giovedì 20 dicembre 2012

OPERAZIONI FETALI, IN ITALIA SONO REALTA'

Venire al mondo è una delle fatiche più grandi che ogni uomo debba affrontare, forse la più grande. Ebbene per qualcuno l'impresa è ancor più difficile: ci sono infatti alcuni bambini che sono affetti da gravi patologie e che si trovano a dover affrontare operazioni chirurgiche ancor prima di nascere, all'interno dell'utero materno. Attualmente in Italia esistono diversi centri specializzati in questo ambito, tra i quali la Fondazione IRCCS Ca'Granda Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli e l'OBM (Ospedale del Bambini Milano) Buzzi.
Entrambe le strutture si trovano a Milano ed ogni anno accolgono più di cento pazienti che necessitano di interventi di tale genere.
Le operazioni prenatali sono piuttosto diffuse e si rendono necessarie in casi di gravidanze gemellari monocoriali o in caso di patologie gravi.
Ernesto Leva, Responsabile del reparto di “Chirurgia Neonatale” della Fondazione IRCCS Ca'Granda Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli di Milano, ci spiega come sia “necessario intervenire in utero per risolvere delle situazioni delicate o anche per preparare il bebe' al parto. Ci sono situazioni, infatti, in cui il piccolo alla nascita avra' bisogno di percorsi intensivi che possono essere alleggeriti con l'uso del bisturi”.
Nelle gravidanze monocoriali, parti gemellari a rischio, si ricorre alla chirurgia laser perchè c'è una significativa differenza di crescita fra i bimbi. A causare anomalie di questo genere può essere la 'Twin to twin transfer syndrome', sindrome della trasfusione feto-fetale.
Anche l' OBM Buzzi è rinomato e molto qualificato nell'ambito della chirurgia prenatale (si contano circa 80 interventi ogni anno) ed è diventato un vero e proprio riferimento nazionale per gli interventi gemellari (25-30 interventi l'anno). Le operazioni sono effettuate millimetricamente o con l'assistenza del controllo ecografico o con l'inserimento di una videocamera nella pancia della mamma.
Lo scorso 31 Marzo ha avuto luogo, presso il Policlinico di Milano, la IV edizione dell'International Workshop “Cervical Thoracic Masses: from prenatal diagnosis to surgery” (Masse cervico-toraciche: dalla diagnosi prenatale alla chirurgia ). Le tematiche trattate questo anno sono state le problematiche cliniche relative alle masse cervicali e toraciche, con particolare attenzione alla diagnosi prenatale ed alla chirurgia fetale.
Al Policlinico gli interventi di questo tipo sono circa venti l'anno e prevedono operazioni molto complesse. Nell'ambito della chirurgia prenatale/fetale sono stati compiuti enormi passi avanti, garantendo a molti bimbi “che fino a qualche anno fa non avevano chance” di poter sopravvivere – come afferma Ernesto Leva.

Benedetta Morbelli
 
osservatoriomalattierare.it

venerdì 14 dicembre 2012

Video in 4D sullo sviluppo fetale


Bambini iperattivi, una delle cause: l'esposizione al fumo passivo in gravidanza


PENNSYLVANIA-Fumare durante la gravidanza è una pratica altamente pericolosa per il feto, ma lo è anche l'esposizione al fumo passivo. Secondo una ricerca condotta presso l'università della Pennsylvania , pubblicata su Neurotoxicology, il fumo passivo subìto dalla madre in gravidanza puo' interferire con il corretto sviluppo cerebrale del bambino (Mother's environmental tobacco smoke exposure during pregnancy and externalizing behavior problems in children). In particolare si possono sviluppare disturbi del comportamento che affliggerebbero i figli di madri che vivono con mariti fumatori in percentuale nettamente maggiore rispetto ai figli nati in ambienti privi di fumo. Questo studio si è basato sui dati raccolti dal China Jintan Child Cohort Study, condotto dal dottor Liu, studio prospettico longitudinale con l'obiettivo principale di valutare i fattori di rischio per la salute per lo sviluppo di danni neurocomportamentali del bambino

http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/notizie/item/84934-2012-12-10-14-08-11

