sabato 12 gennaio 2013

La scienza contro i “pro-choice”: l’aborto aggrava la salute psichica della donna

Nelle legislazioni dei paesi in cui si può abortire liberamente, la tutela della salute psichica della donna è una delle motivazioni più ricorrenti per giustificare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. L’aborto sembra però adempiere allo scopo opposto: praticato per la salvaguardia della salute mentale delle donne, comporta un aumento considerevole del rischio di incorrere in problemi psichici.
Negli ultimi anni, infatti, diversi studi hanno analizzato la ricorrenza delle malattie mentali nel periodo post-aborto. Ultimo in ordine di tempo quello pubblicato dalla rivista medica peer-rewieved “The British Journal of Psychiatry” a cura della professoressa Coleman della Bowling Green State University. La ricercatrice statunitense si è occupata della revisione dei dati di 22 studi su quasi novecentomila donne, di cui 163.831 con una interruzione di gravidanza alle spalle. Numeri che fanno di questo articolo la più ampia relazione per la valutazione dell’impatto dell’aborto sui disturbi mentali. Un lavoro importante dunque, con una conclusione allarmante: per le donne che si sono sottoposte ad un aborto è aumentato del 81% il rischio di problemi di salute mentale. Aumentano sensibilmente anche il rischio di cadere in depressione e quello di incorrere in disturbi d’ansia. Più che raddoppiato, invece, il rischio di suicidi; sul fronte delle dipendenze sale del 110% il rischio di alcoolismo e addirittura del 230% quello del consumo di marijuana.  I risultati sono coerenti con uno studio realizzato sempre dalla Coleman, nel 2005, dal quale si evince una chiara correlazione tra aborto indotto e aumento di problemi psicologici.
La prospettiva del ricorso all’aborto per salvaguardare la salute psichica sembra essere sconfessata anche dagli studi di altri ricercatori, come quello del team guidato dalla ricercatrice canadese Mota, che ha compiuto uno studio su un campione rappresentativo della popolazione statunitense pubblicato nel 2010. Queste le conclusioni: «Il nostro studio conferma una forte associazione tra aborto e disordini mentali». Tra le donne che erano passate da una esperienza di aborto indotto è stato osservato un aumento del 61% della fobia sociale e del 59% del rischio di propositi di suicidio, mentre salivano vertiginosamente del 261% il rischio di alcoolismo e del 313% quello della dipendenza da stupefacenti.  Risultati coerenti con quelli ottenuti nel 2009 e pubblicati sulla Revista da Associação Médica Brasileira (RAMB), dove si mostra che le donne che hanno avuto un aborto indotto hanno maggiori tassi di ansia, depressione, sentimenti problematici e bisognose di un sostegno psicologico. Lo stesso è stato riportato maggio 2008, su Gynécologie obstétrique et fertilité, il mensile di informazione scientifica dei medici francesi, dove i risultati rivelano il trauma psicologico causato dall’aborto “terapeutico”: significativo disagio vissuto dalla donna, accentuato dall’onnipresente senso di colpa e sintomi persistenti di ansia e depressione.
In un recente articolo significativamente intitolato “La menzogna dell’aborto che cura”  il dottor Renzo Puccetti, specialista in Medicina Interna e membro dell’Unità di Ricerca della European Medical Association, conclude scrivendo: «allo stato delle conoscenze è incontestabile anche per gli stessi abortisti che l’aborto non è per niente terapeutico; a livello di salute pubblica costituisce una procedura per le donne di nessuna utilità al fine della salvaguardia della loro salute mentale, si tratta in sostanza di una procedura futile. A livello fattuale il “serio pericolo per la salute della donna” posto a giustificazione della richiesta di aborto dalla legge italiana non riceve alcuna mitigazione dall’aborto. Vorrà il mondo della politica, dell’informazione, della cultura, della legge prenderne atto e trarne le logiche conseguenze?».

