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mercoledì 1 ottobre 2014

Crisi, in Italia sempre meno bimbi: “si perdono” 62mila nuovi nati l'anno Lorenzin: troppa ignoranza sulla fertilità

di Carla Massi
 
Gli italiani fanno sempre meno figli. Sarà per la crisi economica, sarà perché si decidono in tarda età a pensare a un bambino. Cetto è che le culle sono sempre più vuote e il nostro futuro prossimo vedrà sempre più nonni e sempre meno nipoti.
Uno scenario disegnato dal Censis nella ricerca “Diventare genitori oggi. Indagine sulla fertilità/infertilità in Italia” realizzata in collaborazione con la Fondazione Ibsa. Solo fino a qualche anno fa si diceva che gli immigrati avrebbero riequilibrato i “buchi” di natalità, oggi sembra che neppure questo aiuto possa far pensare alla vera ricrescita generazionale.

L'economia, i soldi in banca, sembrano essere il motivo base di questa paura a far figli. Per l'83% degli intervistati la crisi sarebbe, infatti, il deterrente. Basterebbero sgravi fiscali e e sostegni economici e riduzioni delle rette scolastiche secondo gli intervistati under 34, per cambiare la rotta e tornare indietro.

Nel 2013 in Italia c'è stata una riduzione delle anscite del 3,7% rispetto all'anno precedente, con un calo del tasso di natalità da 9 a 8,5 nati epr mille abitanti. Dall'inizio della crisi, dunque, sono più di 62mila i nati in meno all'anno. Peggio di noi solo la Germania: i neonati tedeschi sono stati, infatti, 8,4 su mille nel 2012. In generale il tasso di natalità nella Ue è sceso dai 10,9 per mille abitanti del 2008 al 10,4 nel 2012.

Tracollo finanziario a parte un altro fattore gioca cronto la natalità: mamme “attempate" per il primo figlio. Da noi oltre i 31 anni nel resto d'Europa intorno ai 29. Sembra un scarto da poco, in realtà proprio quel poco può determinare o no la gravidanza. «il 46% degli italiani considera che ci si debba preoccupare per la mancanza di figli non prima dei 35 anni - spiega Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare e sanità del Censis - età in cui già parliamo di mamme attempate». Che, in molti casi, scoprono proprio in quel momento l'impossibilità, per la coppia di avere un figlio. Da qui, l'impennata della fecondazione artificiale.

Proprio mentre il Censis pubblica il suo studio radiografando un Paese tutto sommato poco attento alla natalità, ai suoi tempi e alla fisiologia umana al ministero della Salute veniva insediata una commissione per combattere , come ha detto il ministro Beatrice Lorenzin «l'inverno demografico» del nostro Paese. Un tavolo che non ha come obiettivo solo quello di far fare più figli agli italiani. Si vuole, con una commisione formata da andrologi, sessuolo, economisti, ginecologi, epidemiologi, farmacisti ed esperti della comunicazione, far conoscere a maschi e femmine come si protegge la fecondità. Fin dall'adolescenza. Ventisei membri, la ginecologa Eleonora Porcu la prsidente.

«Il motto del nostro lavoro sarà “Liberi di scegliere conoscendo” - parole del ministro - vogliamo dare informazioni ai cittadini, tra sei mesi sarà pronto un documento, perché possano programmare la genitorialità come scelta consapevole. Dobbiamo combatetre l'ignoranza, il non sapere, sulla fertilità» 
 
