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venerdì 19 giugno 2015

Gender, il 20 giugno in piazza per difendere l'ovvio

18/06/2015  Una mobilitazione trasversale di laici e cattolici per ribadire che una famiglia può generare alla vita solo se è composta da un uomo e una donna. E sostenere il principio della libertà di educazione dei figli dopo che nelle scuole, con la scusa della lotta all'omofobia, si insegna che non c'è differenza tra maschile e femminile

 

di Antonio Sanfrancesco

Quel genio di Chesterton l’aveva predetto con l’allegrezza tipica di chi afferma una cosa seria senza essere serioso: «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Ecco, ci siamo. Il 20 giugno in piazza San Giovanni a Roma va in scena una mobilitazione trasversale di famiglie, laici, cattolici, non credenti, singoli, parrocchie e associazioni (dalla "Manif pour tous" ai comitati "Sì alla famiglia", dal Cammino neocatecumenale all'Alleanza Evangelica italiana fino al comitato parlamentare per la famiglia con oltre un centinaio di adesioni trasversali).

Per fare cosa? Per difendere l’ovvio: vale a dire che una famiglia può generare alla vita un’altra persona solo se è composta da un uomo e da una donna. E che la strada della rivendicazione del figlio come diritto assoluto, a tutti i costi, per tutti, porta dritta dritta – nel nome di un egoismo mascherato da finto buonismo e della solita, stucchevole retorica dei “diritti civili” – a pratiche pericolosissime e allucinanti come l'utero in affitto o il mercato in provetta dei figli, nuova inquietante frontiera del business del futuro che spezzetta l’uomo, letteralmente, lo divide in parti (ovuli, cellule, embrioni…) e ne fa commercio.

Si scenderà in piazza anche per dire no al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili (ora in Commissione Giustizia al Senato e sul quale si comincerà a votare nei prossimi giorni) che prevede l’apertura alle adozioni gay per via giurisprudenziale con il pericolo più concreto di legittimare surrettiziamente la pratica dell’utero in affitto.

E poi, last but not least, c’è l’ubriacatura della teoria del gender che il Papa ha definito più volte una “colonizzazione ideologica”, un ricatto. Nelle scuole italiane ed europee si è insinuata con la scusa della lotta all’omofobia scippando ai genitori e alle famiglie la libertà di educazione dei propri figli, baluardo irrinunciabile di una società autenticamente liberale e democratica. Insegna, l’ideologia del gender, che non c’è differenza tra maschile e femminile e che l’identità sessuale non è un dato di natura, biologico ma una costruzione sociale, una scelta che il singolo può fare in base ai propri gusti e al contesto storico-sociale. Il gender, nella sua paradossalità, finora è riuscito a incidere profondamente sulle scelte politiche del Parlamento italiano (come dimostra la proposta di legge Scalfarotto già approvata dalla Camera e ora al Senato) e sull’educazione scolastica dei ragazzi attraverso una “Strategia nazionale” voluta dal Governo e diffusa nelle scuole contro l’omofobia, solito grimaldello agitato come strumento di repressione nei confronti di chi sostiene un’antropologia diversa.    

Nel suo ultimo saggio, Passaggio d'epoca, il sociologo Pietro Barcellona, non certo uno studioso cattolico, scriveva: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Ecco qual è la posta in gioco del nostro tempo.

Fonte: famigliacristiana.it

 

 

venerdì 8 maggio 2015

Mamma di pancia e mamma di cuore


 


di Anna Fusina


Riportiamo la testimonianza di Monica, mamma di cinque figli meravigliosi: tre adottivi e due naturali.

Sono mamma di cinque figli meravigliosi e moglie dell’uomo che ho sposato ormai ventisei anni fa’, nel 1989.
Dopo appena tre anni di matrimonio era talmente grande il mio desiderio di maternità, che iniziammo subito il lungo cammino verso l’adozione. Così nel 1994 ci venne destinato un bambino brasiliano, il nostro primo figlio: Enrico.
Partimmo per il Brasile inconsapevoli di che cosa volesse dire essere genitori, con la paura di non saper amare abbastanza quel bimbo, non avendo avuto il tempo di imparare a conoscerlo nei nove mesi di gravidanza, come solitamente succede. Nel momento in cui ci hanno dato in braccio Enrico, il nostro cuore si è riempito: avevamo veramente la sensazione di avere colmato qualcosa di vuoto. Immediatamente l’abbiamo sentito parte di noi: era proprio nato dal nostro cuore, quello mio e di mio marito. Ed è stato in quel momento che personalmente ho capito che non sarebbero bastati nove mesi, come non ne sarebbero bastati novanta, per essere pronti a fare i genitori, ma è bastato guardare quel bimbo negli occhi e stringerlo tra le braccia, per renderci conto di quanto lui avesse bisogno di noi, così com’eravamo, quanto noi ne avessimo di lui.
Purtroppo nel 1996, dopo neanche due anni, a causa di un tragico incidente lo perdemmo. Proprio lui, che era la nostra grande ragione di vita...
In quel momento ci sentivamo persi, ci chiedevamo continuamente perché proprio a noi, perché proprio Enrico, tanto desiderato e amato. Ma la fede in Dio ci fu di grande aiuto.
Nel 1999 siamo ripartiti con tanta forza per il Brasile ed abbiamo adottato il nostro secondo figlio: Leonardo, bambino dolcissimo, che allora aveva un anno e mezzo ed ora è un ragazzo di diciassette anni, che ci sta dando tante soddisfazioni.
Dopo Leonardo avevamo ritrovato la serenità ed eravamo così felici da pensare ad un fratellino o sorellina per lui, così da voler portare a casa altro amore: è stata la volta della nostra dolcissima Lidya, che aveva appena sei mesi di vita ed ora ha dodici anni. Una bambina etiope allora ridotta a pelle e ossa, che sembrava si stesse spegnendo, ma con la forza dell’amore è rifiorita. Ed ecco che subito abbiamo scoperto in lei energia pura… Aveva il sole dentro.
Tornati dall’Etiopia, dopo quattordici anni di matrimonio e la certezza che non avrei potuto avere figli, ho scoperto di aspettare Linda, per la quale nessuno avrebbe scommesso nulla. Tutti cercavano di fare in modo che io non mi illudessi di poter portare a termine la gravidanza, ma io ero serena e convinta che ce l’avremmo fatta. E così è stato.
Linda è nata nel Novembre 2003, sanissima, e dopo altri due anni è nato Luca, il 16 Agosto: la stessa data di nascita del nostro piccolo Enrico…
Oggi ci ritroviamo con una grande famiglia, dove ogni giorno viviamo emozioni nuove, emozioni che nel tempo saranno l’unica cosa che resterà nei nostri cuori, insieme all’amore.
Concludo con un mio modo di vedere la maternità.
Penso si possa essere mamme di cuore o mamme di pancia, come piace dire a me.
Ma, fondamentalmente, basta guardare in fondo agli occhi di un bimbo, che subito ti rendi conto che saresti disposta a tutto per lui.
In quel momento sei mamma.