Maurizio Ravasio

http://www.uccronline.it

giovedì 10 gennaio 2013

Assegno maternità, bonus bebè e fondo nuovi nati: le indicazioni per richiederli


Che agevolazioni economiche vi sono quando nasce un bambino? Spesso si fa molta confusione tra assegni di maternità, bonus bebè e simili.
Preliminarmente pare opportuno chiarire che assegno di maternità e bonus bebè sono due cose distinte. Infatti l’assegno di maternità spetta a tutte le donne in possesso di determinati requisiti, mentre il bonus bebè viene gestito in maniera differente da regione a regione.
Innanzitutto analizziamo gli assegni di maternità. Essi sono di due tipi: vi è quello statale, e quello comunale.
I requisiti per richiederli sono molteplici, ma in generale si possono suddividere sulla base dell’ente che li eroga; vediamo i più importanti:

 A- Assegno di maternità erogato dallo Stato:

può essere richiesto dalla madre, anche adottiva, oppure dal padre solo in presenza di determinati requisiti (abbandono del figlio da parte della madre o affidamento esclusivo del figlio al padre; decesso della madre naturale o di quella adottiva o affidataria preadottiva).
Per poter richiedere l’assegno di maternità dallo Stato, la madre, se lavoratrice, deve avere almeno 3 mesi di contribuzione per maternità nel periodo compreso tra i 18 e i 9 mesi precedenti il parto o l’effettivo ingresso del bambino in famiglia in caso di adozione. Qualora la donna abbia svolto un’attività lavorativa di almeno 3 mesi e poi abbia perso il diritto a prestazioni previdenziali o assistenziali, il periodo intercorrente tra la data della perdita del diritto e la data del parto (o dell’effettivo ingresso in famiglia del bambino in caso di adozione o affidamento) non deve essere superiore al periodo di fruizione delle prestazioni godute e comunque non superiore a 9 mesi. Infine, se la madre durante il periodo di gravidanza ha cessato di lavorare per recesso, anche volontario, dal rapporto di lavoro, deve poter far valere 3 mesi di contribuzione nel periodo che va dai 18 ai 9 mesi antecedenti al parto. (Il discorso cambia leggermente qualora la madre abbia usufruito di determinate prestazioni economiche (mobilità – disoccupazione ordinaria o con requisiti ridotti – CIGO o CIGS – malattia – maternità – ASU o LPU).)
La domanda tesa ad ottenere l’assegno di maternità dello Stato deve essere presentata presso la sede INPS di competenza entro il termine perentorio di 6 mesi dalla nascita del bambino, o dall’ingresso del minore nella famiglia, qualora si tratti di adozione o affidamento.

 B – Assegno di maternità erogato dai Comuni:

Questo tipo di assegno spetta alle madri non lavoratrici, e alle madri lavoratrici che non abbiamo però diritto all’indennità erogata dall’INPS o alla retribuzione nel periodo di astensione per maternità.
Può essere richiesto dalle madri che abbiano la cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria ma che, in quest’ultimo caso, siano in possesso della carta di soggiorno o del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Requisito comune è la residenza in Italia al momento del parto.
L’erogazione di questo assegno è subordinata alla presenza di un requisito economico: è necessario, infatti, che il reddito ed il patrimonio posseduti dal nucleo familiare della madre al momento della data della domanda di assegno siano inferiori ad un determinato valore ISE (Indicatore della Situazione Economica) predeterminato[ii].
Attualmente l’importo dell’assegno comunale (in misura piena) è pari ad € 311,27 mensili, per complessivi € 1.556,35 (€ 311,27 per 5 mesi).
La domanda deve essere presentata presso il proprio comune di residenza, entro il termine di sei mesi dalla nascita del bambino (o dall’ingresso del minore nella famiglia, in caso di adozione o affidamento).

 Che cos’è, invece, il bonus bebè?

In generale, possiamo dire che è un assegno una tantum che viene concesso in occasione della nascita o dell’adozione di un figlio. Non vi è però una regolamentazione unitaria: ogni regione e/o comune decide se erogarlo (qualora possieda fondi sufficienti), quanto erogare, e le modalità di fruizione[iii].

