sabato 5 settembre 2015
mercoledì 26 agosto 2015
Bimbi Down, Ohio pronto a frenare sull'aborto

di Elena Molinari
Presto l’Ohio avrà una legge che proibisce l’aborto volontario in seguito a una diagnosi prenatale di sindrome di Down. L’Assemblea legislativa dello Stato americano dovrebbe approvare la misura già a settembre, grazie all’appoggio di due terzi dei rappresentanti di entrambe le Camere. Anche se il governatore John Kasich, un repubblicano in corsa per la presidenza, non ha ancora preso posizione, la sua opposizione all’interruzione di gravidanza è nota, e dalla sua elezione nel 2010, ha firmato una serie di restrizioni all’aborto.
Mike Gonidakis, il presidente dell’Associazione per il diritto alla vita dell’Ohio, ha detto che il suo gruppo ha fatto del disegno
di legge una priorità, perché la sindrome di Down è così facilmente diagnosticata durante la gravidanza da portare all’aborto quasi automaticamente. Negli Stati Uniti, tra il 60 e il 90 per cento delle diagnosi prenatale di sindrome di Down portano all’aborto, stando a ricerche condotte tra il 1995 e il 2011.
Ma i difensori dell’aborto sostengono che una tale legge violerebbe la sentenza con cui la Corte Suprema americana nel 1973 stabilì il diritto della donna di interrompere una gravidanza fino a quando il feto può sopravvivere fuori dall’utero. Fanno anche notare che la legge riconosce il feto come persona, un principio non ammesso dall’ordinamento statunitense.
Nel corso degli ultimi quattro decenni, decine di Stati Usa hanno disciplinato l’accesso all’aborto, limitando il periodo di tempo
durante il quale è legale. Le leggi che lo vietano sulla base delle motivazioni della madre sono molto meno comuni.
Il precedente più simile è quello del Dakota del Nord, che nel 2013 rese illegale un aborto a causa di anomalie genetiche del feto, inclusa la sindrome di Down. Nessuna causa legale ha sfidato finora il provvedimento. Indiana, Missouri e Dakota del Sud hanno considerato leggi simili quest’anno. E sette Stati – Arizona, Kansas, Carolina del Nord, Dakota del Nord e del Sud, Oklahoma e Pennsylvania – proibiscono l’aborto se il motivo è la selezione del sesso del nascituro. Nel 2012, la Camera dei rappresentanti federale Usa ha respinto una misura simile. L’Arizona vieta anche l’aborto quando il medico sa «che è stato cercato in base al sesso o alla razza del bambino».
Fonte: avvenire.it
lunedì 17 agosto 2015
Cresce l'assuefazione alle madri-schiave

di Assuntina Morresi
15/08/2015
Chi acquista un prodotto, specie se a caro prezzo, si
aspetta che sia senza difetti: ogni fabbrica che si rispetti deve essere
in grado di produrre oggetti perfetti, su ordinazione. È una delle
leggi fondamentali del mercato e vale per qualsiasi compravendita.
Nessuna sorpresa quindi se questa norma universale si applica anche al
fiorente mercato dell’utero in affitto, dove un’organizzazione
articolata di cliniche, agenzie, medici e consulenti legali assolda
donne disposte a vendere i propri gameti e a mettere a disposizione il
proprio utero, dietro compenso, per portare avanti una gravidanza e
partorire un bambino conto terzi, che consegnerà alla nascita ai
committenti (single e coppie, omo e eterosessuali).
Ovviamente non si costruisce un percorso tanto complesso e costoso per avere un prodotto finale – in questo caso il bambino – “difettoso”, e per questo, quando il nascituro è malformato e le madri surrogate non abortiscono, a volte accade che di tutti i possibili genitori – biologici, genetici e sociali – non ce n’è nessuno disposto a prendersi cura del neonato, che diventa orfano.
Il bambino disabile nato nella Repubblica Ceca da utero in affitto e rifiutato da tutti – genitori committenti e madre surrogata – di cui oggi “Avvenire” dà notizia, è uno dei pochi casi venuto alla luce, stavolta grazie a un medico che ne ha scritto su una rivista scientifica.