Monica


domenica 3 maggio 2015

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore



 
di Anna Fusina




Riportiamo la bellissima testimonianza di Anna, mamma di sei figli, di cui l'ultima con sindrome di Down.

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!
Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….
Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.
Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.
Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.
Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.
Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.
La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.
Ci sono famiglie che affrontano con coraggio disabilità ben più gravi. A noi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.
A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…
E' stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tante cose, ma più lentamente.
Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!
Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà...
Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso...
Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto...
Pensieri scomodi da vivere e da riportare.
Nostra figlia è nata un po' prima del previsto.
Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti...
Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com'è bella!". L'hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d'amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica...
Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno... Basta fidarsi, basta guardare un po' in su e avere fede.


giovedì 12 febbraio 2015

Educazione all'affettività e sessualità a scuola: nasce il Progetto “RispettiAMOci”



 Progetto RispettiAMOci - primaria - Copia

di Anna Fusina

Il Forum delle Associazioni Familiari dell'Umbria ha lanciato il Progetto “RispettiAMOci”, rivolto alle scuole di ogni ordine e grado per un'educazione all'affettività e sessualità basata sul rispetto e sull'approccio integrale alla persona.
Ne parliamo con il Presidente del Forum, Dott. Ernesto Rossi.

_ Dott. Rossi, come e quando è nato il vostro progetto?

L'idea parte da una riunione della Commissione scuola del Forum delle Associazioni Familiari dell'Umbria, formata dai professionisti e volontari delle associazioni impegnate sulle tematiche di scuola e relazionalità, che si è tenuta nell'aprile dello scorso anno e ha prodotto un lavoro di sei mesi conclusosi a ottobre, anche se occorre dire che RispettiAMOci è un laboratorio in continua evoluzione. La tematica era stata sollecitata dalle numerosissime segnalazioni e richieste di attenzione ai corsi sull'educazione all'affettività che molti genitori e studenti sentivano inadeguati. «Mi sono sentita a disagio», mi ricordo che in una circostanza una studentessa ha usato esattamente questo termine; testimonianze di questo tipo ne ho sentite molte. Abbiamo capito che alla fonte c'era una richiesta molto profonda di riempire un vuoto educativo, e che un certo approccio improntato al lato tecnico e sociologico, sia alla sessualità, sia alle relazioni affettive, fosse riduttivo e risultasse distante e impersonale; talvolta particolarmente assertivo nel somministrare ricette di vita che non tenevano in conto le sensibilità di ciascuno. Quando abbiamo indagato, l'impressione che spesso abbiamo avuto al riguardo è stata effettivamente quella di un disagio strisciante sia tra gli studenti che tra molti insegnanti. Una ricerca dell'Università di Bari, segnalataci dal Forum nazionale, ha sottolineato tutta una serie di aspetti positivi e negativi di questi processi e progetti educativi, sicché abbiamo tentato di esprimere una proposta che si ispirasse ai modelli e alle ricerche più attuali, con un approccio integrale della persona. Abbiamo voluto riportare tutte queste cose a una dimensione umanistica che fosse quanto più ricca possibile. In questo senso, le Raccomandazioni europee e dell'OMS da cui tutti questi corsi prendono spunto, parlano di dimensione "olistica" dell'educazione, ma a ben guardare in molte proposte l'aspetto olistico è applicato alla sola lettura scientifica della questione affettiva/sessuale, sottovalutando ed escludendo in maniera quasi puerile tutta la dimensione umanistica e culturale che forma la coscienza di ciascuno. In questo senso, studi che di per sé sarebbero molto interessanti, soprattutto nella dimensione sociologica, a mio modo di vedere presentano una lettura di fondo povera, unidimensionale, uno scheletro fragile su cui tutto il resto non si sorregge in modo pieno e florido, e di fatto, poi molti progetti mostrano di non far breccia tra la popolazione studentesca e familiare, al punto da doverne dare continua propulsione attraverso iniziative di politiche amministrative specificamente studiate. Questo è segno della volontà politica di spingere in una determinata direzione, con la tendenza a prediligere la visione di certi specifici organismi, e però, proprio perché tali spinte sono di natura politica, sono vulnerabili a visioni di parte e dunque a veicolare messaggi ideologicamente orientati, cosa che abbiamo spesso denunciato essere grave e inopportuna, perché i figli sono di tutti e devono essere salvaguardati da pressioni ideologiche e politiche.