 Fondo di credito per i nuovi nati

Opera su tutto il territorio nazionale, invece, il Fondo di credito per i nuovi nati. Le famiglie nelle quali nasce un bambino potranno ottenere un prestito per un ammontare fino a € 5.000 da restituire entro al massimo 5 anni. Il prestito è particolarmente favorevole poiché le banche e gli intermediari finanziari che aderiscono all’iniziativa si sono impegnati ad applicare ai finanziamenti garantiti dal Fondo un tasso annuo effettivo globale (TAEG) fisso non superiore al 50% del tasso effettivo globale medio (TEGM) sui prestiti personali, in vigore al momento in cui il prestito è concesso[iv].
L’elenco degli Istituti di credito che aderiscono al Fondo è consultabile alla pagina http://www.fondonuovinati.it/elenco_banche.html.

Dott.ssa Nadia Andriolo

     http://www.inps.it/portale/default.aspx?lastMenu=5690&iMenu=1&iNodo=5690&p1=2

da www.periodofertile.it

venerdì 4 gennaio 2013

I suoi primi nove mesi

Sempre più studi danno risalto alle esperienze del nascituro. Che sente, si emoziona. E dialoga con mamma e papà.
Chissà per quanto tempo le mamme hanno tenuto per sé questo segreto: che il bambino che stava crescendo dentro di loro, avesse già una personalità, uno stile proprio, e che con loro condividesse sensazioni, sogni, insomma che in molti modi già comunicasse. Probabilmente per tutto il tempo in cui la scienza (al maschile) proclamava che il bambino alla nascita era “tabula rasa”, un terreno vergine su cui solo a poco a poco l’ambiente avrebbe potuto finalmente agire, le mamme saranno state zitte, coltivando le proprie sensazioni.
Ma oggi anche la “scienza ufficiale” dà loro ragione: “Ormai dalla metà degli anni Ottanta  sappiamo con sicurezza che il bambino prima della nascita avverte sensazioni e sperimenta situazioni che gli servono sia per il suo sviluppo sia come una sorta di preparazione alla vita post-natale”, spiega il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso l’Unità operativa di Terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Siena, coordinatore di uno studio dell’Università di Siena sulla memoria pre-natale. <<Infatti, non solo nel bambino si attiva molto presto la capacità di rispondere agli stimoli, ma questo sistema è anche, per così dire, “ridondante”, il che rende alcune sue percezioni sensoriali particolarmente acute”.
Ma che cosa, esattamente, è in grado di percepire il feto? <<Non dobbiamo immaginare l’ambiente uterino come una cassaforte, ma semmai come una specie di “filtro”. Alcuni stimoli, per esempio, i rumori ambientali, vi giungono attutiti altri come il battito del cuore, i “rumori” intestinali materni, sono invece percepiti con particolare intensità.>>.
I primi sensi ad attivarsi, nei primissimi stadi dello sviluppo, sono l’ olfatto e il gusto: “Alla base della testa del feto si trova una struttura primitiva che serve proprio a sentire gli odori e i sapori nell’acqua”, afferma il neonatologo. “Il liquido amniotico ha un odore e un gusto molto simili a quelli del latte materno: il fatto che il feto possa “assaporarli” durante i nove mesi, fa sì che possa riconoscerli più avanti, una volta che la mamma lo attaccherà al seno”.