lunedì 6 febbraio 2012

IL DANNO DOPO LA BEFFA di Serena Taccari

04-02-2012 

Domenica 5 Febbraio la Chiesa italiana celebra la Giornata della Vita. Nell'occasione vi proponiamo la testimonianza di Serena Taccari, presidente della associazione "Il dono" onlus (www.il-dono.org), che si occupa di seguire le donne che hanno avuto un aborto. La testimonianza è tratta dal libro curato da Giovanni Corbelli, "Mamme che piangono - Il dolore che resta dopo un aborto", edito da Fede & Cultura. Il libro è uno dei progetti sostenuti in vista della Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il prossimo 13 maggio (info@marciaperlavita.it). Chi volesse acquistare il libro può farlo direttamente dalsito dell'editrice "Fede e Cultura".
Accompagnare gli eventi di nascita è una cosa b
ellissima di cui tutti andiamo fieri e che portiamo come fiore al nostro occhiello. Eppure se si vuole parlare di vita c’è anche altro, qualcosa in cui nessuno ha voglia di stare, che è davvero troppo scomodo, e che obiettivamente dal punto di vista sociale ha rappresentato e rappresenta una carenza ben vistosa. Sì, perché si dà il caso che una bella pancia di una mamma sia sotto gli occhi di tutti, un bambino che nasce sia sotto gli occhi di tutti, una donna che sorride sia sotto gli occhi di tutti. Eppure anche il fatto che sia una donna – che è anche lei vita – con i suoi piedi a entrare in ospedale con una gravidanza e ad uscire dall’ospedale senza la gravidanza, sempre lei, coi suoi soliti piedi, è sotto gli occhi di tutti. 

E poi? Dove va? Cosa fa? È chiaro che un mondo che propone l’aborto come soluzione di tutti i maggiori problemi femminili non può tollerare di vedere quello di cui non ci si vanta, quello di cui non si va fieri: la donna che ha abortito. Ma è davvero una carenza abbastanza vistosa, proporre alle donne la scelta dell’aborto magari dopo aver negato l’esistenza in quel minuscolo embrione, di un figlio, e poi dimenticarsi di quelle stesse donne cui è stato “erogato” questo pubblico servizio: non dobbiamo sforzarci troppo per capire che se il bambino non tornerà indietro, dopo un aborto sono loro, quelle che restano. Le donne.

In tanti anni che lavoro in questo ambito mi sono chiesta perché non si faccia un sondaggio anche non ufficiale, così, tra le chiacchiere di tante amiche in modo che la risposta sia intima, sincera, profonda e non “la risposta esatta”, per capire se le donne che hanno usufruito di questo diritto sociale all’aborto ritengono di aver avuto un grande privilegio. Dal canto mio, posso rispondere senza presumere di rappresentare tutto l’universo femminile, ma a nome di quel campione di circa 4000 donne che noi abbiamo seguito dopo una interruzione di gravidanza, delle quali nessuna è fiera di aver abortito e non ritiene di aver fatto un passo avanti nel suo personale progresso sociale in quanto donna, per l’aver usufruito di questo diritto.

«Forse qualcuno ti dirà che insieme a tuo figlio morirai anche tu, ma questa è una verità relativa, la verità schiacciante è che non morirai affatto, a te sarà concesso di vivere, e quella sarà la tua punizione più grande. Vivere con un fardello enorme da portare, con la consapevolezza che tu, solo tu, hai ucciso tuo figlio. Tu che dovevi amarlo e proteggerlo, tu che sei la sua mamma, l’unica di cui tuo figlio ha bisogno» (da Quello che resta, ed. VitaNuova).

Queste poche drammatiche frasi sono la fotografia di un dolore che nessuno vuole ascoltare o vedere, di una realtà che socialmente bisogna tenere sepolta perché guardarla non è politicamente corretto; e questo è lo sberleffo, il danno dopo la beffa che si infligge alle donne. 
Neanche gli abortisti incalliti ritengono più che l’aborto sia una scelta facile, non ti diranno più che è come togliere un dente, eppure nessuno vuole sentir parlare di una donna che dopo un aborto si strappa i capelli… sì, anche nel senso fisico del termine. O che si butta sull’alcool, sulla droga o sulle storie di sesso insensate. O che non riesce a guardare più in faccia i propri figli, o il proprio marito o compagno; che allo scoccare di ogni anno viene assalita da un inspiegabile magone, da accessi di pianto… ed agli occhi di tutti diventa quella “strana”, quella “depressa”, quella che “lo vive male”.