- "RispettiAMOci": perché avete dato questo nome al vostro Progetto?

Si fa un gran parlare di bullismo, omofobia, parità, identità, tutte parole che devono suggerire l'esigenza di incontrarsi su un piano di riconoscimento reciproco, e certamente dovrebbe sempre essere così; tutti dobbiamo cercare di andare in quella direzione ogni giorno. Eppure, non si può parlare di questi vocaboli soltanto se li si guarda da una sola direzione, dall'idea di una libertà fine a sé stessa, avulsa da ogni confine di rispetto per l'altro, come se nelle questioni della vita delle persone si fosse obbligati ad annullare il proprio criterio di giudizio, la propria coscienza, la dimensione morale, etica, religiosa, culturale, il proprio vissuto; ciò in ossequio a una ricetta sociale somministrata a tutti forzatamente allo stesso modo. Non funziona così; la panacea per tutti i mali non esiste, specialmente quando una proposta è priva della condivisione dialogata, perché questo porta esattamente nella direzione opposta, cioè a imporre agli altri quello che si crede giusto per sé stessi. La realtà della vita, delle persone e delle scelte personali è infinitamente sfaccettata, richiede enorme rispetto, molto più di quanto chi usa quelle parole come una bandiera si illude di praticare. In questo senso, quando pure enunciamo tutti quei termini citati all'inizio, che nelle intenzioni vorrebbero dire tante cose buone, senza un vero approccio integrale alla persona non riusciamo a raggiungere l'ideale ambìto. Per questo nel nostro piccolo abbiamo pensato che il termine «rispetto» dovesse essere abbracciato nella sua forma più autentica di amore verso l'essenza umana di tutti, nessuno escluso; poi, dal rispetto a RispettiAMOci il passo è stato nelle cose.

- L'azione educativa della scuola nell'ambito dell'educazione all'affettività ed alla sessualità deve essere informata a due principi: il principio di sussidiarietà (il diritto-dovere dei genitori di educare è insostituibile) e il principio di subordinazione (l'intervento della scuola deve essere soggetto al controllo da parte dei genitori)...

Questo dovrebbe essere il principio che regola la nostra scuola. Dico dovrebbe, perché, come tante cose scritte bene nelle nostre leggi, l'applicazione pratica trova spesso difetto. Per fortuna non tutti i progetti sono discutibili, sono però troppi i progetti che giungono ai ragazzi senza che i genitori ne sappiano nulla. Certamente le procedure burocratiche spesso sono farraginose, talvolta è difficile procedere a una comunicazione pratica, ma è innegabile che la casistica esprima numeri che devono far riflettere; e visto che sta aumentando ogni giorno di più l'insoddisfazione per come certe procedure sono ordinariamente condotte, la prima azione che dovrebbero svolgere la scuola e i promotori dei corsi, sarebbe quella di un pieno e attivo coinvolgimento dei genitori. Dico attivo, nel senso che non si può pensare di aver sbrigato l'obbligo informativo con una semplice circolare su un sito internet, o su un POF vagabondo in una segreteria. Ci deve essere una volontà attiva e agita di coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica dei figli da parte degli operatori scolastici. Non di meno i genitori devono rendersi conto che l'educazione dei figli non può essere una cambiale in bianco delegata o scaricata sulla scuola. Anche i genitori devono svolgere una funzione educativa attiva in questo senso. Ciò è il fulcro e l'essenza del patto di corresponsabilità educativa, cioè dell'alleanza educativa tra scuola e famiglia per far sì che i nostri figli siano costruttori saggi e responsabili della società del futuro che noi tutti sogniamo.
- Per chi è pensato "RispettiAMOci"?

Abbiamo pensato “RispettiAMOci” con un criterio modulare, adatto a bambine e bambini, ragazze e ragazzi di tutte le scuole di ogni ordine e grado, quindi a partire dalle scuole materne fino alle superiori, con un criterio di applicazione locale e regionale. Inoltre esiste il progetto "Rispettiamoci+" (con il suffisso più), con una struttura più articolata che poggia su una rete di cinque regioni che sono: Lazio, Abruzzo, Umbria, Lombardia e Sardegna; ha una dimensione e un coordinamento nazionale, ed è anche più articolato ed elaborato. Ciononostante i principi educativi rimangono gli stessi.

- Quali obiettivi si prefigge il vostro Progetto?

In parte l'abbiamo già detto, ma mi preme sottolineare che un obiettivo che ci sta a cuore è far capire ai bambini e alle bambine, e alle ragazze e ai ragazzi, quanto loro stessi siano preziosi come persone, e quanta dignità e rispetto ciascuno di noi merita di dare e ricevere.

- Quali tematiche vengono affrontate durante lo svolgimento del Progetto?

Questa risposta esigerebbe un discorso molto ampio e una risposta anche tecnica, ma a voler essere didascalici, a seconda dell'età dei ragazzi vengono affrontati in maniera più o meno articolata gli argomenti della crescita, della personalità e della persona, dei sentimenti e dell'amore, della relazione e dell'affetto, dello sviluppo biologico e psicologico, dell'identità del sé; del rispetto di ogni persona e della sua cultura ed educazione; del dialogo tra ragazzi e con gli adulti. Vengono affrontati gli aspetti della sessualità e della conoscenza e consapevolezza del proprio corpo. Il tutto sempre rapportato al concetto integrale di persona e dell'importanza e delicatezza delle relazioni, della comunicazione con il prossimo, sia duale che in famiglia o nel gruppo sociale, sia attraverso i numerosi mezzi di comunicazione oggi disponibili.

- All'interno dei temi affrontati vi è anche la cultura del rispetto. Vi proponete anche la prevenzione della discriminazione, la consapevolezza degli effetti negativi degli stereotipi...

