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venerdì 16 ottobre 2015

Dalla cicogna all'utero in affitto: soluzione o tratta delle schiave?

di Valeria Randone


In America aumenta, in maniera esponenziale, il numero delle “mamme surrogate” - donne che mettono a disposizione di un’altra coppia il loro utero - e gli italiani con la valigia in mano sono in costante e, preoccupante, aumento.

Leggi l'intero articolo in:

http://www.medicitalia.it/news/psicologia/6066-cicogna-utero-affitto-soluzione-tratta-schiave.html

lunedì 17 agosto 2015

Cresce l'assuefazione alle madri-schiave







di Assuntina Morresi

giovedì 2 ottobre 2014

Utero in affitto, schiavismo moderno

In nome del "diritto al figlio" di ricchi occidentali, donne povere affittano il proprio utero accettando condizioni contrattuali umilianti, che prevedono anche l'aborto selettivo

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

Il vaso di Pandora l’ha scoperchiato la vicenda del piccolo Gammy, il neonato abbandonato - in quanto affetto da sindrome di Down - da una coppia di non più giovani aspiranti genitori australiani che si erano recati in Thailandia per “commissionare” la gravidanza a una donna del posto. Storia che rappresenta soltanto la punta di un iceberg che si estende nei meandri miserabili del Terzo mondo. Donne povere e disperate lasciano per denaro che la propria dignità venga schiacciata dal “diritto al figlio" reclamato da ricchi occidentali. L’umiliazione cui si sottopongono è attestata dai contratti che regolano il loro rapporto con i committenti, i quali curano ogni minimo dettaglio affinché il proprio “diritto al figlio” sia “soddisfatto o rimborsato”. Di questo moderno fenomeno di schiavismo ce ne parla la prof.ssa Assuntina Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.
***
Prof.ssa Morresi, può aiutarci a fare ordine tra le varie modalità di gravidanze a pagamento?
Esistono due modalità, quella “tradizionale” e quella “gestazionale”. Nella gravidanza a pagamento “tradizionale”, la donna che porta avanti la gravidanza è anche la madre genetica del nato: la donna che partorisce è cioè a tutti gli effetti la madre naturale del bambino, perché gli trasmetterà anche il proprio patrimonio genetico. Detto in altri termini, il bambino ha due madri: la prima che potremmo definire “naturale”, cioè quella che ha partecipato al suo concepimento mettendo a disposizione un proprio ovocita, e che al tempo stesso ha portato avanti la gravidanza e che lo partorirà, e la seconda madre “legale”, cioè quella che ha commissionato la gravidanza, e che si prenderà cura del bambino, crescendolo. Nella gravidanza a pagamento “gestazionale”, invece, il nascituro è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e partorisce, la quale quindi non ha legami genetici con il bambino. In questo caso il bambino può avere fino a tre madri: quella “genetica”, che ha dato il proprio ovocita; quella “gestazionale”, che ha portato avanti la gravidanza e che partorisce; quella “legale”, che ha commissionato la gravidanza e che si prenderà cura del bambino. A volte la prima e la terza – madre genetica e legale – coincidono.
Da cosa sono accomunate queste due modalità? Quali obblighi deve osservare la mamma surrogata?
Hanno in comune un contratto fra la coppia - o la persona singola, a seconda dei casi - committente, cioè quella che vuole un figlio e paga tutte le procedure necessarie per averlo mediante questi percorsi, e la donna che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento e di rinunciare al figlio appena nato. Dal momento in cui firma, la madre surrogata deve rispettare gli obblighi del contratto, che solitamente le indicano un preciso stile di vita a garanzia della salute del nascituro: niente fumo, alcool, droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di ingrassare rispetto a un peso forma, poco caffè,  niente contatti con animali domestici, no ai dolcificanti, e così via. Se il neonato avrà qualche disabilità o malattia, sarà facile addossarne le responsabilità alla gestante, che dovrebbe restituire le somme eventualmente ricevute, e tenersi il bambino. Per garantire buone condizioni igienico sanitarie e uno stretto controllo medico, spesso le madri surrogate restano all’interno di apposite “case”, possibilmente accanto alle cliniche dove si sono sottoposte ai trattamenti che hanno procurato loro la gravidanza, e dove partoriranno. In queste dimore protette, lontano dalle loro famiglie, sono continuamente sotto controllo.