C’è qualcuno che vive bene la morte di un figlio? Immagino che se incontrassimo qualcuno che ci dicesse: “Sai oggi mio figlio si è schiantato contro un tir, vado a mangiare una pizza, vieni?” allora sì, dovremmo preoccuparci; e non troveremmo alcuna stranezza in una donna che si dispera per la morte di un figlio.

Ma… saremmo a disagio. Saremmo sì ugualmente a disagio e non vorremmo telefonarle perché “che cosa le dici?” – niente… che vuoi dire a una madre cui è morto un figlio? Come si fa a consolarla? Quali parole possono cercare di colmare questo vuoto? E allora cercheremmo forse di evitarla e i più coraggiosi, magari dopo qualche giorno, andranno a fornirle un silenzioso abbraccio. Oppure si aspetterà… perché il tempo lenisce le ferite, si dice, le cura.
La morte ci mette a disagio, eppure fa parte della vita il morire. E nessuno ci ha garantito che moriremo in grande pace nel nostro letto di casa, né a noi, né ai nostri figli.
E cosa si può dire a quella madre cui è morto un figlio ed è stata lei stessa a condannarlo a morte senza capire cosa stava facendo? Quella donna che piange, piange perché vorrebbe tornare indietro nel tempo, perché avrebbe voluto incontrare qualcuno sulla sua strada che le avesse mostrato un’alternativa al suicidio… sì, perché questo strambo suicidio in cui essa resta in vita, in perenne agonia, è una morte lenta, non del corpo certo, ma non è meno morte.

Ho detto “senza capire cosa stava facendo”. Ebbene sì. Nel 2012, ripeto, senza capire cosa stava facendo. Io non ho seguito delle pazze che andavano ad abortire gridando “voglio fare a pezzi mio figlio!”. Ho seguito donne spaventate, terrorizzate, che non avevano alcun sentimento di odio verso il bambino, ma che in quella gravidanza non riuscivano proprio a vederlo.
Si parla spesso di lessico che modifica le coscienze, e ritengo che sia profondamente vero. 

Con il termine “gravidanza” è molto più difficile riuscire a identificare un figlio, rispetto a quando si ha davanti un bambino bello e nato. Se qualcuno avesse messo in braccio a quelle mie stesse donne un bimbo di qualche giorno che avrebbero dovuto crescere loro, avrebbero sbuffato, si sarebbero arrabbiate, avrebbero battuto i piedi in terra, ma non gli avrebbero torto un capello. No, non sono donne arrabbiate contro il bambino: costoro sono donne ingannate, perché quel bambino non riescono proprio a vederlo, al di là di quel panico irrazionale che le attanaglia. Panico che è anche fatto di una subdola coercizione attuata a livello sociale. Da una società che ti definisce stupido se fai figli, che per questo ti castra sul posto di lavoro, e ti rende tutto terribilmente difficile; da una famiglia che non è accogliente e ti fa sentire più sbagliata di quanto già ti senti perché sei rimasta incinta in un momento che forse non era il top o perché questo è il terzo o quarto figlio… neanche li andassero a partorire loro. Da uomini che promettono eterno amore e dichiarano anche di volere con te un figlio ma poi come esce il test positivo spariscono come il mago Zurlì, o nel peggiore dei casi si pongono come ricatto perché quel figlio, concepito da tutti e due, da uno solo venga fisicamente eliminato.

Affinché questo si inizi a poterlo vedere, prima che a volerlo vedere, è necessario che cambi la mentalità; che cambi qualche altra cosa dentro ciascuno di noi, che ci si senta responsabili di un silenzio coatto in cui sono state chiuse tutte quelle centinaia di migliaia di donne che hanno abortito e che stanno soffrendo. 

Occorre che tutti aprano gli occhi su una realtà: quella dei dati del Ministero della Sanità che parla ogni anno di circa 130mila aborti. Pensateci bene: supponendo che non sia sempre la stessa ad andare ad abortire, sono in totale 130mila donne. Sono ottimista? Va bene, vogliamo essere pessimisti: allora saranno 90mila? 70mila? E dove stanno? Dove sono? A fare le maestre mentre tengono i nostri figli vivi e ripensano continuamente al loro che hanno eliminato? A curare altri bambini in casa piangendo in bagno le somiglianze che immaginano ci sarebbero state con il figlio che oggi non c’è? Negli uffici, al bar, dove sono? In casa nostra? Nel nostro palazzo? E noi, perché non le riusciamo a vedere? Perché non riusciamo a vedere che aiutare una donna a portare avanti una gravidanza in qualunque situazione si trovi è un investimento per tutti noi?