Un gusto deciso A dimostrazione della potenza del gusto e dell’olfatto prenatali, esiste un interessante studio francese, condotto a Marsiglia negli anni Ottanta: “In quella zona si mangia tradizionalmente una salsa particolarmente speziata, a base di aglio (l’aiolì)”, spiega il dottor Bellieni. “I ricercatori provarono a osservare la reazione a tale gusto di un gruppo di neonati “del luogo” – le cui madri avevano fatto uso abitualmente di questa salsa anche durante la gravidanza – mettendone una piccola dose sul capezzolo prima della poppata: avendolo già sperimentato, i bambini davano segno di riconoscere e di gradire questo forte sapore, “gettandosi” sul seno e succhiando senza problemi. Lo stesso esperimento, condotto nella zona di Parigi, in cui questa salsa non è conosciuta, sortiva invece l’effetto opposto: i neonati parigini, infatti, dimostravano di non apprezzare quella che per loro era una novità, e volgevano la testa dall’ altra parte rifiutando il seno infastiditi”.
Riflessi pronti Questo organo primordiale, detto vomero-nasale, si atrofizzerà dopo la nascita, anche se non scomparirà mai del tutto. Anzi, in un certo senso, si può dire che resterà, a livello inconsapevole, a  “gestire” la nostra vita affettiva: “E’ proprio ad esso che si deve, nella vita adulta, la percezione dei cosiddetti “ferormoni”", sottolinea Bellieni, “sostanze volatili deputate alla trasmissione di messaggi sessuali e affettivi, che fanno sì che siamo attratti più verso una persona piuttosto che un’altra.”. Anche le sensazioni tattili si attivano molto presto: “Già dall’ottava settimana di gravidanza sono presenti attorno alla bocca dei ricettori che a poco a poco vanno diffondendosi alle palme delle mani, alle piante dei piedi e, gradualmente, al resto del corpo”, osserva il dottor Bellieni. “Questo significa non solo che il bambino è sensibile alle carezze della mamma già prima di nascere (lo si “sperimenta” soprattutto verso il termine della gravidanza, quando il  feto risponde a massaggi e stimolazioni tattili sul pancione), ma anche che nel corso dei nove mesi già “impara” a conoscere il proprio corpo”. A partire all’incirca dalla quindicesima settimana il feto comincia a compiere movimenti sempre più complessi: si succhia il dito, si tocca la testina, afferra il cordone ombelicale, scalcia: “In pratica”, osserva l’esperto, “mentre cresce, il feto sviluppa già quei riflessi istintivi vitali che gli resteranno durante le prime settimane di vita extrauterina, per poi gradatamente scomparire: il riflesso di suzione e deglutizione, il riflesso di prensione (per cui si aggrappa automaticamente a ciò che si appoggia sul palmo della sua mano), il riflesso di Moro (per cui slancia in fuori gambe e braccia quando viene cambiato di posizione o se è spaventato), e così via”. Nel frattempo, fa prove di respirazione (inspira ed espira liquido amniotico), di fonazione (anche se non emette alcun suono, fa vibrare le corde vocali), sperimenta l’apparato digerente ed escretore (ingoia liquido amniotico e lo elimina attraverso la vescica).
Anche il sistema dell’equilibrio viene in qualche modo influenzato dalle esperienze di vita pre-natale: <<Lo studio, da noi intrapreso qualche anno fa e tuttora in via di sperimentazione, ha preso in esame un folto gruppo di neonati figli di ballerine professioniste di vari centri italiani>>, spiega il neonatologo. <<Ne è emerso che la stragrande maggioranza di questi bambini, per addormentarsi manifestava l’esigenza di essere cullata vigorosamente: segno che nella loro “memoria” era rimasto impresso il movimento, abbastanza accentuato, degli allenamenti che le loro mamme avevano effettuato durante la gravidanza.>>.  