La donna scelta come surrogata dalla coppia committente era una single di 35 anni, soffre di un lieve ritardo mentale ed era stata epilettica, in passato, ma un certificato medico aveva garantito che da molto tempo di crisi non se ne erano verificate più, e quindi la gravidanza a pagamento è stata avviata, su richiesta della coppia stessa. Sottoposta a cure perché gli attacchi epilettici erano ripresi, un’ecografia a 23 settimane ha rivelato pesanti malformazioni al nascituro, ma la donna non ha abortito – forse perché si è presentata troppo tardi – e contemporaneamente i genitori genetici (cioè la coppia committente, i gameti erano i loro) hanno rinunciato al bambino, così come ha fatto la madre surrogata, subito dopo il parto.
Significativo il commento di Vladimir Dvorák, presidente della Società Ceca di Ostetricia e Ginecologia (!): «Un caso sfortunato. Una scelta sbagliata di madre surrogata. Una madre surrogata dovrebbe sempre essere in piena salute». E poi, un “consiglio per gli acquisti”: chi sceglie la maternità surrogata – aggiunge Dvorák – deve sapere che non si possono escludere complicazioni durante la gravidanza o il parto, e quindi «dovrebbe considerare i propri piani in anticipo».
Il problema, insomma, è squisitamente commerciale: una scelta sbagliata. Mai rivolgersi a una fabbrica scadente, se vuoi un buon prodotto: è talmente banale….solo «un caso sfortunato», di quelli che non succedono se scegli bene il contenitore del tuo futuro figlio, che ovviamente non deve essere difettoso, se non vuoi che tuo figlio lo sia.
Insomma, come il film di Woody Allen: “Basta che funzioni”. È poi evidente come si stia consolidando l’idea che il figlio non è quello generato fisicamente, ma quello desiderato. Tutti, legittimamente, vorremmo figli sani, ma se è solo l’intenzione a decidere di chi è quel piccolo, e non l’oggettività di un bambino generato fisicamente da un uomo e una donna, per quale motivo chiamare figlio e doversi fare carico proprio di quel bambino disabile, che non è certo quello desiderato? Se si diventa genitori quando lo si desidera, difficilmente si potrà accettare di essere genitori di qualcuno che non si è desiderato affatto.
D’altra parte, se la donna avesse abortito, o se il bambino fosse nato sano, nessuno avrebbe mai saputo dell’ingaggio di una disabile, e malata, per un percorso di utero in affitto.
Ragionamenti e fatti che la dicono lunga su quanto una parte del nostro mondo sta diventando assuefatta alle nuove schiavitù, anche se tecnologicamente assistite.
Ovviamente non si costruisce un percorso tanto complesso e costoso per avere un prodotto finale – in questo caso il bambino – “difettoso”, e per questo, quando il nascituro è malformato e le madri surrogate non abortiscono, a volte accade che di tutti i possibili genitori – biologici, genetici e sociali – non ce n’è nessuno disposto a prendersi cura del neonato, che diventa orfano.
Il bambino disabile nato nella Repubblica Ceca da utero in affitto e rifiutato da tutti – genitori committenti e madre surrogata – di cui oggi “Avvenire” dà notizia, è uno dei pochi casi venuto alla luce, stavolta grazie a un medico che ne ha scritto su una rivista scientifica.
La donna scelta come surrogata dalla coppia committente era una single di 35 anni, soffre di un lieve ritardo mentale ed era stata epilettica, in passato, ma un certificato medico aveva garantito che da molto tempo di crisi non se ne erano verificate più, e quindi la gravidanza a pagamento è stata avviata, su richiesta della coppia stessa. Sottoposta a cure perché gli attacchi epilettici erano ripresi, un’ecografia a 23 settimane ha rivelato pesanti malformazioni al nascituro, ma la donna non ha abortito – forse perché si è presentata troppo tardi – e contemporaneamente i genitori genetici (cioè la coppia committente, i gameti erano i loro) hanno rinunciato al bambino, così come ha fatto la madre surrogata, subito dopo il parto.
Significativo il commento di Vladimir Dvorák, presidente della Società Ceca di Ostetricia e Ginecologia (!): «Un caso sfortunato. Una scelta sbagliata di madre surrogata. Una madre surrogata dovrebbe sempre essere in piena salute». E poi, un “consiglio per gli acquisti”: chi sceglie la maternità surrogata – aggiunge Dvorák – deve sapere che non si possono escludere complicazioni durante la gravidanza o il parto, e quindi «dovrebbe considerare i propri piani in anticipo».