Nei contratti è previsto anche l’aborto? In quali casi? E laddove il bambino, una volta nato, abbia bisogno di essere rianimato, cosa succede?
L’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie. Generalmente l’aborto è incluso nel contratto in presenza di malformazioni al feto. Per quanto riguarda la rianimazione del neonato, come in tutti i casi in cui si rende necessaria una decisione di tipo medico riguardante la gravidanza, questa spetta solamente ai committenti o, in loro assenza, al loro medico di fiducia. Se la madre surrogata si rifiuta di seguire le indicazioni date, il contratto si considera interrotto, eventuali somme ricevute dalla donna vanno restituite e il bambino rimane a suo carico.
In quali Paesi è maggiormente diffusa la pratica dell’utero in affitto?
È diffusa in due tipologie di Paesi. La prima è quella dei Paesi terzi: zone con sacche di povertà estese - per esempio alcune regioni di India, Thailandia e Guatemala, o anche Paesi dell’ex zona a influenza sovietica - in cui ci sono molte donne povere, scarsamente tutelate dal punto di vista dei diritti umani, poco istruite e anche poco consapevoli di avere dei diritti. La seconda è quella del Nord America, dove vale sempre il movente economico - non esistono donne in carriera con ricchi stipendi disposte a diventare madri surrogate - ma il contesto giuridico è tale da rendere questo mercato maggiormente regolato, anche solo dal punto di vista della contrattualistica privata, e le donne vengono pagate di più.
Lo scenario che ci descrive, soprattutto guardando a quelli che chiama Paesi terzi, fa apparire le madri surrogate alla stregua di moderne schiave. Come mai, a suo avviso, in un clima di spiccata sensibilità nei confronti della violenza sulle donne e dello sfruttamento del corpo femminile, a questa orribile realtà viene data così poco rilevanza?
Innanzitutto perché quello nato intorno alle tecniche di procreazione assistita è un mercato enorme, e le spinte a favorirlo ed ampliarlo sono altrettanto enormi. E poi perché dal punto di vista ideologico il “diritto al figlio” viene oramai prima di tutto, oscurando volutamente lo sfruttamento delle donne. Dovremmo sempre ricordare che per ogni coppia che racconta la propria felicità di avere avuto un figlio dalla fecondazione eterologa, c’è sempre qualcuno - che rimane in silenzio - che ha venduto parti del proprio corpo; donne sottoposte a trattamenti altamente invasivi. E dovremmo ricordare che per ogni coppia che rivela di avere raggiunto il proprio sogno di avere un figlio con l’utero in affitto ci sono donne che hanno accettato contratti subumani come quelli di cui abbiamo parlato. Ma adesso l’unico soggetto ad avere  realmente diritti è la coppia che desidera un figlio: coloro che “contribuiscono” in altro modo - chi vende i propri gameti, chi porta avanti a pagamento la gravidanza - così come i figli stessi, di diritti sembra non ne possano rivendicare.
Ritiene che le legalizzazioni del “matrimonio gay” e dell’adozione agli omosessuali aprano la strada a una maggior propagazione di questo fenomeno?
La gravidanza conto terzi è l’unico modo in cui una coppia di omosessuali maschi può avere un figlio in qualche modo legato geneticamente almeno a uno dei due, senza ricorrere a rapporti sessuali con donne. Cercando in rete si può vedere come molte delle organizzazioni di maternità surrogata siano dedicate esclusivamente alle coppie omosessuali maschili.
Da membro del Comitato Nazionale di Bioetica, una sua valutazione sulla sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge 40 rispetto al divieto di fecondazione eterologa?
Dal punto di vista etico, ritengo gravissima l’affermazione di “diritto incoercibile” ad avere figli, ribadita ancora qualche giorno fa da Giuseppe Tesauro, Presidente della Consulta, che ha sottolineato il “diritto ad avere una famiglia e arricchirla con la presenza di figli”. Se il diritto al figlio è incoercibile, allora tutto deve essere subordinato ad esso, compresi altri diritti che, pur teoricamente rispettati, vengono necessariamente subordinati rispetto a quelli cosiddetti incoercibili.