Abitudini comode Studi ed esperimenti ancora più suggestivi sono quelli che riguardano l’udito: <<A circa 20 settimane il feto è in grado di rispondere agli stimoli sonori che gli arrivano dall’esterno>>, commenta l’esperto. <<In particolare, la voce della mamma, amplificata dalla cassa toracica, gli giunge con un’intensità circa 5 o 6 volte superiore rispetto a quella di un’ altra persona che parla lì vicino. Tant’è vero che, alla nascita, il piccolo è perfettamente in grado di riconoscerla (lo si capisce dal modo particolare di succhiare il ciuccio che ha quando la ascolta) e di distinguerla dalle altre>>. E non è tutto. Nell’88, fu pubblicato dalla rivista “Lancet” un articolo dal titolo piuttosto curioso: “Abitudine del feto alle telenovelas”. Uno studio condotto su un gruppo di neonati le cui madri, durante la gravidanza, erano solite guardare quotidianamente una certa telenovela in televisione, aveva dimostrato che i piccoli ne riconoscevano la sigla al punto che se erano agitati, ascoltandola si calmavano.  . ma anche rischi Addirittura, in Giappone, i bambini nati vicino all’ aeroporto di Osaka, sembrano non risentire particolarmente del sibilo degli aerei che passano a bassa quota: evidentemente, quel rumore, percepito come forte ronzio già quando erano dentro al pancione, è diventato per loro familiare.. Purtroppo c’è anche un risvolto negativo: <<Studi condotti in fabbriche hanno dimostrato che i bambini nati da donne che lavorano in ambienti particolarmente rumorosi presentano un elevatissimo rischio di danni acustici>>, commenta Bellieni. <<Questo rischio aumenta se il rumore è di bassa frequenza: i suoni gravi, infatti, sono meglio veicolati dall’acqua (e quindi dal liquido amniotico) rispetto alle tonalità acute. Di conseguenza vengono percepiti dal feto con particolare intensità>>.
Il primo dialogo Dei cinque sensi, la vista è quello che finora è stato preso meno in considerazione dagli studi sulla memoria pre-natale, forse perché, dentro il pancione, non c’è molto da vedere.. <<Ciò non toglie che il piccolo, pigiandosi casualmente l’occhietto con la mano, possa avvertire stimoli luminosi come succede a noi quando compiamo lo stesso gesto>>, sottolinea il dottor Bellieni. <<E probabilmente, proprio alla fine della gravidanza, quando le pareti dell’utero si assottigliano, filtra anche un po ‘ di luce.>>.
Ma tutto questo può avere anche un risvolto pratico? <<Sicuramente>>, risponde il dottor Bellieni. <<Non si dice  di arrivare a certi eccessi, indubbiamente negativi, come quelli di alcuni centri giapponesi o americani che sfruttano queste ricerche tentando di condizionare il bambino ancora prima che nasca (per esempio, abituandolo a calmarsi con determinati suoni).. Ma una moderata stimolazione, fatta consapevolmente dalla mamma, può essere di sicuro beneficio al piccolo. Per esempio, a Siena, già da qualche anno teniamo dei corsi in cui si insegna alle donne in attesa a entrare in contatto con il loro bambino attraverso la danza, il canto, il massaggio del pancione Le mamme prima hanno provato timidamente, ma oggi sono sempre più coinvolte e convinte, perché il sistema funziona.” E’ bello pensare che il feto, in qualche modo, è già un membro della famiglia: ne conosce le voci, le abitudini alimentari, lo stile di vita.. E ancora prima, è già una forma di compagnia per la mamma!