Fonte: ilmessaggero.it

mercoledì 25 giugno 2014

Genitori adottivi e valore simbolico della gravidanza


di Anna Fusina

Qual è il valore della gravidanza?
Possono i genitori adottivi vivere il valore simbolico della gravidanza?
Secondo la Dott.ssa Nazarena Prina, psicologa e mamma adottiva, i genitori adottivi possono sperimentare nel percorso adottivo tutto quello che la gravidanza insegna ai genitori naturali.
La gravidanza insegna ad aspettare, ad attendere:
“Quest'attesa, quest'aspettare nove mesi che il bambino si formi, che il bambino cresca, insegna la pazienza. Ma ognuno di noi, aspirante genitore adottivo, l'ha vissuta: i colloqui con gli psicologi, le pratiche, i documenti e, se qualcuno è nato un po' più lontano, le corse per andarseli a fare nel luogo di nascita (…). La gravidanza mi insegna ad esercitare la pazienza, perché probabilmente, come genitore, mi servirà la pazienza e, se mi è dato di vivere questo periodo è perché la devo imparare. (…) La pazienza, quindi, è proprio una competenza che devo avere, che devo interiorizzare come genitore; è un ingrediente che mi serve nel compito educativo”.1
Continuando nell'analisi di questa gravidanza simbolica, la Dott.ssa Prina osserva che anche il genitore adottivo deve gestirsi tutta l'ansia che deriva da essa, come del resto avviene per la gravidanza naturale. Per il genitore 'biologico' l'ansia sarà causata dall'incertezza sulla salute del figlio, sull'eventuale presenza di handicaps, sul fatto di poter portare a termine la gravidanza, ecc.
Per il genitore adottivo essa sarà determinata dall'incertezza sull'acquisizione dell'idoneità, sul tempo dell'arrivo del bambino in famiglia, sulla scelta di affidarsi ad un determinato ente autorizzato piuttosto che ad un altro, ecc.
L'ansia si deve imparare a gestire sin da subito per riuscire poi, in tempi successivi, a non proiettarla sul figlio.
Durante la gravidanza biologica la madre vive la bellissima esperienza del portare una nuova vita dentro di sé.
La Dott.ssa Prina osserva che anche durante il periodo che precede l'arrivo del figlio adottivo in famiglia, si ha la sensazione di avere il figlio già dentro di sé, si vive l'esperienza di essere già in due.
In gravidanza si fantastica sul bambino, si prova ad immaginare come sarà, a chi somiglierà. Se sarà maschio o femmina, ecc.
Anche i futuri genitori adottivi immaginano il bambino che arriverà. Se il figlio non si immagina, ci si considera così poco degni di avere un figlio da non poter permettersi neppure di pensarlo; se, invece, lo si immagina troppo, si vuole un figlio preconfezionato.
“Anche il fantasticare sul bambino, il progettare sul bambino, nel giusto modo, ci aiuta ad avere certo delle aspettative, ma delle aspettative che non lo incapsulino, cioè che gli permettano comunque di diventare quello che è; aspettative che partono dalla coscienza dei talenti e dei limiti che lui ha.”2
In gravidanza si vive l'esperienza dell'accoglienza:
“Il genitore adottivo non sa niente del passato del suo bambino. E' un'accoglienza totale. 'Ti accolgo con il tuo passato fisico e psichico'. Che cosa t'insegna l'accoglienza?
Ti insegna a non giudicare. 'Ti accolgo così come sei' (…). l'accoglienza in fondo è proprio un non-giudizio”.3
Le caratteristiche della gravidanza naturale, presenti con modalità diverse nella gravidanza simbolica dell'esperienza pre-adottiva, costituiscono, a parere della Dott.ssa Prina, elementi guida del rapporto educativo:
“Attraverso la pazienza, la gestione dell'ansia, l'interiorizzazione del mio bambino, gli permetterò poi di staccarsi e vivere la sua vita autonoma.
Attraverso l'accoglienza, che è un non-giudizio, riesco a vedere il mio bambino proprio come altro da me e riesco a valorizzarlo in tutte le sue fatiche, le sue gioie, i suoi difetti; solo allora riesco a stimolarlo perché anche questi difetti, queste fatiche, il suo passato, diventino elementi di crescita.”4


1N. PRINA, Educare è evidenziare il positivo nel presente: come valorizzare la storia dei figli adottivi? (a cura di Famiglie per l'Accoglienza), Sintesi degli incontri sull'adozione anno 1997, Testo pro-manuscripto non rivisto dai relatori, pp. 4-5
2N. PRINA, cit., p. 8
3N. PRINA, cit., p. 8
4N. PRINA, cit., p. 11-12

venerdì 20 giugno 2014

I figli non ci appartengono


di Anna Fusina


I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo
. (K. Gibran)

Françoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. Diceva che i genitori dovrebbero 'adottare' i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: “non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”1
Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all'Università di Bologna “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”2
Il bambino è una persona 'originale', cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l'acquisizione di un'identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell'immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il 'progetto' misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma 'figlio della vita' stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.”3
“La genitorialità – afferma la Prof. Vanna Jori, docente di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”4
Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali.”5
Essere padre e madre è 'stare accanto' al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell'ambiente extrafamiliare e l'acquisizione dell'autonomia personale.
Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, “il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l'essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita.
Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L'essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell'arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”.6
E' assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull'amore incondizionato per il bambino.
L'amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull'altro. Anche l'amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti.
Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo 'altro', cioè veramente libero, minaccia continuamente l'amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l'altro – il figlio – si perde, mi perdo anch'io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.”7
Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l'esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l'altro come 'se stesso', la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).”8
Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia.
I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper 'rinunciare a se stessi'.
La fecondità è un'esperienza di dono e di distacco da sé.”Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell'atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”.9