Il problema, insomma, è squisitamente commerciale: una scelta sbagliata. Mai rivolgersi a una fabbrica scadente, se vuoi un buon prodotto: è talmente banale….solo «un caso sfortunato», di quelli che non succedono se scegli bene il contenitore del tuo futuro figlio, che ovviamente non deve essere difettoso, se non vuoi che tuo figlio lo sia.
Insomma, come il film di Woody Allen: “Basta che funzioni”. È poi evidente come si stia consolidando l’idea che il figlio non è quello generato fisicamente, ma quello desiderato. Tutti, legittimamente, vorremmo figli sani, ma se è solo l’intenzione a decidere di chi è quel piccolo, e non l’oggettività di un bambino generato fisicamente da un uomo e una donna, per quale motivo chiamare figlio e doversi fare carico proprio di quel bambino disabile, che non è certo quello desiderato? Se si diventa genitori quando lo si desidera, difficilmente si potrà accettare di essere genitori di qualcuno che non si è desiderato affatto.
D’altra parte, se la donna avesse abortito, o se il bambino fosse nato sano, nessuno avrebbe mai saputo dell’ingaggio di una disabile, e malata, per un percorso di utero in affitto.
Ragionamenti e fatti che la dicono lunga su quanto una parte del nostro mondo sta diventando assuefatta alle nuove schiavitù, anche se tecnologicamente assistite.
Fonte: avvenire.it
giovedì 9 luglio 2015
Sindrome di Down, nel giorno della sua maturità… una lettera a una bimba nata
da http://www.sindromedidownpesaro.it/sindrome-di-down-nel-giorno-della-sua-maturita-una-lettera-a-una-bimba-nata/
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by Stefano
9 luglio 2015
«Per quanto tempo ti abbiamo cercata, piccola. Ti volevamo, ti chiamavamo, ma tu esitavi, non eri mai pronta a farti avanti. E intanto passavano i mesi e crescevano l’ansia e lo sconforto dell’attesa. Poi, trascinata dai primi odori di un Natale, ho smesso di contare i giorni e ho lasciato di nuovo liberi il cuore, il corpo, il pensiero. E tu, dal tuo piccolo pianeta lontano, hai sorriso: ti arrivava finalmente un richiamo vero, sentivi che si era creato lo spazio per te e così per quel Natale ti sei annunciata».
Abbiamo allora incominciato il nostro grande viaggio insieme. Una gravidanza splendida che ci siamo centellinata e goduta reciprocamente. Tu nel tuo nido morbido e protetto succhiavi linfa per crescere e formarti fisicamente. Io, il tuo nido, succhiavo attraverso di te emozioni e sensazioni mai provate prima. Mi hai permesso, attraverso quel percorso, di scoprire la potenza dell’essere donna, la potenza e la gioia della femminilità, la consapevolezza di un corpo morbido. Ma anche un percorso così ricco di sensazioni e scoperte, così intenso e meraviglioso deve concludersi e si avvicinava il momento di separarci. Io non avrei mai voluto che arrivasse, ero così orgogliosa di mostrarci, così felice di quel rapporto privilegiato tra noi due.
Devo confessare che ero anche piuttosto in ansia di fronte al pensiero di te realmente presente. Una persona nuova, sconosciuta da accudire e proteggere. Forse, per la prima volta, non riuscivo proprio a immaginare come sarebbe stata la vita dopo. Gli ultimi giorni di attesa, per arrivare alla data presunta per il parto, sarebbero stati sicuramente molto combattuti, e tu hai evitato tutto questo prendendomi in contropiede anticipando il nostro incontro di ben sedici giorni.
Ci è stato concesso un parto splendido, in ospedale, ma con la stessa atmosfera che avremmo potuto avere se fossimo state a casa. Solo noi due, il papà e un’ostetrica bravissima, che era già un’amica e che da allora chiamiamo zia. Abbiamo avuto a disposizione il giusto tempo e una mole adeguata di lavoro per salutarci, per prendere coscienza che stavamo per lasciarci, ma che nel contempo stavamo anche per conoscerci.
Durante quel lungo saluto, attraverso quell’abbraccio ritmico e fortissimo, ho scoperto che potevo abbandonarmi fino in fondo, che potevo affidarmi, che sapevo anche vivermi da dentro. Tu avevi una gran fretta di nascere. Ricordo bene il tuo scalciare, il mio assecondarti col respiro, le nostre spinte, la tua testina piena di lunghi capelli neri che già urlava perché ti liberassi tutta. Io in realtà non potevo vederti perché ero in piedi appoggiata al lettino, ma ti ricordo con gli occhi del papà. E poi una scena tenerissima di te, ancora in sala parto, che, completamente nascosta in una copertina, la sollevi, quasi a cercarmi, sentendo la mia voce.