Si stima che una donna su quattro abbia abortito almeno una volta. Io auguro a ciascuno di avere il coraggio di prendere la sua agenda e per tutte le donne che conosce si faccia una domanda: chi? E anche un’altra domanda: come sta? E provi a rispondersi. E magari – che non guasta – a trovare il coraggio di esporsi e chiedere, di sentire il desiderio di dare speranza a chi nella sua vita non la vede e pensa di non meritarla più, ma soprattutto di smetterla di sostenere che la scelta delle donne sia suicidarsi con un aborto e di avere voglia di spendersi per la vita, delle donne e dei bambini, perché nessuno si salva da solo e tutti siamo chiamati in gioco.

* presidente della associazione "Il dono" onlus (www.il-dono.org), che si occupa di seguire le donne che hanno avuto un aborto 

(tratto da www.labussolaquotidiana.it)

martedì 6 dicembre 2011

L'aborto è un po' anche suicidio

di Francesco Agnoli
30-11-2011


Quando uno ha già qualche anno, non necessariamente più di trenta, è preso talvolta dai ricordi. Il volto di un amico non più frequentato, un gioco, un passatempo, un’avventura dolorosa o felice, risalgono dal pozzo della memoria sino alla superficie, con un gusto agrodolce: ciò che è stato non è più, eppure è ancora nostro. Ciò che è stato non possiamo più riprenderlo, purtroppo, e ci sfugge via. Però non è finito per sempre, in verità, perché ha contribuito a renderci ciò che siamo. Ogni esperienza vissuta si imprime più o meno fortemente in noi, nel nostro animo e nel nostro corpo.

Siamo così, un sinolo di materia e forma, di anima e di corpo, come diceva Aristotele. I materialisti non possono capirlo, perché vedono solo materia che si muove. Gli spiritualisti neppure, perché non capiscono cosa c’entri quel corpo, che pure, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, ostinatamente c’è, nonostante il loro desiderio di trascenderlo, di essere puro spirito, di “liberarsi”. Tutta la nostra storia è qualcosa di spirituale e di fisico, una fusione armoniosa e inestricabile. Il nostro affetto, che sentiamo nel cuore, che non tocchiamo, che ci sembra a tratti infinitamente grande, verso la persona amata, si traduce in un abbraccio, in una fatica, in un servizio, insomma in qualcosa di concreto. Il nostro odio diventa parole, sentimenti, gesti, digrignare di denti.

Così, quando abbiamo una relazione con una persona dell’altro sesso, una relazione affettiva naturale, questa diviene col tempo anche unione carnale, fisica, perché la nostra unità lo esige. Esige che amiamo con tutto noi stessi. Ma se abbiamo amato così, non possiamo poi tirarci indietro pensando che sia senza conseguenze: non possiamo divorziare, senza strappare il nostro passato e quindi anche il nostro presente, e il nostro futuro, senza che tutto ciò che ci portiamo addosso urli a noi stessi, di esistere, di essere stato, di essere in qualche modo ancora. Ma soprattutto, visto che è questo di cui si parla in questi tempi, nessuna madre e nessun padre possono pensare, dopo aver concepito un bambino, di potersene disfare impunemente, con un gesto, fisico, una IVG, come si suole dire con terminologia beffarda.

Ciò che è stato concepito, c’è, esiste, e vive nel cuore e nella carne del padre, anche se lo rigetta, perché in lui vive il gesto che ha determinato il concepimento, e la consapevolezza latente del suo significato. Esiste, soprattutto, il concepito, nella psiche, nella carne della madre. Il bambino non è parte della madre, come dicono gli abortisti, cioè proprietà di lei, come una casa o una macchina, come qualcosa che si possiede, ma che è altro da noi, fuori di noi. Quel bambino è parte della mamma esattamente quanto la mamma è parte di quel bimbo. Parte, sempre, in senso carnale, perché il bimbo è formato dall’ovulo della madre, nutrito in simbiosi dalla madre e ospitato dal suo grembo; “parte” anche spirituale, il concepito, perché in un certo senso “tutto ciò che è spirituale è anche carnale” e “tutto ciò che è carnale è anche spirituale”.