1L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128
2A. CANEVARO, prefazione all'edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989
3L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
4http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm
5L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123
6G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1
7A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103
8L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
9W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

mercoledì 18 giugno 2014

Diritto al figlio o diritto del bambino ad una famiglia?


di Anna Fusina

Il desiderio di un figlio da parte di una famiglia è del tutto naturale ed umanamente comprensibile.
La famiglia è fondamentalmente orientata alla generazione, anzi, si può dire che l'aspirazione alla genitura è insita nella persona, è “scritta nel DNA” di ognuno.
Attualmente però si assiste sempre più spesso alla rivendicazione del diritto ad avere un bambino, magari con qualunque mezzo, più o meno eticamente lecito.
“Così, talvolta, concentrata sulla presunta onnipotenza degli aspiranti genitori, - come ha affermato Gianmario Fogliazza – la procreazione biologica si trova a ridurre il figlio nel cosiddetto prodotto del concepimento; non importa quando e come conseguito o raggiunto, interessa ottenere quanto desiderato, comunque ed in ogni caso. La procreazione viene così ad essere vissuta anche secondo logiche di riproduzione, dove il figlio ridotto a prodotto, è con sincero sentimento desiderato, ma con assoluta determinazione preteso: presunzione assicurata dalle biotecnologie e tutelata da un'arrendevole e mediocre prassi giuridica in grado di considerare la “esigibilità della prestazione”, ma non l'esito della stessa.”1
Secondo Adriano Pessina “la tecnologia ci sta abituando all'idea che non esistano limiti ai nostri desideri e progetti ma soltanto ostacoli (qualcosa che si può superare). Ma nella vita morale esistono invece anche ostacoli (qualcosa che si può tecnicamente superare) che debbono essere assunti come “limiti”, cioè come confini che non debbono essere superati perché sarebbe male il farlo.”2
Accade però purtroppo in vari casi che “il desiderio è trasformato in diritto, il figlio è preteso prima che accolto, la genitorialità vissuta secondo logiche di possesso, non secondo prassi di incondizionata dedizione.”3
Esiste veramente il diritto ad avere un bambino?
Le conseguenze di questa rivendicazione si ripercuotono sulla relazione genitore-figlio e sono senz'altro negative.
Quando si parla di diritto infatti si mette al di sopra di tutto l'adulto e la sua esigenza di soddisfare un bisogno di autorealizzazione individuale, la sua voglia di affermazione individualistica ed egoistica a scapito delle reali esigenze di cui è portatore il bambino, che viene in tal modo strumentalizzato a piacimento dell'adulto.
Focalizzandosi sul bisogno dell'adulto, inevitabilmente le esigenze del bambino passano in secondo piano: il rapporto diventa in tal modo del tutto sbilanciato.4
Non esiste più il diritto del bambino ad avere una famiglia, a sviluppare la sua vita nelle condizioni migliori: emerge solo il diritto dell'adulto a “possedere” il figlio.
Tale atteggiamento è stato definito da Giovanni Paolo II “utilitaristico”, poiché frutto della “civiltà del prodotto e del godimento, una civiltà delle 'cose' e non delle 'persone', una civiltà in cui le persone si usano come si usano le cose.”5
Il figlio è invece innanzitutto “ un 'io' che emerge dentro una relazione d'amore che sa farsi costitutivamente luogo di accoglienza e di custodia. Maternità e paternità responsabile sono termini che indicano innanzitutto la maturità morale di un atteggiamento capace di farsi carico di un'altra esistenza e non semplicemente la tecnica programmatrice di chi produce secondo i propri tempi ed i propri progetti l'esistenza altrui”.6
La genitorialità viene ad essere esclusa nel caso in cui l'adulto, il più “forte” del rapporto, decida in modo unilaterale.
Quando si pensa e si vuole il figlio come affermazione delle proprie facoltà o come prova della propria riuscita nella vita o nella relazione di coppia, molto stesso si mietono delle delusioni: il bambino non riuscirà certamente a colmare le 'lacune' dei genitori.
Egli non può costituire il loro “completamento”. Non possono gravare ipoteche o 'aspettative' sul suo arrivo in famiglia, come ad esempio la futura restituzione di affetto o la risoluzione di un matrimonio in crisi.
Il figlio, invece, secondo il pedagogista Ferdinando Montuschi, è la solidificazione, l'intensificazione di una relazione di coppia, che arriva a trasformarsi in dono:
“La vita di coppia può essere considerata la scuola attraverso la quale due esseri umani, legati da una relazione totalizzante, impegnativa e coinvolgente su tutti i piani del rapporto, impara a diventare accogliente verso un terzo. (…) L'accoglienza reciproca di due adulti innamorati è impegnativa ma sempre meno rischiosa rispetto all'accoglienza di un bambino: almeno nelle situazioni 'normali' l'adulto si può difendere, può verbalizzare il proprio disagio, può organizzarsi per sottrarsi a relazioni troppo irrispettose: il bambino no, la sua vita e il suo benessere, il suo sviluppo e il suo futuro dipendono totalmente dalla coppia.”7
Il figlio deve essere accolto come un dono, abbracciato nella sua unicità ed originalità, amato per ciò che è, anzi, perché è.
Solo così sentirà veramente di appartenere ad una famiglia, di trovarsi in un luogo sicuro, protetto.
Solamente in tal modo svilupperà la sua fiducia nei confronti della vita e riconoscerà il padre e la madre come genitori autentici, pieni di significato, sentendosi accettato e valorizzato come membro attivo della famiglia.