Poco più tardi, sdraiata da sola nella stanza del travaglio, ripenso a quante cose mi hai già dato e mi accorgo che ancora non ti conosco, che, nonostante tu sia stata a lungo sulla mia pancia, non ci siamo ancora guardate negli occhi. Era tutto troppo vorticoso, ma ora c’è calma e vi sto aspettando, te e il papà, per cominciare veramente la nostra vita a tre. Arrivi solo tu e, mentre mi vieni portata perché io ti prenda in braccio offrendoti il seno, finalmente i nostri occhi si incontrano e tu mi guardi con due splendidi occhietti. A mandorla. E’ un istante. Quello per sentire che io voglio abbracciare la mia bambina. Al resto ci penseremo dopo.
Ora hai quasi vent’anni, e oggi ha conseguito la tua maturità a pieni voti. Sei una bella ragazza, sana, inaspettatamente curiosa e determinata, che sa conquistare tutti con la sua straordinaria simpatia. Mi considero una mamma fortunata e vivo in te la mia ‘carta’ per la vita. Una ‘carta’ che tra le tante cose mi ha permesso di conquistare la capacità di vivere veramente il presente raccogliendo ogni giorno quello che può darmi, e che dà a tutti noi la possibilità di riconoscere gli altri oltre la maschera. Siamo una famiglia allegra e mi sembra atroce pensare che, se insieme al papà, non avessimo deciso di evitare un esame per non aumentare (seppur di poco) la percentuale di rischio naturale di una gravidanza tanto desiderata, tu, probabilmente, non saresti mai nata.
Cosa dirti Silvia oggi se non BRAVA!? Mi ricordo di quando, piccolina, una volta in macchina ti avevo detto che ero molto contenta di te e tu, da dietro, avevi chiesto: “anche fiera e orgogliosa?” Così “fiera e orgogliosa” è diventato parte del lessico famigliare. Sono veramente fiera e orgogliosa di te, di come hai saputo fruire di questi 13 anni di scuola. Sono soddisfatta di come la scuola pubblica italiana ti abbia accolta e accompagnata nella tua crescita, con qualche alto e basso, qualche interruzione anche dolorosa (ma così è la vita), ma anche con tante persone in gamba che ti hanno capita e supportata , credendo in te e scoprendoti, come noi ti scopriamo giorno dopo giorno.
Quando sei nata io e il papà ci siamo ripromessi di guardare avanti e di crescere assieme a te e tu regolarmente ci stupisci, come generalmente stupisci e gratifichi con belle soddisfazioni chi è disposto a investire in te.
Avevo scritto quei pensieri per te durante la stesura della mia tesi (per l’abilitazione all’insegnamento della matematica e delle scienze alle medie). Dovevo preparare un’uscita didattica di un giorno a tema geologico (io biologa!). Così avevo pensato di rapirti per un giorno e di andare a fare insieme il percorso geologico ai Corni di Canzo e dopo una giornata di camminate, appena salita in treno per tornare a casa, ti sei addormentata. Così io, seduta di fronte a te, guardandoti, ho lasciato correre i pensieri scrivendo mentre pensavo. Ho sempre considerato quella lettera la mia vera tesi!
Per la tua tesina di maturità, oltre a una presentazione sul tuo percorso durante questi cinque anni di liceo, hai presentato alcune tue poesie e abbiamo scoperto che non sapevi che anche io scrivo i miei pensieri in modo molto simile al tuo. Così mi è sembrato giusto farti trovare la mia lettera come risposta alla tua maturità.
Non saprei cosa aggiungere oggi, se non che mi dispiace moltissimo che la scuola sia finita (come dispiace a te) e, se non fosse per la promessa fondamentale fatta nei tuoi confronti, direi che sono un po’ spaventata per il futuro. In Italia la scuola ha forse il più alto livello di capacità di inclusione, ma dopo la scuola purtroppo si apre una voragine di vuoto. Sono (quasi) sicura, che anche questa volta troveremo la strada, sarai probabilmente tu (come sempre) a trovare la strada migliore per te. Quindi non mi resta che starti vicina e ripeterti come nella mia lettera, di andare, ma di ricordarti, ogni tanto, di voltarti e di farci uno dei tuoi splendidi sorrisi.
