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venerdì 20 giugno 2014

I figli non ci appartengono


di Anna Fusina


I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo
. (K. Gibran)

Françoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. Diceva che i genitori dovrebbero 'adottare' i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: “non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”1
Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all'Università di Bologna “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”2
Il bambino è una persona 'originale', cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l'acquisizione di un'identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell'immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il 'progetto' misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma 'figlio della vita' stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.”3
“La genitorialità – afferma la Prof. Vanna Jori, docente di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”4
Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali.”5
Essere padre e madre è 'stare accanto' al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell'ambiente extrafamiliare e l'acquisizione dell'autonomia personale.
Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, “il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l'essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita.
Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L'essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell'arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”.6
E' assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull'amore incondizionato per il bambino.
L'amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull'altro. Anche l'amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti.
Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo 'altro', cioè veramente libero, minaccia continuamente l'amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l'altro – il figlio – si perde, mi perdo anch'io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.”7
Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l'esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l'altro come 'se stesso', la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).”8
Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia.
I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper 'rinunciare a se stessi'.
La fecondità è un'esperienza di dono e di distacco da sé.”Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell'atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”.9



1L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128
2A. CANEVARO, prefazione all'edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989
3L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
4http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm
5L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123
6G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1
7A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103
8L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
9W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

venerdì 4 aprile 2014

Il Centro 21 nella nuova casa di via Limentani. Domenica inaugurazione

Sarà inaugurato domenica pomeriggio alle 16,30 con la benedizione del vescovo Lambiasi, il centro 'Daniela Conti' a casa Limentani 15 a Riccione. Accoglierà progetti e laboratori per l'educazione all'autonomia ed in preparazione al futuro lavorativo di persone con sindrome di down. 

centro21.jpg

RICCIONE | 04 aprile 2014 
 
Mancano ancora i mobili, ma sarà tutto pronto per domenica. La casa di via Limentani che sarà gestita dall'associazione 'centro21' è un sogno che diventa realtà e che risponde alla domanda che tutti i genitori di persone con sindrome di down si fanno: che cosa sarà dei nostri figli dopo di noi? Il centro, intitolato alla memoria di Daniela Conti, morta di leucemia nel 2007, a 18 anni, ha l'obiettivo di educare i ragazzi e gli adulti all'autonomia e ad un futuro lavorativo. Attualmente sono 16 le persone, da 2 a 42 anni, seguite direttamente dall'associazione.
La ristrutturazione della vecchia casa di proprietà del Comune è costata 564.000 mila euro, coperti per 177.074 euro dalla Regione, dal Comune per 150 mila euro. Il resto a carico delle famiglie del Centro 21 e donazioni di privati: 237.736 euro.
La struttura, di 230 metriquadrati, ha un salone laboratorio al piano terra e di sopra, cinque camere con 8-10 posti letto, un grande terrazzo e tanto spazio fuori.

'Arriva finalmente a compimento quello che all’inizio di questo mandato sembrava solo un sogno – è il commento del Sindaco Massimo Pironi. Ci siamo riusciti anche grazie ad una legge regionale molto avanzata. Ma le leggi non bastano, ci vogliono le persone giuste. In questo caso le famiglie del Centro 21, che si facessero carico di una sfida. Le istituzioni fanno un passo indietro e lasciano spazio a chi ha le competenze e la spinta per gestire. Di fatto questa casa sarà non solo dei ragazzi e delle famiglie di Riccione ma anche di quelle dei comuni vicini, dell’intero comprensorio Sud'.

'Confesso che ero molto spaventata all’inizio – ammette Maria Cristina Codicè, presidente dell’Associazione Amici del centro 21 – all’idea di farci carico, come famiglie, di una quota importante dei costi di costruzione della casa. Poi, quando abbiamo cominciato a vedere la risposta della città e delle singole persone, abbiamo capito che non eravamo soli, che avevamo una collettività e un’Amministrazione alle spalle. Il centro non sarà una cattedrale nel deserto, ma un luogo vivo, dove i ragazzi svolgeranno attività e trascorreranno esperienze di autonomia residenziale. I ragazzi che oggi già fanno questo percorso (in un appartamento in affitto) sono 5, ma passo dopo passo questo potrà essere allargato anche ad altri. L’altro obiettivo che il Centro21 persegue è quello del lavoro, il passaggio dalla borsa-lavoro dell’Ausl all’impiego vero e proprio tramite assunzione.
Dopo la ristrutturazione, la casa di via Limentani, di proprietà comunale, è ora composta da un grande salone vetrato al pianoterra, con funzione di laboratorio per le attività di lavoro, una sala da pranzo e una cucina, cinque camere con servizi al primo piano, per un totale di 8-9 posti letto, una grande terrazzo, in tutto 230 metri quadrati.


Durante tutto il pomeriggio di domenica sarà possibile visitare il Centro e la mostra:

17,15 Jerome Lejeune e la trisomia 21. Conversazione con Pierluigi Strippoli, professore di Biologia applicata dell’Università di Bologna.

Ore 18 spettacolo “Gustosa”, un varietà tutto da gustare. Creatività, allegria e impegno dei ragazzi del Centro 21.

Mostra “Che cos’è l’uomo e perché te ne ricordi?” Genetica e natura umana nello sguardo di Jerome Lejeune.

Fonte: newsrimini.it
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