Sì, questo è strutturale in “RispettiAMOci.” In particolare vorremmo riuscire a suscitare negli alunni il desiderio di dotarsi degli strumenti critici per essere in grado di ragionare e decidere con la propria testa, avere fiducia in loro stessi e di quante cose buone e preziose sono in loro. Uno stereotipo è tale quando è subìto acriticamente o passivamente, o peggio imposto, mentre una scelta consapevole e coscienziosa, orientata a un bene che è per sé e anche comune non è uno stereotipo per definizione.

- Negli ultimi mesi si è avuta notizia che sono stati proposti in alcune scuole dei progetti che presentavano come obiettivi l'educazione alle differenze e la lotta al bullismo, ma che in realtà promuovevano l'ideologia gender, spesso ad insaputa dei gentori...

Sta capitando che molti progetti dai contenuti insondabili arrivino fino agli studenti. In certi casi i Comitati di genitori riferiscono di approvazioni di cui mai sono venuti a conoscenza neanche nei Consigli d'Istituto, e questo è davvero grave, tant'è che mi hanno confidato che si stanno valutando eventuali interventi disciplinari. Proprio per questa ragione e per riportare un po' di ordine e rispetto delle procedure non solo formale ma sostanziale nei confronti delle famiglie, è stato naturale aderire alla petizione di ProVita per fermare la deriva gender nelle scuole. Sulla questione del gender c'è una gran confusione e una disinformazione ingiustificabile. Si parla di introdurre nuovi paradigmi educativi, nuove visioni sociali e nuovi modelli culturali che non possono essere buttati là nel mezzo, tra i minorenni anche molto piccoli, senza aver minimamente allargato e aperto onestamente un dibattito con la popolazione tutta. Ciò che mi sembra poco serio è far credere che questi modelli culturali siano una normale operazione educativa. Questo non è affatto vero, troppe volte sono promossi con l'intenzione di veicolare un preciso modello sociale e culturale completamente diverso dal modello educativo delle famiglie di origine, e questo in realtà non fa che introdurre un nuovo tipo di stereotipo, una contraddizione nei termini. Rispetto a questo “RispettiAMOci" ha un afflato di libertà estremamente più ampio e un approccio molto onesto.


-     A chi si può rivolgere chi volesse avere ulteriori informazioni sul vostro Progetto?

Può contattare la nostra segreteria attraverso le indicazioni sul sito internet www.forumfamiglieumbria.org o può scrivere a info@forumfamiglieumbria.org
Inoltre è possibile contattare il Forum nazionale attraverso i contatti in www.forumfamiglie.org

Fonte: http://vitanascente.blogspot.it/

giovedì 6 novembre 2014

Messaggio per la 37a Giornata per la Vita

I vescovi: «Solidali per la vita»
 
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«I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli; i bambini perché porteranno avanti la storia, gli anziani perché trasmettono l'esperienza e la saggezza della loro vita». Queste parole ricordate da Papa Francesco sollecitano un rinnovato riconoscimento della persona umana e una cura più adeguata della vita, dal concepimento al suo naturale termine. È l’invito a farci servitori di ciò che “è seminato nella debolezza” (1 Cor 15,43), dei piccoli e degli anziani, e di ogni uomo e ogni donna, per i quali va riconosciuto e tutelato il diritto primordiale alla vita.

Quando una famiglia si apre ad accogliere una nuova creatura, sperimenta nella carne del proprio figlio “la forza rivoluzionaria della tenerezza” e in quella casa risplende un bagliore nuovo non solo per la famiglia, ma per l’intera società.

Il preoccupante declino demografico che stiamo vivendo è segno che soffriamo l’eclissi di questa luce. Infatti, la denatalità avrà effetti devastanti sul futuro: i bambini che nascono oggi, sempre meno, si ritroveranno ad essere come la punta di una piramide sociale rovesciata, portando su di loro il peso schiacciante delle generazioni precedenti. Incalzante, dunque, diventa la domanda: che mondo lasceremo ai figli, ma anche a quali figli lasceremo il mondo?

Il triste fenomeno dell’aborto è una delle cause di questa situazione, impedendo ogni anno a oltre centomila esseri umani di vedere la luce e di portare un prezioso contributo all’Italia. Non va, inoltre, dimenticato che la stessa prassi della fecondazione artificiale, mentre persegue il diritto del figlio ad ogni costo, comporta nella sua metodica una notevole dispersione di ovuli fecondati, cioè di esseri umani, che non nasceranno mai.

Il desiderio di avere un figlio è nobile e grande; è come un lievito che fa fermentare la nostra società, segnata dalla “cultura del benessere che ci anestetizza” e dalla crisi economica che pare non finire. Il nostro paese non può lasciarsi rubare la fecondità.

È un investimento necessario per il futuro assecondare questo desiderio che è vivo in tanti uomini e donne. Affinché questo desiderio non si trasformi in pretesa occorre aprire il cuore anche ai bambini già nati e in stato di abbandono. Si tratta di facilitare i percorsi di adozione e di affido che sono ancora oggi eccessivamente carichi di difficoltà per i costi, la burocrazia e, talvolta, non privi di amara solitudine. Spesso sono coniugi che soffrono la sterilità biologica e che si preparano a divenire la famiglia di chi non ha famiglia, sperimentando “quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita” (Mt 7,14).

La solidarietà verso la vita – accanto a queste strade e alla lodevole opera di tante associazioni – può aprirsi anche a forme nuove e creative di generosità, come una famiglia che adotta una famiglia. Possono nascere percorsi di prossimità nei quali una mamma che aspetta un bambino può trovare una famiglia, o un gruppo di famiglie, che si fanno carico di lei e del nascituro, evitando così il rischio dell’aborto al quale, anche suo malgrado, è orientata.