Mamma Cristina
Fonte: http://invisibili.corriere.it/
martedì 23 giugno 2015
venerdì 19 giugno 2015
Gender, il 20 giugno in piazza per difendere l'ovvio
18/06/2015 Una mobilitazione trasversale di laici e cattolici per ribadire che una famiglia può generare alla vita solo se è composta da un uomo e una donna. E sostenere il principio della libertà di educazione dei figli dopo che nelle scuole, con la scusa della lotta all'omofobia, si insegna che non c'è differenza tra maschile e femminile
di Antonio Sanfrancesco
Quel genio di Chesterton l’aveva predetto con
l’allegrezza tipica di chi afferma una cosa seria senza essere serioso: «Fuochi
verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno
sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Ecco, ci siamo.
Il 20 giugno in piazza San Giovanni a Roma va in scena una mobilitazione trasversale
di famiglie, laici, cattolici, non credenti, singoli, parrocchie e associazioni
(dalla "Manif pour tous" ai comitati "Sì alla famiglia", dal Cammino neocatecumenale all'Alleanza Evangelica italiana fino al
comitato parlamentare per la famiglia con oltre un centinaio di adesioni
trasversali).
Per fare cosa? Per difendere l’ovvio: vale a dire che una
famiglia può generare alla vita un’altra persona solo se è composta
da un uomo e da una donna. E che la strada della rivendicazione del figlio come
diritto assoluto, a tutti i costi, per tutti, porta dritta dritta – nel nome di
un egoismo mascherato da finto buonismo e della solita, stucchevole retorica
dei “diritti civili” – a pratiche pericolosissime e allucinanti come l'utero in
affitto o il mercato in provetta dei figli, nuova inquietante frontiera del business
del futuro che spezzetta l’uomo, letteralmente, lo divide in parti (ovuli,
cellule, embrioni…) e ne fa commercio.
Si scenderà in piazza anche per dire no al disegno
di legge Cirinnà sulle unioni civili (ora in Commissione Giustizia al Senato e
sul quale si comincerà a votare nei prossimi giorni) che prevede l’apertura alle
adozioni gay per via giurisprudenziale con il pericolo più concreto di legittimare
surrettiziamente la pratica dell’utero in affitto.
E poi, last but not least, c’è l’ubriacatura della teoria del gender
che il Papa ha definito più volte una “colonizzazione ideologica”, un
ricatto. Nelle scuole italiane ed europee si è insinuata con la scusa
della lotta all’omofobia scippando ai genitori e alle famiglie la
libertà di educazione dei propri figli, baluardo irrinunciabile di una
società autenticamente liberale e democratica. Insegna, l’ideologia del
gender, che non c’è differenza tra maschile e femminile e che l’identità
sessuale non è un dato di natura, biologico ma una costruzione sociale,
una scelta che il singolo può fare in base ai propri gusti e al
contesto storico-sociale. Il gender, nella sua paradossalità, finora è
riuscito a incidere profondamente sulle scelte politiche del Parlamento
italiano (come dimostra la proposta di legge Scalfarotto
già approvata dalla Camera e ora al Senato) e sull’educazione
scolastica dei ragazzi attraverso una “Strategia nazionale” voluta dal
Governo e diffusa nelle scuole contro l’omofobia, solito grimaldello
agitato come strumento di repressione nei confronti di chi sostiene
un’antropologia diversa.
Nel suo ultimo saggio, Passaggio d'epoca, il sociologo Pietro Barcellona, non certo uno studioso cattolico, scriveva: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Ecco qual è la posta in gioco del nostro tempo.
Nel suo ultimo saggio, Passaggio d'epoca, il sociologo Pietro Barcellona, non certo uno studioso cattolico, scriveva: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Ecco qual è la posta in gioco del nostro tempo.
Fonte: famigliacristiana.it
martedì 9 giugno 2015
Il coraggio di Chiara
Tg2000 Il Post - "Il coraggio di Chiara"
Pubblicato il 09 giu 2015
Con
il nostro Tg Post vi raccontiamo la commovente storia di Chiara
Corbella, la giovane mamma romana scomparsa tre anni fa, il 13 giugno
2012, a 28 anni, dopo aver scelto di non curare un tumore per dare alla
luce il figlio. Stefania Squarcia ha raccolto la testimonianza dei
genitori.
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