1G. FOGLIAZZA, Il figlio preteso, in “Il Foglio” – AIBI n. 58/59 (2000), pp. 6-7
2A. PESSINA, Procreare in famiglia nel contesto della cultura tecnologica: desideri e valori morali, in “La Famiglia” n. 211 (2002) p. 25
3G. FOGLIAZZA, cit., p. 7
4S. BONINO, Un figlio per forza in “Psicologia contemporanea” n. 254 (1999) p. 12
5GIOVANNI PAOLO II, Gratissimam Sane - Lettera alle famiglie (2/2/1994) in “Enchiridion della famiglia”, (cur. Pontificio Consiglio per la famiglia, EDB, Bologna 2000, pp. 313-314
6A. PESSINA, cit., p. 24
7M.T. PEDROCCO BIANCARDI, Il figlio desiderato, il figlio rifiutato in “La Famiglia” n. 180 (1996), p. 29

mercoledì 9 aprile 2014

SCIENZA & VITA: CADUTO IL DIVIETO ALL’ETEROLOGA AVANZA LA BABELE PROCREATIVA

Comunicato n° 136 del 09 Aprile 2014 

“Con la sentenza della Corte costituzionale, che travalica la funzione politica del Parlamento su temi complessi che riguardano la società civile e i propri modelli di riferimento culturali, prosegue lo smantellamento progressivo a mezzo giudiziario della legge 40. Una normativa forse da rivedere dopo dieci anni, ma che ha avuto il merito di porre un quadro di riferimento scientifico ed etico in tema di procreazione assistita”, commentano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, Presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita.

“In tal modo si apre un inesorabile vuoto normativo che prelude al ritorno a quel far west procreatico che in questi ultimi dieci anni era stato possibile contenere. Con la cancellazione del divieto di fecondazione eterologa viene legittimata ogni pratica di riproduzione umana, con il solo pretesto che tutti, comunque, hanno diritto a veder garantiti i propri desideri. La cultura giuridica si rimette in tal senso al dominio della tecnoscienza, legittimandone lo strapotere. Questa sentenza apre inoltre lo scandalo del mercato dei gameti: nessuno garantisce che non avverrà - come già ora all’estero - con lo sfruttamento di chi si trova in difficoltà economiche”.

“Una sentenza nel solco di quella pronunciata ieri in materia di utero in affitto e che, anche in questo caso, rimette in questione i capisaldi della civiltà occidentale al cui interno l’esperienza della trasmissione della vita viene segnata dall’accoglimento del dono senza la pretesa di determinarlo in modo spersonalizzante. In questo modo invece non vi è riguardo per i diritti dei bambini, chiamati al mondo a tutti i costi in virtù di un non identificato ‘diritto alla genitorialità’ ”.
 
Fonte: scienzaevita.orgciazione Scienza&Vita



venerdì 31 gennaio 2014

Nuovi psicologi prendono posizione contro l’adozione gay

Proseguono fortunatamente le prese di posizione degli esperti circa l’argomento caldo del momento, ovvero l’adozione per persone dello stesso sesso. Il pregio di questi professionisti è quello di concentrarsi sul benessere del bambino, al posto dell’inesistente diritto alla genitorialità della coppie omosessuali, escluse dalla natura stessa alla procreazione.