Mi sorprende che quando si affronta il problema aborto, questa verità così concreta non sia quasi mai sottolineata.
Quando il feto viene ucciso, intendo, anche una parte della madre viene uccisa: una “parte” fisica e una “parte” spirituale; anche una parte del padre muore, per sempre. Anche una parte del loro amore, se ne va, tanto è vero che vi sono coppie, come raccontano medici che hanno seguito questi casi, che si separano in seguito ad un aborto; altre che resistono, ma senza più amarsi come prima, tenute insieme magari dal rimorso di quello che hanno fatto e dal ricordo di chi ora potrebbe essere con loro.

L’atto chirurgico, è vero, stacca e uccide qualcosa che sembra a sé stante, che appare, superficialmente, una vita autonoma, seppure ospitata: in verità quella vita era sì individuale, unica, ma era anche l’incontro biologico e spirituale delle vite dei suoi genitori; era anche parte del sangue, del corpo, dello spirito, dei pensieri, dei sogni, della madre (e del padre). Trovo conferma di queste mie riflessioni, studiando un po’ la letteratura medica sul post-aborto, ad esempio nei bellissimi saggi dei dottori Rigetti, Casadei e Maggino, compresi nel libro “Quello che resta” (editrice Vita Nuova), sapiente mescolanza di saggi scientifici e di testimonianze di donne.

In questo testo si spiega chiaramente che “il lutto dell’aborto è plurimo, perché le perdite da affrontare sono molteplici e strettamente concatenate le une con le altre… una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa ecc.)”. Secondo il DSM III dell’American Psychiatric Association, infatti, l’aborto è considerato un evento traumatico in quanto “produce un marcato stress, tale da creare disturbi alla vita psichica; sopprime gli elementi di identificazione (della donna) col bambino; nega la gravidanza ma anche quella parte del sé che si era identificata col bambino”. Le conseguenze, guarda caso, sono di tipo fisico e spirituale: “disturbi emozionali, della comunicazione, dell’alimentazione, del pensiero, della sfera sessuale, del sonno, della relazione affettiva…”.

Assai sintomatica di quanto si è detto finora, mi sembra proprio l’esistenza dei disturbi affettivi e sessuali, che si giustifica appunto come reazione ad un’esperienza sessuale, affettiva, di cui non è rimasto nulla, o meglio di cui permangono sensi di colpa, rabbia, paura, ripensamenti… Le occasioni del manifestarsi della sindrome post-abortiva sono anch’essi assai eloquenti: compaiono di solito in occasione di una nuova gravidanza, di un aborto spontaneo, di perdite affettive, di sterilità secondaria… Ecco perché un’esperienza d’amore che si conclude con un aborto, non rimane limitata a quel rapporto, a quella storia, ma si trascina e ripercuote anche su un’altra esperienza affettiva, proprio perché la donna, la persona, è una, sempre quella, pur nella molteplicità delle esperienze.

Per questo l’aborto si può configurare, almeno in parte, anche come un suicidio, o, come scrivono alcuni psicologi, un “lutto complicato” in cui si “rende necessaria l’elaborazione sia della perdita dell’oggetto (il bimbo), sia della perdita simultanea e concreta di una parte del Sé”, sia aggiungerei, di un perdita almeno parziale del rapporto col coniuge. Ha scritto la dottoressa Lerda, su una rivista fortemente a sostegno della 194 come Contraccezione, sessualità e salute riproduttiva: “Sia che la donna cerchi di cancellarne il ricordo, sia che continui a sentirne il peso, si tratta comunque di un lutto che si porterà dietro tutta la vita. È una scelta che influenzerà anche il rapporto con il partner e con gli eventuali partner successivi, una scelta che peserà nuovamente in caso di altre gravidanze”.

