti per offrire una guida sulla fattibilità sulla conduzione di questi studi e su quelli aggiuntivi sul programma vaccinale, comprendendo studi che possano indicare se le vaccinazioni multiple aumentino il rischio di disordini del sistema immunitario“.
Probabilmente assisteremo a un bel valzer di burattini e bustarelle, possiamo facilmente scommetterci, però di fatto il tema relativo alla correlazione tra autismo e vaccinazioni apre finalmente tutte le porte degli orrori.
Ne vedremo delle belle…. anche dal punto di vista dell’informazione!
25/10/2012

martedì 12 marzo 2013

Studio canadese: «l’aborto aumenta il rischio di nascite premature»

Bambino prematuroAncora un altro studio, questa volta condotto in Canada, ha trovato un chiaro legame tra l’aborto indotto e un rischio molto più elevato di gravidanze successive che terminano in parto prematuro. Il che è preoccupante, non foss’altro che i nati prematuri sono più soggetti ad andare in contro a gravi problemi di salute, come: paralisi cerebrale, autismo, ritardo mentale, epilessia, cecità, sordità, disturbi polmonari e infezioni gravi.
La ricerca è stata condotta presso il Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia della McGill University di Montreal, su registri di donne che hanno partorito tra aprile 2001 e marzo 2006. Su un totale di 17,916 donne incluse nello studio, 2276 (13%) erano state in precedenza sottoposte a un aborto indotto, e 862 (5%) erano state sottoposte a due aborti indotti.
I ricercatori hanno scoperto che in media, le donne che avevano avuto un aborto indotto avevano il 45% in più di probabilità di avere parti prematuri a 32 settimane, il 71% di avere parti prematuri a 28 settimane, e il 117% di avere nascite premature a 26 settimane. Lo studio ha così constatato un aumento esponenziale del rischio di nascite premature nelle donne che hanno avuto più aborti.
La letteratura scientifica che si occupa di parti prematuri in donne già sottopostesi ad aborti indotti è piuttosto cospicua, considerati gli studi scientifici effettuati già a partire dagli anni 80. L’ultimo studio pubblicato risale all’agosto 2012, quando la rivista medica “Human Reproduction” rese noto che su 300.858 madri finlandesi, 31083 avevano avuto un aborto prima di un parto prematuro tra il 1996 e il 2008, 4417 ne aveva avuti due e 942 ne avevano avuti tre o più.
 “I nati estremamente prematuri, prima delle 28 settimane di gestazione, sono 129 volte più a rischio di paralisi cerebrale rispetto ai nati a giusto termine, secondo l’analisi effettuata nel 2008 dalla dottoressa Eveline Himpens” – ha affermato Brent Rooney, direttore della “Reduce Preterm Risk Coalition” (RPRC) di Vancouver - “e i neonati molto prematuri (meno 32 settimane di gestazione) sono 55 volte più esposti al rischio di paralisi cerebrale rispetto ai nati in tempi normali.”

di Giovanni Balducci

Fonte: uccronline.it

giovedì 7 marzo 2013

La pillola del giorno dopo è abortiva, lo dicono gli esperti

In queste settimane i vescovi della Germania hanno aperto all’uso della pillola del giorno in caso di stupro. In realtà è da tempo che la Chiesa ritiene lecito un intervento per impedire il concepimento in caso di violenza sessuale, dunque non c’è alcuna novità, come ha spiegato il dott. Renzo Puccetti. Tuttavia quella dei vescovi è stata una leggerezza, poiché questa pillola può essere anche abortiva e non soltanto contraccettiva.
In ogni caso, a confermare la pericolosità abortiva della pillola del giorno dopo ci ha pensato in questi giorni una delle maggiori autorità mondiali sul farmaco, il dr. James Trussell, affermando che i medici hanno il dovere di informare le donne che potrebbero provocare un aborto.
Trussell è Direttore dell’Office of Population Research della Princeton University e membro di Planned Parenthood Federation of America (la catena di cliniche abortive più grande del mondo)  e ha aggiunto: «Per fare una scelta consapevole, le donne devono sapere che le pillole contraccettive di emergenza [...] prevengono la gravidanza in primo luogo, ritardando o inibendo l’ovulazione e la fecondazione, ma a volte possono inibire l’impianto di un ovulo fecondato nella mucosa uterina», agendo dunque come abortivi.
I vescovi tedeschi hanno rilasciato la loro dichiarazione dopo aver esaminato uno studio del 2012 sulla rivista Contraception, in cui si è sostenuto che il farmaco non è un abortivo. Ma tale indagine è stata messa in discussione perché l’autore è stato riconosciuto come il consulente per il farmaco per le aziende farmaceutiche che lo producono. Lo stesso documento riconosce inoltre che le preoccupazioni circa l’effetto abortivo è “uno dei principali ostacoli” ad una più ampia distribuzione del farmaco.

Fonte: uccronline.it