Una scelta di solidarietà per la vita che, anche dinanzi ai nuovi flussi migratori, costituisce una risposta efficace al grido che risuona sin dalla genesi dell’umanità: “dov’è tuo fratello?”(cfr. Gen 4,9). Grido troppo spesso soffocato, in quanto, come ammonisce Papa Francesco “in questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.

La fantasia dell’amore può farci uscire da questo vicolo cieco inaugurando un nuovo umanesimo: «vivere fino in fondo ciò che è umano (…) migliora il cristiano e feconda la città». La costruzione di questo nuovo umanesimo è la vera sfida che ci attende e parte dal sì alla vita.

Roma, 7 ottobre 2014
Memoria della Beata Vergine del Rosario

Il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana
 
Fonte. avvenire.it

martedì 23 settembre 2014

Le associazioni: «Eterologa, corsia veloce. E le adozioni al palo»


di  Alessia Guerrieri




Genitori di seconda categoria. Figli già scartati una volta che vengono messi in un angolo. Abbandonati di nuovo, stavolta dalle istituzioni. Alla ribalta, invece, continua ad esserci la logica del figlio a tutti i costi e a ogni prezzo, visto che il desiderio di maternità e paternità supera anche il diritto di quei bambini per cui l’adozione è l’unica chance di avere una famiglia. Perché tutta la fretta di regolamentare l’eterologa non c’è mai stata per l’adozione? Perché da anni «si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale, mentre in 25 giorni le Regioni hanno già trovato l’accordo sulla fecondazione eterologa?».

È questo il grido amareggiato delle associazioni e degli enti accreditati
all’adozione in Italia; un accorato appello affinché governo e Regioni dedichino la stessa lena mostrata per la fecondazione assistita a districare le questioni aperte nell’adozione, così come pure a reperire i fondi per quella internazionale – fermi da tre anni – e per far funzionare adeguatamente la Commissione adozioni internazionali.
Il rischio, altrimenti, è di proseguire sulla strada della disparità tra famiglie. Nell’ultima riunione di luglio con gli enti accreditati, infatti, il neo presidente Cai, Silvia Dalla Monica, ha fatto intendere che non ci sono soldi.

Fondi per i rimborsi alle famiglie, che nelle adozioni internazionali arrivano a spendere anche 10mila euro e ora possono avere la deducibilità solo del 50%, ma anche fondi per i servizi post-adozione oggi praticamente inesistenti. Ecco che un impegno economico pubblico sulle adozioni e la loro gratuità appare, perciò, sempre più urgente. Unito anche a una nuova collaborazione dell’autorità centrale con gli enti accreditati e a un rinsaldamento dei rapporti diplomatici con i Paesi d’origine dei bambini. Per rendere più spedita l’adozione internazionale che adesso viaggia al ritmolumaca di 3-4 anni.
Il calo del numero di coppie che in Italia fanno richiesta d’adozione non è un mistero: se nel 2006 erano circa 6mila, nel 2013 ci si è fermati poco sotto i tremila.
«I dati sul primo semestre 2014 – dicono gli enti – mostrano un ulteriore crollo del 30%. Se continua così al 2020 non avremo più adozioni nel nostro Paese a fronte di migliaia di bimbi adottabili nel mondo». Ed è proprio per questo che occorre un cambio di rotta, per far tornare l’Italia ad essere la seconda nazione, dopo gli Stati Uniti, per numero di bambini accolti. In ballo, ammettono, c’è «la responsabilità che una società civile ha nei confronti di bambini abbandonati», italiani o stranieri che siano, per cercare di «rimediare all’ingiustizia che hanno già subìto». E non renderli orfani per la seconda volta.

Le associazioni
Ai.Bi.I diritti dei minori in secondo piano rispetto a quelli degli adulti. Il bambino dichiarato adottabile, infatti, ha una sola possibilità di diventare figlio, mentre i grandi ne hanno molte di diventare genitore. Quindi «se non s’investe sull’adozione, su un atto di giustizia insomma, togli a quei bimbi anche questa possibilità». Marco Griffini, presidente dell’Ai.bi (Amici dei bambini) sferza subito il ragionamento sui «bambini scartati due volte», quando sollecita un cambiamento culturale. Va superata la logica di guardare solo ai bisogni degli adulti, e non «a quel gesto d’amore che rende giustizia a un bambino che la società non è stata in grado d’aiutare». Per questo va superata anche il meccanismo della selezione «inteso come percorso oppressivo in cui la coppia viene torchiata», secondo il presidente, con un approccio basato «sulla cultura dell’accompagnamento dei coniugi», che vuol dire «io Stato faccio il tifo per te», perché stai andando a prendere un bimbo abbandonato e «tu sei la faccia della solidarietà italiana». Nell’adozione c’è ancora tanto da fare; ad esempio «manca una banca dati nazionale prevista per legge – ricorda Griffini – che ci consenta di velocizzare l’abbinamento del bambino con la coppia». Eppure ci sono 1.900 minori italiani adottabili che non riescono ad avere una famiglia. Invece «c’è una corsa a regolamentare l’eterologa», per il presidente Aibi, perché 5 milioni di coppie sterili e 60mila domande di fecondazione eterologa e omologa «a quanto pare contano di più». Dimenticandosi però di un atto generosità altissima, conclude, per focalizzarsi sull’eterologa che, «per come si sta delineando, è un atto di egoismo».