tratto da: www.labussolaquotidiana.it

La “Sindrome post aborto” è presente anche nei bimbi sopravvissuti

di Stefano Bruni*
*pediatra

Si parla e si scrive con una certa frequenza delle sofferenze e delle problematiche di salute fisiche e mentali delle donne che decidono di abortire. Anche su questo sito sono stati segnalati studi scientifici (ed anche io personalmente ho segnalato parecchi link su questo argomento) che sottolineano come l’interruzione volontaria di gravidanza possa avere in molti casi conseguenze devastanti per chi la vive sulla propria pelle.
Un po’ meno si parla della sofferenza del feto che viene abortito benché siano disponibili alcuni studi scientifici sulla sensibilità dolorifica del feto nell’ambiente uterino. Si tende invece ad oscurare le problematiche e le sofferenze dei bambini sopravvissuti ad un intervento abortivo, mentre praticamente mai si affronta il problema della sofferenza psicologica cui vanno incontro i bambini sopravvissuti all’aborto di un fratellino, o sopravvissuti, a seguito di una pratica di fecondazione assistita, alla soppressione di un certo numero di embrioni “soprannumerari” e non desiderati.
Si tratta di quella che gli autori definiscono “PASS”: Post Abortion Survivors Syndrome. Una sindrome, appunto, cioè una serie di segni e di sintomi ben codificati. In una sua lettera all’Editore (una forma di comunicazione scientifica che un autore fa agli addetti ai lavori utilizzando una rivista scientifica peer reviewed) del Southern Medical Journal di qualche anno fa (2006), il Dr Philip Ney psicologo e psichiatra del Department of Family Practice, Faculty of Medicine, University of British Columbia, Victoria, British Columbia (Canada) descrive segni e sintomi della PASS, una sindrome simile, ma non sovrapponibile in tutto e per tutto, a quella cui vanno soggetti i sopravvissuti ad altre catastrofi (campi di concentramento, disastri aerei, guerre, attentati terroristici, …).
Sullo stesso argomento il Dr Ney aveva pubblicato in precedenza un altro lavoro sul Child Psychiatry and Human Development (1983), intitolato:  “A consideration of abortion survivors” (è solo un estratto ma il lavoro intero è acquistabile online per chi fosse interessato a leggerlo). In sintesi, gli studi effettuati dal Dr Ney lo hanno portato a concludere che i bambini che realizzano che i propri genitori hanno precedentemente (o successivamente alla loro nascita) abortito un fratellino sono ad alto rischio di sviluppare disturbi dello sviluppo o patologie psichiatriche (depressione, psicosi, aggressività, suicidio, insofferenza nei confronti dell’autorità, …).
Alla determinazione di questi disturbi concorrono diversi elementi. Tra gli altri:
1. la paura del bambino nei confronti di genitori che si sono dimostrati capaci di sopprimere la vita di un essere umano di cui invece avrebbero dovuto curarsi; il bambino si sente a rischio di essere rifiutato da un momento all’altro come il fratellino abortito e vive nella paura e nell’incertezza di essere non amato;
2. il senso di colpa (“perché sono in vita io e non gli altri?”) che si genera nel bimbo sopravvissuto come se la scelta di sopprimere il fratellino e mettere al mondo lui fosse in qualche modo legata a lui stesso;
3. una sensazione di onnipotenza o di megalomania nel bambino sopravvissuto che si sente più forte degli altri, più forte della morte stessa, indistruttibile dal momento che è sopravvissuto;
4. l’atteggiamento di sovra-protezione, per i sensi di colpa dei genitori, di cui il bambino viene fatto oggetto;
5. le attese impossibili che il genitore ha sul bambino quando questo è vissuto come «figlio-sostituto» del figlio abortito;
6. un disturbo dell’attaccamento con entrambi i genitori che può portare anche all’abuso o all’abbandono nei confronti del figlio “sopravvissuto”.
Questi sentimenti contrastanti di colpa e di onnipotenza, di abbandono e di iperprotezione talora coesistono paradossalmente e si accompagnano ad un’esposizione al rischio di autolesionismo (il bambino, poi ragazzo e infine adulto si mette in situazioni di pericolo) o di sviluppare malattie psicosomatiche o psichiatriche. In un’altra lettera all’editore, questa volta del Canadian Journal of Psychiatry (1993; 38(8): 577-578), il Dr Philip Ney spiega anche che sebbene ci sarebbe tanto da studiare e da capire relativamente a quanto accade nelle donne che abortiscono o nei bambini sopravvissuti a questa scelta, questi argomenti sono considerati taboo dalla stessa comunità scientifica ed è molto difficile (se non addirittura deliberatamente scoraggiato) per un ricercatore compiere indagini scientifiche su questi temi.
Si dirà che il Dr Ney è persona evidentemente credente e contraria all’aborto e che dunque nelle sue ricerche c’è un bias, un “pre-concetto”.  Tuttavia, se quanto affermato dal Dr Ney è vero (ed io credo che lo sia anche perché le evidenze in questo senso sono tante) allora forse il pre-concetto non toglie obiettività ai credenti contrari all’aborto ma piuttosto la toglie a coloro che sono favorevoli a questa pratica.