 

 

giovedì 4 settembre 2014

Uteri in affitto - Le regole per affittare una madre

​E’ sorprendente che qualcuno si sorprenda. Stiamo parlando della vicenda del piccolo Gammy, oramai nota in tutto il mondo e che Avvenire ha seguito sin dall’inizio: una coppia benestante australiana paga una donna thailandese per una gravidanza surrogata, e quando nascono due gemelli, la coppia prende con sé la bambina sana e lascia alla donna il fratellino Down, che lei non aveva voluto abortire.

La generale reazione commossa e indignata è certo segno di un qualche residuo di pietà che ancora alberga in un mondo umanamente desertificato, ma al tempo stesso è la dimostrazione lampante di quanto non si sia capito, o non si voglia capire, circa il mercato della riproduzione umana che detta le sue leggi in nome dei cosiddetti "nuovi diritti": un’espressione molto politically correct, che nei fatti si traduce in forme contrattuali di maternità.

Il piccolo Gammy è nato in violazione di un contratto di maternità conto terzi. Non si conoscono i dettagli dell’accordo che lo riguarda, ma sappiamo bene che l’utero in affitto è una pratica basata su contratti molto precisi che definiscono in modo rigoroso i doveri delle donne che si impegnano a portare avanti una gravidanza a pagamento. In rete si trovano facilmente i modelli utilizzati in alcuni Paesi occidentali come Canada e Gran Bretagna, o in Stati Usa come la California. Per i Paesi terzi, invece, li conosciamo per lo più dalle ong che si occupano dei diritti (mancati) delle donne, le quali spesso acconsentono a testi che non sono in grado neppure di leggere.

Ci sono differenti modalità di gravidanze a pagamento: una è quella "tradizionale", quando la donna che partorisce è la stessa che fornisce anche l’ovocita, e quindi condivide con il nascituro il patrimonio genetico. L’altra è "gestazionale", se invece il bambino che nascerà è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e proviene dalla "madre intenzionale", cioè quella che ha commissionato la gravidanza, o da una "donatrice" terza, sconosciuta.

Il contratto è stipulato in forma diversa a seconda di chi contribuisce geneticamente e biologicamente al concepimento: una "donatrice" non è mai considerata, mentre l’eventuale marito della madre surrogata viene sempre incluso nell’accordo.

I contratti regolano gli obblighi della madre surrogata, un vero e proprio incubatore umano a cui vengono pagate tutte le spese mediche e correlate alla gravidanza, compresi i compensi più o meno espliciti, solo se si attiene strettamente ai comportamenti specificati nel testo sottoscritto.

Solitamente il padre genetico, o la coppia committente, obbligano la gestante a seguire le disposizioni di un medico di fiducia indicato dalla coppia stessa, e spesso è specificato che, nel caso in cui sia urgente una decisione medica durante la gravidanza e non sia stato possibile contattare la coppia, l’ultima parola spetta al medico di fiducia, e non alla madre surrogata.

La donna che affitta il proprio utero deve sottoporsi a tutti gli esami clinici proposti dal medico designato, e si specifica sempre che fra questi c’è l’amniocentesi e ogni altro esame ritenuto opportuno per verificare lo stato di salute del nascituro.

Nel caso di malformazioni e handicap del feto, la decisione di abortire spetta solamente alla coppia committente, o solo al padre genetico se la surrogata ha fornito il proprio ovocita. Se la madre surrogata si rifiuta, il contratto è violato e non ci sono più obblighi reciproci, se non quello della gestante di restituire le somme già ricevute per portare avanti la gravidanza fino a quel punto.

Lo stesso accade nel caso di gravidanze plurigemellari; nei contratti è sempre previsto l’aborto selettivo, per evitare che nasca un numero di bambini superiore a quello pattuito, e solitamente valgono le stesse condizioni dell’aborto di feti malformati: se la donna incinta si rifiuta il contratto è nullo.

A volte si disciplina nel dettaglio cosa accade se invece la malformazione è scoperta troppo tardi, quando non è più possibile abortire, o addirittura alla nascita. In questi casi la coppia committente si impegna a pagare tutte le spese finché il neonato non è dato in adozione, il che, concretamente, spesso equivale al suo abbandono in strutture apposite. Se però si stabilisce che l’handicap del bambino è stato causato da comportamenti inadeguati della madre surrogata, sarà questa a doversene assumere la responsabilità, oltre a restituire tutti i soldi ricevuti in gravidanza.

I contratti, infatti, prevedono oltre all’obbligo degli esami clinici, rigorosi stili di vita: niente fumo, anche passivo, niente alcol, niente droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di mettere su chili di troppo rispetto al peso considerato opportuno dal medico, divieto di bere più di una tazza di caffè al giorno, divieto di trasportare o cambiare la lettiera del gatto, divieto di fare uso di dolcificanti, divieto di stare in prossimità di qualunque sostanza spray, dalla lacca per capelli ai pesticidi, e via dicendo.

È chiaro che, in caso di nato malformato, non è difficile trovare un pretesto per darne la responsabilità alla madre surrogata. Alcuni contratti poi prevedono espressamente che, se al momento della nascita il bambino ha bisogno di supporti vitali o di essere rianimato, la decisione in merito è solo del padre genetico (o della coppia committente) e non della donna che lo ha partorito. Se questa non concorda, e interviene diversamente per cercare di sostenere la vita del neonato, il contratto si considera interrotto e sarà lei ad assumersi da quel momento in poi la responsabilità del piccolo sotto tutti i punti di vista, a partire da quello economico, ovviamente.
Non mancano aspetti surreali, che farebbero sorridere se non fossero parte di un dramma. Come le forme contrattuali proposte da una onlus inglese che si occupa di pratiche di surroga, la quale propone questionari specifici per madri surrogate e coppie committenti, diversi se la coppia è etero o omosessuale. La coppia committente deve dichiarare se è disposta a entrare in contatto con una madre surrogata che sia al momento o sia stata in passato una fumatrice o una consumatrice di alcol, che sia obesa, o che abbia forti convinzioni religiose: in quest’ultimo caso, infatti, potrebbe essere «prevenuta dall’accettare certe procedure mediche come l’interruzione di gravidanza o le trasfusioni». Fumo, alcol e fede religiosa, insomma, possono essere nocive per la salute.