Il bambino non è mai un rischio

 “Ho tenuto per mano il bambino abortito fino a quando il suo cuore ha cessato di battere” di Enrico Masini


“Oggi- dice il neonatologo Bellieni- la metà delle donne passano la metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono“. E a rimetterci è sempre chi dovrebbe nascere.

“Una volta è nato vivo un bambino di 20 settimane da un aborto spontaneo. L’ ostetrica lo stava avvolgendo in un panno per buttarlo via. Io, consapevole che così piccolo non lo potevo rianimare, l’ho battezzato e gli sono stato vicino tenendogli la mano finché dopo 45 minuti ha cessato di battergli il cuore. Chi passava mi diceva di lasciar stare, che dovevo buttarlo via. Io rispondevo che non si può buttar via un bambino, ha il diritto di morire con tutta la sua dignità“. A raccontare il fatto, straziante e allo stesso tempo carico di umanità, è il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso il Policlinico “Le Scotte” di Siena.
“In neonatologia -continua il medico- curiamo i feti, bambino che stanno nel palmo di una mano e pesano 500 grammi, con un piedino di 2 centimetri. E’ evidente che il feto è una persona, noi li curiamo tutti i giorni. Il feto prova dolore, più di un adulto, perché non ha ancora sviluppato la capacità di produrre endorfine. Ricorda e riconosce la voce e i sapori di ciò che mangia la madre, bevendo. il liquido amniotico. Almeno dalle 30 settimane sogna, si rileva il sonno REM. Spesso dobbiamo fare prelievi ai feti ed è per loro dolorosissimo, ma il dolore scompare se gli stiamo vicini accarezzandogli, parlandogli, tenendogli la manina. Quello che connota il feto, la persona, fin dall’utero della mamma è il desiderio di una presenza, qualcuno che stia con, accanto. Abbiamo scoperto che l’accudimento è il sistema analgesico e terapeutico fondamentale”. Se dall’esperienza professionale del medico emerge chiaramente che il feto è persona a tutti gli effetti, e quindi titolare di diritti, la realtà è ben diversa, e il fatto che il bambino abbia o meno diritto di nascere si vuol far dipendere dalla valutazione degli adulti. Una errata visione che, secondo Bellieni, viene alimentata dagli stessi medici: “In diagnosi prenatale si usa la parola rischio: “Lei signora ha il rischio di avere un bambino Down nella percentuale x” E’ una cosa fuorviante, è oggettivamente sbagliato applicare la parola rischio alla parola bambino. Si dovrebbe dire “Suo figlio ha la probabilità di essere malato di .”
Perché il bambino non è mai un rischio.
Di fatto invece, secondo il medico, oggi la gravidanza viene vissuta con angoscia, con il timore continuo che il bambino non sia sano, non sia normale. Un atteggiamento che non ha solo implicazioni sul piano etico ma che porta a conseguenze patologiche sui bambini che devono nascere. E’ il caso, ad esempio, dell’eccessivo ricorso all’amniocentesi, che “ha un rischio di morte per il bambino di 1 su 100 e serve principalmente per la diagnosi della sindrome di Down che colpisce circa 1 bambino su 700. 
Quindi nella ricerca esasperata di eliminare un bambino Down si fanno fuori 7 bambini sani”. Ma Bellieni evidenzia anche un paradosso del nostro tempo:” Oggi la metà delle donne passano la prima metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono”. Si sceglie di avere un figlio quando si sono raggiunte sicurezze sul piano economico e professionale, ma poi magari il figlio non viene più (oltre al fatto che “un ‘età materna oltre i 35 anni è legata a maggior rischio di anomalie per il bambino, di abortività‘ e di prematurità“). Sempre più frequentemente si ricorre così a pratiche come la fecondazione in vitro, in cui però “capita che alcuni feti vengano abortiti selettivamente, si ha un rischio doppio di paralisi cerebrali e di malformazioni, un rischio 2-3 volte maggiore di peso alla nascita basissimo, una percentuale di gravidanze gemellari del 15% contro il dato normale di 2-3%”.
Bellieni, medico, chiama in causa anzitutto la responsabilità della categoria alla quale appartiene:” Ciò che aiuta i genitori è lo sguardo che i medici che attuano le indagini prenatali hanno su quel bambino, dal quale dipende lo sguardo che avranno poi i genitori nei confronti del loro figlio” . “Dobbiamo fare un passo indietro interiore quando si guarda qualcuno- conclude- . La persona che ho davanti è mia proprietà o ha un valore in sé? Questo libera dalla possibilità di poter fare delle sciocchezze.  Ci fa rendere conto che io e lui abbiamo lo stesso destino”.



