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by
Stefano
9 luglio 2015
Cento centesimi al Liceo delle scienze umane Virgilio di Milano.
Silvia Barbarotto,
ventenne con sindrome di down è oggi matura e la sua mamma le ha
regalato una lettera con emozioni uniche che ha deciso di condividere
con noi di
Invisibili.
Silvia Barbarotto
«Per quanto tempo ti abbiamo cercata, piccola. Ti volevamo, ti
chiamavamo, ma tu esitavi, non eri mai pronta a farti avanti. E intanto
passavano i mesi e crescevano l’ansia e lo sconforto dell’attesa. Poi,
trascinata dai primi odori di un Natale, ho smesso di contare i giorni e
ho lasciato di nuovo liberi il cuore, il corpo, il pensiero. E tu, dal
tuo piccolo pianeta lontano, hai sorriso: ti arrivava finalmente un
richiamo vero, sentivi che si era creato lo spazio per te e così per
quel Natale ti sei annunciata».
Abbiamo allora incominciato il nostro grande viaggio insieme. Una
gravidanza splendida che ci siamo centellinata e goduta reciprocamente.
Tu nel tuo nido morbido e protetto succhiavi linfa per crescere e
formarti fisicamente. Io, il tuo nido, succhiavo attraverso di te
emozioni e sensazioni mai provate prima. Mi hai permesso, attraverso
quel percorso, di scoprire la potenza dell’essere donna, la potenza e la
gioia della femminilità, la consapevolezza di un corpo morbido. Ma
anche un percorso così ricco di sensazioni e scoperte, così intenso e
meraviglioso deve concludersi e si avvicinava il momento di separarci.
Io non avrei mai voluto che arrivasse, ero così orgogliosa di mostrarci,
così felice di quel rapporto privilegiato tra noi due.
Devo confessare che ero anche piuttosto in ansia di fronte al
pensiero di te realmente presente. Una persona nuova, sconosciuta da
accudire e proteggere. Forse, per la prima volta, non riuscivo proprio a
immaginare come sarebbe stata la vita dopo. Gli ultimi giorni di
attesa, per arrivare alla data presunta per il parto, sarebbero stati
sicuramente molto combattuti, e tu hai evitato tutto questo prendendomi
in contropiede anticipando il nostro incontro di ben sedici giorni.
Ci è stato concesso un parto splendido, in ospedale, ma con la stessa
atmosfera che avremmo potuto avere se fossimo state a casa. Solo noi
due, il papà e un’ostetrica bravissima, che era già un’amica e che da
allora chiamiamo zia. Abbiamo avuto a disposizione il giusto tempo e una
mole adeguata di lavoro per salutarci, per prendere coscienza che
stavamo per lasciarci, ma che nel contempo stavamo anche per conoscerci.
Durante quel lungo saluto, attraverso quell’abbraccio ritmico e
fortissimo, ho scoperto che potevo abbandonarmi fino in fondo, che
potevo affidarmi, che sapevo anche vivermi da dentro. Tu avevi una gran
fretta di nascere. Ricordo bene il tuo scalciare, il mio assecondarti
col respiro, le nostre spinte, la tua testina piena di lunghi capelli
neri che già urlava perché ti liberassi tutta. Io in realtà non potevo
vederti perché ero in piedi appoggiata al lettino, ma ti ricordo con gli
occhi del papà. E poi una scena tenerissima di te, ancora in sala
parto, che, completamente nascosta in una copertina, la sollevi, quasi a
cercarmi, sentendo la mia voce.
Poco più tardi, sdraiata da sola nella stanza del travaglio, ripenso a
quante cose mi hai già dato e mi accorgo che ancora non ti conosco,
che, nonostante tu sia stata a lungo sulla mia pancia, non ci siamo
ancora guardate negli occhi. Era tutto troppo vorticoso, ma ora c’è
calma e vi sto aspettando, te e il papà, per cominciare veramente la
nostra vita a tre. Arrivi solo tu e, mentre mi vieni portata perché io
ti prenda in braccio offrendoti il seno, finalmente i nostri occhi si
incontrano e tu mi guardi con due splendidi occhietti. A mandorla. E’ un
istante.