Anfaa.
La scelta di diventare genitore va accolta e accompagnata per bene, con percorsi d’approfondimento sull’essere genitore, soprattutto quando si sta per diventare madri e padri di un figlio non tuo. Mentre «gli enti e le associazioni cercano di seguire e far maturare questa consapevolezza nei futuri genitori adottivi – spiega la presidente dell’associazione famiglie adottive e affidatarie (Anfaa) Donata Nova Micucci – non vedo lo stesso dibattito sulla preparazione ferrea per le coppie che si avviano alla fecondazione eterologa». Anzi, c’è il vuoto assoluto sia sul livello di maturazione che sulla concezione di genitorialità che i coniugi hanno raggiunto. Sembra quasi che basti pagare un ticket per essere pronti ad accogliere un bambino non biologicamente tuo, «dimenticando – aggiunge – tutte le implicazioni psicologiche future che potrebbero esserci». Lo stesso vuoto assoluto c’è sia sull’adozione in generale, «quasi fosse una soluzione di serie b», sia in particolar modo sull’adozione di bambini con bisogni speciali. Le istituzioni perciò, secondo Nova Micucci, dovrebbero farsi carico di questi bimbi, «non lasciando sole le famiglie che scelgono di adottarli comunque», magari seguendo l’esempio del Piemonte che ha stanziato un contributo economico per figli adottati con bisogni speciali pari a quello che spetta per i minori in affidamento. «Se noi formiamo le coppie, le facciamo maturare - conclude la responsabile Anfaa - ma poi la società civile e lo Stato le abbandona, la macchina non funziona». Cambiare la legge? Non serve, basterebbe «farla applicare da nord a sud in ogni sua parte».

Ciai
I bambini in questo caso già ci sono. Sono bimbi che sulle spalle hanno spesso i segni di maltrattamenti e abusi. Sono piccoli che hanno bisogno di percorsi di sostegno dopo l’adozione, soprattutto durante alcuni momenti particolari della loro crescita, come l’adolescenza. Eppure i fondi sia per le famiglie che sostengono pesanti costi per l’adozione «sia per quelle che hanno adottato ragazzi difficili, e devono intraprendere con loro un cammino di crescita speciale, non ci sono». C’è tristezza mista a rabbia nelle parole di Paola Crestani, presidente del Centro Italiano Aiuti all’Infanzia (Ciai), quando tenta di capire perché per la fecondazione eterologa c’è tanta attenzione (e si trovino subito i soldi), mentre l’adozione è relegata ai margini del dibattito pubblico. Inoltre, senza alcun sostegno economico governativo. Senza rimborsi «non si possono aiutare le coppie», dice, invece si dovrebbe ragionare «su come andare incontro alle famiglie per ridurre i costi della pratica adottiva», anche attraverso la deducibilità totale, e su un sistema «magari tramite voucher, che consenta di dare maggiori servizi dopo l’adozione a neo genitori e bambini». Ma anche un nuovo sprint perché, continua Crestani, «ci siano meccanismi per controllare le pratiche all’estero, per preparare il bambino a venire in Italia». Certo questo non si modifica per legge, ma ci vuole «la volontà politica di farlo». Nessun braccio di ferro eterologa-adozioni, comunque, solo «vorremmo che ci fosse lo stesso impegno anche per l’adozione» continua la responsabile Ciai, perché in questo caso i bambini già ci sono, «hanno sofferto e meritano un po’ di serenità».

Uniti per l'adozione
Si chiede da anni – almeno dieci – la gratuità delle adozioni. Ma nessuno ha ascoltato. Si aspetta da anni – almeno quindici – che le Regioni predispongano i protocolli operativi per l’adozione previsti dalla riforma del 1998. Eppure «non tutte le Regioni li hanno ancora e quei territori che li avevano li hanno dimenticati. Invece per l’eterologa in poche settimane…». Pietro Ardizzi portavoce di Uniti per l’adozione, la neonata rappresentanza di 45 enti autorizzati, parla di «grave irresponsabile distrazione verso una forma alta di accoglienza come l’adozione» e «verso un mondo elettoralmente poco rilevante come i bambini», quando analizza il ghetto in cui viene relegato questo tema nell’agenda politica e istituzionale. «È drammatico e vergognoso poi – aggiunge – che l’autorità centrale non abbia finanziamenti adeguati e sufficienti perché questo si ripercuote su famiglie e servizi». Servirebbero circa 30 milioni per dare risorse economiche e umane al Cai ed evitare che tra qualche tempo tutto il sistema degli enti autorizzati salti, visto che molte sedi territoriali saranno costrette a chiudere. In più, i fondi servono anche per «rivedere i rapporti diplomatici con i Paesi d’origine – dice Ardizzi – perché altrimenti si ripercuote sulle lungaggini delle pratiche internazionali». Ma è soprattutto il metodo con cui si è affrontata sia la questione eterologa che la «distrazione» sull’adozione che brucia e «fa paura». Le scelte dei governi sono state fatte, ammette difatti, «senza il coinvolgimento di enti e associazioni, prendendo decisioni sulla pelle delle persone».

Fonte: avvenire.it

giovedì 11 settembre 2014

Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"



Redattore Sociale del 09-09-2014

Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"

Per Riccardo, 39 anni, i primi sintomi 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia. Nel pieno della malattia, è diventato padre per la seconda volta. Oggi è paralizzato e non parla, ma "la semplicità dell'amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera".

ROMA. Riccardo ha 39 anni, due figli piccoli e da 4 anni è “prigioniero del suo corpo”: la Sla ha mostrato i suoi primi segni 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia, “orgoglio indescrivibile”. Oggi, i suoi figli può accarezzarli solo con gli occhi: gli stessi occhi attraverso cui comunica con loro e con il mondo. Ma “la carica di essere padre e marito – assicura - supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera”.