tratto da: www.uccronline.it
 

domenica 4 dicembre 2011

La pillola ellaOne: un’altra conferma del piano inclinato

Autore: Tanduo, Luca e Paolo  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it

mercoledì 30 novembre 2011

Dopo approvazione da parte dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco che ha ritenuto la “pillola dei 5 giorni dopo” ellaOne un contraccettivo di emergenza, simile alla “pillola del giorno dopo”, e non un farmaco abortivo, con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale essa diventa commerciabile anche in Italia.
Potrà essere messa in vendita nelle farmacie italiane come farmaco di classe “C”, ovvero a carico del paziente, avrà un costo di 35 euro e potrà essere impiegata solo da donne che avranno effettuato preventivamente un test di gravidanza.
Questa limitazione, che pure ha creato non poche polemiche, è solo una magra consolazione per chi si opponeva ad una nuova banalizzazione dell’aborto e della sessualità specie tra i giovani. Inoltre non sarà possibile controllare se le donne che riceveranno la pillola la useranno subito o la terranno per un successivo rapporto non protetto nel quale potrebbe invece risultare positivo il test della gravidanza.
La pillola ellaOne agisce tra il momento della fecondazione e quello dell’annidamento nell’utero, sfruttando l’azione del principio attivo ulipristal acetato, ovvero la versione sintetica dell’ormone sessuale femminile chiamato progesterone. Secondo la casa farmaceutica il principio attivo dell'ulipristal acetato contenuto in ellaOne consente di ridurre del 98% il rischio di gravidanza indesiderata se assunto entro i 5 giorni successivi al rapporto considerato a rischio. Le percentuali diminuiscono se la pillola è assunta oltre le 120 ore. Secondo chi sostiene questo farmaco, il solo effetto indotto è quello di inibire e ritardare il rilascio dell’ovulo da parte delle ovaie attraverso una sorta di “simulazione di fecondazione”, in modo da impedire che avvenga una fecondazione, ma la realtà è diversa: infatti l’azione anti-ovulatoria sembra manifestarsi regolarmente soltanto all’inizio del periodo fertile (il secondo e terzo giorno fertile del ciclo), inoltre è opportuno ricordare che l’effetto della pillola parte dal momento dell’assunzione della stessa. In caso di rapporto in periodo non fertile l’assunzione della pillola sarebbe inutile. In caso di rapporto non protetto nel periodo fertile del ciclo l’assunzione della pillola ellaOne non sarà efficace come contraccettivo perché l’ovulazione avrà avuto già luogo, la fecondazione potrebbe quindi essere avvenuta prima dell’assunzione. Si avrà esclusivamente un’azione anti-annidamento, cioè contragestativo, cioè abortivo. Assurdo sostenere che la gravidanza ha inizio quando l’embrione si annida, la gravidanza inizia con il concepimento. Gli ultimi studi dicono che l’embrione già nelle tube nel percorso che lo porta verso l’utero scambia messaggi tramite ormoni con la madre.
Ancora una volta si realizzerà un aborto a domicilio. Sì, perché il farmaco attraverso il principio attivo ulipristal acetato contribuisce anche ad impedire l’annidamento dell’embrione nel caso in cui sia avvenuta la fecondazione, modificando l’endometrio e il rivestimento uterino di modo che questo non sia predisposto a supportare un’eventuale gravidanza. Sul sito dell’HRA pharma si trova “The primary mechanism of action is thought to be inhibition or delay of ovulation, but alterations to the endometrium may also contribute to the efficacy of the medicinal product”.
La donna sarà sottoposta ad un grosso dosaggio ormonale e sarà lasciata ancora più sola, l’uomo sarà ancora meno coinvolto. Questo avrà sicuramente un impatto a livello educativo. Le conseguenze a livello psicologico dell’avvenuto aborto non saranno per nulla minori per le donne; un sessuologo e psicoterapeuta su Avvenire dice “abortire con una pillola realizza quello che si definisce "proporzionalità traumatica", ossia l’idea che la sofferenza è minore se l’embrione è più piccolo. In realtà, è sempre presente nella donna il senso di colpa, tipico della sindrome del post-aborto”. Inoltre nessuno indica e ricorda le controindicazioni delle pillole, si parla tanto di salute della donna e non si dice mai che assumere ormoni o alterarne le dinamiche può creare problemi alle donne che li assumono, se pensiamo poi che la maggior parte delle “utenti” saranno giovanissime già possiamo immaginare i risultati.
Dovrebbe far riflettere quanto è possibile trovare sul sito dell’HRA pharma: sul Summary of product characteristics della pillola ellaOne troviamo scritto “Children and adolescents: Safety and efficacy of Ellaone was only established in women 18 years and older”, eppure noi lasceremo che sia possibile reperirlo in tutte le farmacie anche alle minorenni. La Società italiana della contraccezione SIC e la Società Medica Italiana per la Contraccezione SMIC il 6 giugno 2011 hanno emanato un paper nel quale sostengono che in base alle leggi vigenti, la prescrizione e somministrazione dei contraccettivi d’emergenza è consentita anche a minorenni fino a 13 anni d’età. Negli ultimi anni con la diffusione dell’uso delle pillole come la Norlevo, 360mila confezioni all’anno distribuite in Italia, il 55% di esse alle giovanissime, si è contemporaneamente registrato un costante incremento nell’abortività spontanea; gli aborti spontanei sono aumentati di 11.000 unità all’anno nel 2001 (+20%), di 17.000 all’anno nel 2005 (+30%) e di 22.000 unità all’anno nel 2007 (+37%), con incrementi del +67% nel 2005 e +80% nel 2010 nelle giovanissime.