Così la psicologa Maria Rita Parsi, fondatrice dell’associazione ”Movimento Bambino”, ha spiegato: «Per i bambini quel che vale è l’amore. Però è importante che le bambine trovino un punto di riferimento maschile e i maschietti uno femminile per sviluppare e indirizzare la loro ricerca di un partner quando saranno adulti. Crescere con genitori omosessuali senza avere punti di riferimento dell’altro sesso costituisce un limite». Chi è a favore dell’adozione per le coppie omosessuali intende volontariamente mettere il bambino in una condizione di svantaggio. Ha poi proseguito la psicologa: «cure e amore non sono patrimonio esclusivo delle coppie etero. Vero è, però, che quando si arriva alla fase del complesso edipico è importante avere una doppia realtà di riferimento, maschio e femmina. È fondamentale per sviluppare il cervello e la personalità. Perché i bambini abbiano uno sviluppo pieno e completo, i modelli di riferimento devono essere maschili e femminili. E non devono essere necessariamente il papà o la mamma, possono venir individuate figure esterne alla coppia. Ci tengo però a precisare una cosa. Il rapporto fondamentale e primario resta quello con la madre. Un rapporto prioritario che comincia nella vita prenatale, che è determinante al momento del parto, fondamentale nei primi attimi e nelle prime settimane di vita. Talmente importante ed essenziale che non può essere sostituito da nessun altro». La madre è fondamentale, ma numerosi studi mostrano anche l’insostuibilità della figura paterna per un corretto sviluppo del bambino.

Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile ed esperta di famiglia, ha a sua volta confermato: «Fra i bisogni primari del bambino c’è l’amore, la cura, l’accudimento e questo può essere effettivamente dato sia dalla figura maschile sia da quella femminile, ma poi ha bisogno di essere accompagnato nella costruzione della propria identità. La negazione del valore della differenza sessuale – il corpo è un dato – provoca una gravissima interferenza nella costruzione dell’identità». Che magari non si vede nell’infanzia, ma esplode con la pubertà e la preadolescenza».  

Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dell’età evolutiva alla Sapienza di Roma, è più pragmatica: «se a quattro anni un bambino scopre di avere due mamme o due papà» questo è un problema. Bisogna avere la sensibilità di seguire figli nei vari passaggi; è un po’ come per i bambini adottati, a un certo punto vogliono sapere la verità. Non si può negare che è una complicazione in più, che però si può fronteggiare se la società esterna mette da parte pregiudizi e razzismi, e se all’interno i genitori omosessuali evitano a loro volta di chiudersi nella difesa ideologica». Non si capisce però perché correre questo rischio, correndo questo azzardo non si cerca certamente l’interesse del bambino.

Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano ha spiegato che «crescere godendo della presenza di un padre e di una madre consente al bambino di conoscere dal vivo cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Allo stesso tempo il bambino potrà fare esperienza della relazione tra uomo e donna, capace di accogliere e valorizzare le differenze. Due genitori dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo. Ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri fattori di rischio».

Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata, ha affermato: «Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità. Il fenomeno delle coppie omoparentali è relativamente recente. Molti studi mettono in guardia sulle difficoltà che i bambini che crescono con persone dello stesso sesso possono incontrare. Dal punto di vista scientifico credo sia necessario approfondire le conoscenze del fenomeno in modo rigoroso, guardando la questione dal punto di vista del bambino e dei sui bisogni. Troppo spesso nel dibattito prevalgono i presunti “diritti” degli adulti e ci si dimentica di tutelare la crescita dei bambini.  La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad amare, costruendo relazioni e accettando il limite che è in esse inscritto. Nel crogiuolo di tali relazioni i bambini vivono processi di identificazione e riconoscono le differenze, stabilendo relazioni significative. È la differenza che permette la triangolazione della relazione e il riconoscimento dell’alterità. Non è qui in discussione la capacità di cura che possono avere le coppie omogenitoriali quanto piuttosto l’articolazione delle relazioni che i figli possono stabilire».

Ricordiamo che in questa pagina abbiamo raccolto i giudizi più recenti espressi su queste tematiche da psicologi, giuristi e   filosofi. In questa pagina, infine, un elenco di studi scientifici contrari all’adozione per le persone dello stesso sesso.

Fonte: uccronline.it