Così, proprio in questi giorni, mentre la Sla urla la propria esistenza attraverso le mediatiche “docce gelate”, Riccardo rompe il suo silenzio per affidare al comunicatore oculare la sua testimonianza di malato “silenzioso” e raccontare, in poche righe, la vita reale di chi, quella “doccia gelata”, l’ha avuta davvero. Le sue parole sono raccolte da Anna Fusina per “Gli amici di Lazzaro”.

“Avevo solo 33 anni quando iniziarono i primi sintomi, ma mai nessuno avrebbe pensato a quale tragedia sarei andato incontro – racconta Riccardo - Io e mia moglie avevamo coronato la nostra unione dando la vita ad una bimba bellissima: un orgoglio indescrivibile. Nel frattempo i mesi passano e la malattia continua il suo corso, si passa da un ospedale all’altro, con la speranza che la diagnosi cambi! Nostra figlia intanto cresce velocemente, e lei, così piccina, mi dà così tanta carica di vita che a volte mi scordo addirittura della malattia”. Il tempo passa e la malattia compie il suo cammino, implacabile: “malgrado la vistosa decadenza del fisico, non demordo. Mia moglie rimane incinta del secondo figlio, da noi voluto, anche contro il parere dei medici, che ce lo sconsigliavano onde evitare ulteriori problemi”.

Riccardo diventa quindi papà per la seconda volta, mente la sua “disabilità grave avanza senza guardare in faccia nessuno”, ma “i mesi passano, i bimbi crescono, e io peggioro più velocemente di quello che si pensi. La Sla é riuscita ad annientarmi totalmente. Lei ti toglie tutto così, senza scrupoli, lasciandoti totalmente lucido da guardare cosa ti riesce a fare. In noi, malati di Sla, lo scorrere del tempo fa sì che il nostro corpo diventi un estraneo al nostro animo”. Il pensiero, però, “non si ferma mai – assicura Riccardo - e ritorna a quando da bambino correvo nei prati spensierato, pieno di energia e con tanta voglia di diventare grande, o al giorno in cui ho visto per la prima volta mia figlia e l’ho stretta tra le mie braccia o a quel figlio che solo con una mano avevo potuto accarezzare, perché la Sla non mi permetteva altro. Niente vacanze al mare, nessuna corsa in bicicletta, nessun bacio e carezza posso più dare ai miei figli… Nessun semplice gesto mi è più concesso, nemmeno di piangere per poi asciugarmi le lacrime, perché sono gli altri che devono asciugarle a me!”.

E’ una condizione drammatica, che “porta più della metà dei malati a scegliere di non vivere”, riferisce Riccardo, che oggi muove solo gli occhi, respira grazie a un ventilatore meccanico e mangia tramite un sondino. “Questa é la Sla – osserva Riccardo - una malattia senza cura, ma che io ho scelto di combattere, perché la carica di essere padre e marito supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera. Loro mi stanno facendo vivere la mia seconda vita attraverso la loro semplicità di amare. Ringrazio mia moglie e i miei figli per avere dato la vita a un papà prigioniero del suo corpo”. (cl)

Fonte: agenzia.redattoresociale.it
 

martedì 19 agosto 2014

La Manif Pour Tous Italia sostiene il Consiglio comunale di Verona

L'organizzazione appoggia la scelta del Consiglio comunale della città veneta di "tutelare il diritto della famiglia di mantenere un saldo controllo sull'educazione impartita da terzi ai propri figli"
Di Redazione

ROMA, 18 Agosto 2014 (Zenit.org) - Un altro attestato di “pieno apprezzamento” nei confronti del Consiglio comunale di Verona per la recente decisione di “vigilare affinché, nelle scuole di competenza comunale, venga data un’adeguata informazione preventiva ai genitorisul contenuto dei progetti di educazione all’affettività e alla sessualità” e di tenere nella dovuta considerazione le ragioni di dubbio o contrarietà dai genitori stessi segnalate. È quello che giunge dalla Manif Pour Tous Italia, che si è espressa attraverso un comunicato.
“La decisione di coinvolgere i genitori è di assoluto buon senso e rende operativi diritti fondamentali della famiglia già riconosciuti nelle Dichiarazioni internazionali e nella nostra stessa Costituzione”, si legge nella nota. La decisione ha però “gettato nel panico le associazioni del movimento gay, che con un’interrogazione parlamentare del senatore del Pd Sergio Lo Giudice (presidente onorario dell'Arcigay e fondatore del Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Omosessuali) denunciano un fantomatico tentativo ‘omofobo’ di limitare la libertà didattica delle scuole sui temi legati all’omosessualità”.
La Manif Pour Tous Italia “non capisce però perché i genitori dovrebbero lasciare carta bianca sull’educazione sessuale dei loro figli alle associazioni del movimento gay, che da anni entrano indisturbate nelle classi scolastiche proponendo corsi e lezioni senza minimamente condividerne i contenuti con le famiglie, esclusive protagoniste della scelta educativa dei loro figli in ambiti così intimi e delicati”.
Dietro molti di questi corsi su sessualità e affettività - rivela la Manif Pour Tous italia - “si nasconde in realtà l’ideologia gender, che nega la complementarietà tra il maschile e il femminile quale dimensione essenziale delle relazioni sessuali e affettive interpersonali”. I “progetti di ‘contrasto alle discriminazioni’ - si legge ancora - si concretizzano poi spesso nella rappresentazione di ‘famiglie speciali’ in cui la generazione della vita perde ogni più naturale nesso con la presenza di un uomo-padre e di una donna-madre, ad esempio con la promozione della barbara pratica dell’utero in affitto quale strumento di pari opportunità per coppie gay desiderose di prole”.
Secondo la Manif Pour Tous, quindi, “tutelare il diritto della famiglia di mantenere un saldo controllo sull’educazione impartita da terzi ai propri figli è un atto dovuto prima che opportuno - con buona pace delle pretese del movimento gay”.