In questo paper inoltre si oppongono a quanto scritto dal Consiglio Nazionale di Bioetica (CNB) il 28-5- 2004, e al Codice di deontologia medica del 2001 art.22 che stabiliscono una “clausola di coscienza” per i medici nelle prescrizioni di contraccettivi d’emergenza che contrastino con la propria coscienza. Si oppongono alla nuova presa di posizione del CNB del 25-02-2011 che estende la “clausola di coscienza” anche ai farmacisti. Questo sta diventando un punto decisivo, infatti, spostando il tema dell’aborto e la sua realizzazione dall’ospedale all’uso farmacologico di queste pillole, decisivo diventa il diritto dei farmacisti di obiettare secondo coscienza, anche di fronte a prescrizione medica. Purtroppo in Italia anche l’ordinamento giuridico andrebbe aggiornato per evitare equivoci e proteggere questo diritto. Non si tratta, infatti, di farmaci salva vita; inoltre il tentativo di imporre ad ogni farmacia un medico non obiettore contrasta con la realtà dei fatti, converrebbe allora sostenere che all’interno della stessa ASL il farmaco debba essere reperibile senza imporre nulla alle farmacie che si opponessero alla vendita di questi farmaci potenzialmente abortivi. I numeri se letti bene parlano chiaro.
La commercializzazione di queste pillole ha anche un aspetto economico non secondario. L’HRA Pharma, la farmaceutica francese è già produttrice della pillola della giorno dopo. Impressiona il fatturato di questa azienda francese, 43,7 milioni di euro nel 2010 con un utile di 7,53 milioni. Solo in Italia con la vendita della pillola del giorno dopo ha avuto utili di 82.663 euro (dati tratti da èVita del 17 novembre 2011). Significativi sono gli scopi che si prefigge quest’azienda, come si trova facilmente sul sito dell’HRA Pharma: “Mettere a disposizione delle popolazioni più povere i propri prodotti è uno degli impegni aziendali che proprietà e management hanno assunto fin dal primo momento. HRA ha profuso sforzi significativi nello stabilire legami consolidati con ONG internazionali e autorità locali. L’Azienda partecipa a numerose iniziative che hanno lo scopo di promuovere l’educazione alla contraccezione e di facilitare l’accesso ai prodotti nelle aree più remote e povere del mondo”. Nella versione inglese che descrive il NorLevo program lanciato nel 2001 appare chiaro quali sono gli elementi da contrastare perché impediscono una più rapida diffusione dei loro prodotti “to facilitate access to emergency contraception for women on low incomes or who live in remote areas, or those countries where traditionally, social and religious norms and government policies have restricted access to emergency contraception”.