Il piccolo Gammy è nato perché la donna che lo portava in grembo a pagamento ha rinunciato ad abortire e ha avuto il coraggio e la possibilità di far conoscere la sua storia. Non sapremo mai quanti come lui sono stati abortiti per contratto, così come non sapremo mai quanti Gammy mancano all’appello perché abortiti nel ricco mondo occidentale, senza alcun bisogno di obblighi contrattuali: la chiamano libertà di scelta, ma non è poi una storia così diversa da quella che ci è arrivata dalla Thailandia. È sorprendente che qualcuno ancora si sorprenda.
 
Fonte: avvenire.it
 
 

domenica 3 agosto 2014

Speranza per Gammy





Coppia australiana abbandona il bimbo con sindrome di Down alla madre surrogata e ritira solo la gemella sana

  di Anna Fusina 

Una coppia australiana, non riuscendo ad avere figli, chiede ad una donna thailandese di 21 anni, Pattharamon Janbua, di “affittarle” il suo utero su pagamento al fine di far nascere il bimbo che era stato concepito attraverso fecondazione in vitro.
La donna, la cui famiglia è in serie difficoltà economiche, accetta di prestare il suo utero allo scopo.
Tre mesi dopo che il medico ha iniettato l'ovulo fecondato della donna australiana nel suo utero, la madre surrogata scopre però di aspettare due gemelli.
I medici, durante i controlli di routine, si accorgono successivamente che uno dei due bambini che la donna thailandese ha in grembo ha la sindrome di Down.
Alla notizia che uno dei piccoli sarebbe stato portatore di trisomia 21, la coppia australiana ne richiede l'aborto.
Pattharamon, profondamente buddhista, rifiuta di abortire per motivi religiosi e porta a termine la gravidanza.
Ma dopo che i gemelli vengono alla luce all'ospedale di Bangkok, la coppia committente porta con sé la bimba sana in Australia ed abbandona invece il piccolo Gammy, nato con sindrome di Down.
Gammy, che ora ha sei mesi, ha una seria patologia cardiaca congenita e dovrà affrontare, per salvarsi, una serie di interventi urgenti e cure mediche costose che Pattharamon, la madre surrogata, non può permettersi.
Pattharamon Janbua ha dichiarato al quotidiano Sydney Morning Herald:
“Vorrei dire alle donne thailandesi di non entrare in questo business come madri surrogate.
Non basta pensare solo ai soldi, se qualcosa va storto nessuno ci aiuterà ed il bambino sarà abbandonato dalla società. Allora dobbiamo assumerci la responsabilità per questo fatto”.
Un medico dell’ospedale dove il piccolo Gammy è nato, e che ha seguito la vicenda, ha quindi aperto una sottoscrizione online sul sito Gofundme (per chi volesse partecipare questo è il link).
Viene lanciata così una campagna di raccolta fondi per pagare le spese mediche intitolata Hope for Gammy, che viene subito inondata da donazioni da tutto il mondo.
Abbiamo chiesto l'opinione su questa vicenda a Jean-Marie Le Méné, Presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, organizzazione benefica la cui missione è quella di continuare il lavoro del professor Jérôme Lejeune (scopritore della causa della sindrome di Down) nel campo della ricerca scientifica, della cura e della difesa della vita, che così ha commentato:
“Questo caso era prevedibile per due ragioni:
- in primo luogo, le gravidanze gemellari sono molto più frequenti nei casi di procreazione assistita. Dunque questo genere di situazioni rischia di essere frequente. Si incontreranno così delle coppie che, anche senza che uno dei loro gemelli sia malato, rifiuteranno di avere due figli semplicemente perché ne avevano “ordinato” solo uno;
- in secondo luogo, la madre surrogata non è sempre disposta ad abortire, soprattutto nel caso di una gravidanza gemellare, in cui ciò risulta più complicato.
In sintesi, forse la nascita di questo bambino trisomico che suscita uno slancio di generosità nel mondo intero, ci salverà dalla legalizzazione della maternità surrogata.”

Fonte:  Zenit.org