"Con il Papa, per difendere la famiglia dall'ideologia gender"

Alberto Zelger, consigliere del Comune di Verona al centro di polemiche per aver proposto una mozione a difesa della famiglia naturale, si difende dalle accuse e preannuncia un capitolo della prossima Enciclica del Papa
Di Federico Cenci

ROMA, 18 Agosto 2014 (Zenit.org) - L’approvazione, in Consiglio comunale di Verona, dell’Ordine del giorno Famiglia, educazione e libertà d’espressione fu accolta, nemmeno un mese fa, da un vigoroso scrosciare d’applausi da parte di un nutrito gruppo di genitori veronesi che assisteva al dibattito. Col passare dei giorni tuttavia, a leggere alcuni articoli di giornale, è sembrato che quel consenso non sia mai esistito. Il fuoco di fila mediatico che ha colpito il primo firmatario del documento, il consigliere Alberto Zelger, ha polverizzato le istanze reali della gente, di quei genitori preoccupati di riaffermare la libertà d’educazione tutelata dalla Costituzione italiana.
Polemiche e accuse di “omofobia” nei confronti della mozione si sono rincorse sui giornali, una vera e propria campagna che lo stesso Zelger non esita a definire “propaganda della lobby omosessuale”. Campagna che ha finito per travalicare le pagine dei giornali, introducendo il “caso Verona” all’interno del Senato. È qui che Sergio Lo Giudice (Pd), insieme a 23 suoi colleghi, ha inoltrato un’interrogazione al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, chiedendo che “il Governo intervenga sulla vicenda con decisione”. Il gesto di Lo Giudice ha dato nuova linfa agli attacchi nei confronti di Zelger, il quale torna a parlare - e lo fa attraverso ZENIT - per difendersi dalle accuse circolate sul suo conto.
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Consigliere, come risponde a Lo Giudice che ha definito “inaccettabile” il suo Ordine del giorno?
Anzitutto va detto che il senatore Lo Giudice, essendo presidente onorario di Arcigay, è da considerare persona molto di parte. In secondo luogo, ogni cittadino può esprimere la propria opinione, soprattutto quando si va ad intaccare il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo i loro principi morali e religiosi. È un diritto garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 26), dalla Carta europea dei Diritti del Fanciullo nonché dalla stessa Costituzione italiana (art. 30). Ebbene, il mio Ordine del giorno approvato in Consiglio altro non fa che garantire questo diritto invitando il Sindaco a predisporre uno strumento di raccolta delle segnalazioni dei genitori di tentativi scolastici tesi a indottrinare gli alunni con spettacoli e opuscoli tendenziosi. Da parte mia non v’è alcun progetto di censura, termine che invece conoscono bene coloro i quali vorrebbero imporre ai giovani un’ideologia e una cultura legate al sesso non in linea con i principi morali delle famiglie.
Come commenta l’enfasi mediatica di cui è stato protagonista nei giorni scorsi, specialmente riguardo la presunta “mail segreta”? Può spiegarci cos’è accaduto?
Dopo l’approvazione dell'Odg ho mandato una mail ad alcuni contatti di amici per ringraziarli del sostegno. Evidentemente qualcuno di loro - credo in buona fede - ha inoltrato questa mail a qualche redazione di giornale che ha poi deciso di pubblicarne il testo. Di qui la polemica, perché io nella mail avevo evidenziato l’incongruenza di alcuni consiglieri che si definiscono cattolici ma che poi, quando si parla di famiglia in sede istituzionale, votano contro la famiglia naturale. Non era mia intenzione alimentare polemiche, ma dal momento che ciò è avvenuto mio malgrado, non ho alcuna remora a ribadire quanto avevo scritto.
A proposito di consiglieri citati nella sua mail, Daniele Polato (Fi) ha detto che vorrà chiedere conferma a mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, su quanto da lei affermato, ossia che il presule sosterrebbe la mozione…
Non ho mai detto questo. Piuttosto ho voluto solo sottolineare che mons. Zenti, in più occasioni e in modo forte e chiaro, ha ribadito gli insegnamenti della Chiesa: che le identità maschile e femminile non possono esser messe in discussione e che la famiglia è formata da un uomo e da una donna. Detto ciò, io sono in contatto con il vescovo, al quale ho consegnato anche una copia della mozione manifestandogli le preoccupazioni circa quello che sta accadendo nelle scuole, dove alcuni progetti sull’affettività che arrivano sui banchi con il marchio del ministero.
Come risponde a quei consiglieri Pd cattolici che hanno definito il suo Odg “una crociata che non ci appartiene” affermando che “la famiglia è attaccata su altri fronti”?
Che leggano le parole del Papa, il quale è stato molto chiaro su questo tema in più occasioni. Inoltre - e questo me lo ha confidato personalmente mons. Zenti - nella prossima Enciclica sulla Creazione che il Papa sta preparando, vi sarà un capitolo dedicato all’ideologia del gender.
Che risvolti prevede a seguito del "polverone" che la sua mozione ha alzato?
Molto positivi, francamente. Ho ricevuto attestati di solidarietà da parte di tantissime persone le quali, pur non conoscendomi, hanno voluto sostenere la mia battaglia. Ripeto: non era mia intenzione far finire la questione sui giornali, ma se l’esito è stato quello che sto constatando, ossia un ridestarsi delle coscienze di tante persone sul delicato tema della difesa della famiglia e della libertà d’insegnamento, ben venga l’enfasi mediatica! Chi voleva “affossare” la mozione sotto i colpi delle accuse di “omofobia” si è fatto un clamoroso autogol. Come si dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

Fonte: zenit.org