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giovedì 3 gennaio 2013

Gravidanza: il feto impara a distinguere le lingue già nell’utero

Il titolo dell’articolo riassume perfettamente quanto scoperto da una ricerca condotta negli Stati Uniti e in Europa e pubblicata sulla rivista Acta pediatrica.
Lo studio, che ha coinvolto 40 neonati nati da appena circa 30 ore, si tenuto a Tacoma (USA) e a Stoccolma (Svezia) e ha dimostrato come la capacità di distinguere le lingue straniere dalla lingua madre possa essere acquisita dal feto quando è ancora nell’utero. I bambini appena nati, o venuti alla luce nel giro di poche ore, riescono infatti a distinguere i suoni dei vari idiomi proprio perché in grado di assorbire i diversi linguaggi durante la gravidanza.
Come spiega Patricia Kuhl, la co-autrice dello studio: “Questo è il primo studio che dimostra che il feto impara in epoca prenatale i suoni dei discorsi nella lingua materna, prima dunque di quanto si pensasse”. Questo perché i meccanismi cerebrali e sensitivi dell’udito si sviluppano intorno alla 30esima settimana di gestazione, e nelle ultime 10 settimane di gravidanza il feto ascolta perfettamente i discorsi della madre.
Proprio su questo dato si sono basati gli esperimenti condotti in entrambi i Paesi: quando i bambini erano ancora nel reparto di maternità, sono stati fatti sentire loro alcuni suoni nella loro lingua madre e altri in lingue straniere. L’interesse verso i suoni è stato poi messo a confronto con il tempo impiegato a succhiare un ciuccio collegato ad un computer per rilevare appunto le varie reazioni.
Dai risultati è emerso che i neonati rispondevano agli stimoli con un tempo di suzione del ciuccio più o meno lungo, in base alla familiarità o meno dei suoni. Quando ascoltavano una lingua straniera, succhiavano più a lungo.
Krizia Ribotta

http://www.scienze-naturali.it

mercoledì 2 gennaio 2013

Aperta la raccolta di firme online “Uno di noi” per il diritto alla vita


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E ora possibile firmare online per sostenere il riconoscimento del diritto alla vita fin dal concepimento
di Antonio Gaspari

ROMA, Sunday, 23 December 2012 (Zenit.org).
Da ieri è possibile raccogliere online le firme dei cittadini europei per sostenere l’iniziativa “Uno di noi”.
Si tratta della Proposta d’iniziativa dei cittadini europei per la “Protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e dell’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento nelle aree di competenza UE nelle quali tale protezione risulti rilevante”.
L’Iniziativa europea “Uno di noi” è stata promossa dai movimenti per la vita di 20 Paesi, e chiede al diritto comunitario di proteggere il riconoscimento della dignità umana fin dalconcepimento.
Secondo i promotori dell’iniziativa “l’embrione umano merita il rispetto della sua dignità e integrità” e per garantire la coerenza nei settori di sua competenza dove la vita dell’embrione umano è in gioco, l’UE “deve introdurre un divieto e porre fine al finanziamento di attività presupponenti la distruzione di embrioni umani in particolare in tema di ricerca, aiuto allo sviluppo e sanità pubblica”.
Si tratta di una forma di democrazia diretta introdotta dal Trattato di Lisbona, ed implica la raccolta di almeno un milione di firme in almeno 7 Paesi diversi.
Il sito dove si possono raccogliere le informazioni (https://ec.europa.eu/citizens-initiative/ECI-2012-000005/public/index.do?lang=en) è disponibile nelle lingue: Danese, Tedesco, Estone, Greco, Inglese, Spagnolo, Francese, Italiano, Magiaro (Ungheria), Polacco, Portoghese, Rumeno, Slovacco, Sloveno, Suomi (Finlandia).
Per poter sostenere l’iniziativa occorre essere cittadini dell’Unione Europea (appartenenti ad almeno uno Stato membro) e aver raggiunto l’età alla quale si acquisisce il diritto di voto per le elezioni del Parlamento europeo (18 anni in ogni Paese, salvo l’Austria, dove ne bastano 16).
Tutti i cittadini europei favorevoli al diritto alla vita sono stati invitati a firmare e far firmare il sostegno all’iniziativa.
Per firmare il sostegno all’iniziativa: https://ec.europa.eu/citizens-initiative/ECI-2012-000005/public/signup.do.