Quello per sentire che io voglio abbracciare la mia bambina. Al resto ci penseremo dopo.
Ora hai quasi vent’anni, e oggi ha conseguito la tua maturità a pieni
voti. Sei una bella ragazza, sana, inaspettatamente curiosa e
determinata, che sa conquistare tutti con la sua straordinaria simpatia.
Mi considero una mamma fortunata e vivo in te la mia ‘carta’ per la
vita. Una ‘carta’ che tra le tante cose mi ha permesso di conquistare la
capacità di vivere veramente il presente raccogliendo ogni giorno
quello che può darmi, e che dà a tutti noi la possibilità di riconoscere
gli altri oltre la maschera. Siamo una famiglia allegra e mi sembra
atroce pensare che, se insieme al papà, non avessimo deciso di evitare
un esame per non aumentare (seppur di poco) la percentuale di rischio
naturale di una gravidanza tanto desiderata, tu, probabilmente, non
saresti mai nata.
Silvia Barbarotto
Cosa dirti Silvia oggi se non BRAVA!? Mi ricordo di quando,
piccolina, una volta in macchina ti avevo detto che ero molto contenta
di te e tu, da dietro, avevi chiesto: “anche fiera e orgogliosa?” Così
“fiera e orgogliosa” è diventato parte del lessico famigliare. Sono
veramente fiera e orgogliosa di te, di come hai saputo fruire di questi
13 anni di scuola. Sono soddisfatta di come la scuola pubblica italiana
ti abbia accolta e accompagnata nella tua crescita, con qualche alto e
basso, qualche interruzione anche dolorosa (ma così è la vita), ma anche
con tante persone in gamba che ti hanno capita e supportata , credendo
in te e scoprendoti, come noi ti scopriamo giorno dopo giorno.
Quando sei nata io e il papà ci siamo ripromessi di guardare avanti e
di crescere assieme a te e tu regolarmente ci stupisci, come
generalmente stupisci e gratifichi con belle soddisfazioni chi è
disposto a investire in te.
Avevo scritto quei pensieri per te durante la stesura della mia tesi
(per l’abilitazione all’insegnamento della matematica e delle scienze
alle medie). Dovevo preparare un’uscita didattica di un giorno a tema
geologico (io biologa!). Così avevo pensato di rapirti per un giorno e
di andare a fare insieme il percorso geologico ai Corni di Canzo e dopo
una giornata di camminate, appena salita in treno per tornare a casa, ti
sei addormentata. Così io, seduta di fronte a te, guardandoti, ho
lasciato correre i pensieri scrivendo mentre pensavo. Ho sempre
considerato quella lettera la mia vera tesi!
Per la tua tesina di maturità, oltre a una presentazione sul tuo
percorso durante questi cinque anni di liceo, hai presentato alcune tue
poesie e abbiamo scoperto che non sapevi che anche io scrivo i miei
pensieri in modo molto simile al tuo. Così mi è sembrato giusto farti
trovare la mia lettera come risposta alla tua maturità.
Non saprei cosa aggiungere oggi, se non che mi dispiace moltissimo
che la scuola sia finita (come dispiace a te) e, se non fosse per la
promessa fondamentale fatta nei tuoi confronti, direi che sono un po’
spaventata per il futuro. In Italia la scuola ha forse il più alto
livello di capacità di inclusione, ma dopo la scuola purtroppo si apre
una voragine di vuoto. Sono (quasi) sicura, che anche questa volta
troveremo la strada, sarai probabilmente tu (come sempre) a trovare la
strada migliore per te. Quindi non mi resta che starti vicina e
ripeterti come nella mia lettera, di andare, ma di ricordarti, ogni
tanto, di voltarti e di farci uno dei tuoi splendidi sorrisi.
Mamma Cristina
Fonte: http://invisibili.corriere.it/