Ci sono delle evidenti differenze di sesso note da tempo, in merito
alla crescita fatale intrauterina: i maschi sono mediamente più grandi
delle femmine alla nascita, e ciò a prova del fatto che la crescita dei maschietti avviene più velocemente nel pancione di mamma, rispetto alle bambine.
Le
differenze però non si fermano qui. Il sesso del bambino infatti può
determinare, secondo alcuni studi, un maggiore o minore rischio di
complicazioni come la preeclampsia ad esempio, o il parto pretermine o
alcune difficoltà di crescita.
Il motivo risiede nella placenta e nella sua funzionalità.La placenta pertanto non solo si pone da interfaccia tra la mamma e il feto ma funziona il modo differente a seconda del sesso del bambino.
Per
cercare di capire perchè la crescita intrauterina maschile è diversa
da quella femminile, e perchè i maschi sono più a rischio di
complicazioni, la ricercatrice Sam Buckberry
ha condotto approfondite analisi genetiche. Gli studi sono stati fatti
per capire come l’espressione genica nei due sessi può contribuire alle
strategie di sviluppo fetale sesso-specifiche in utero e come questi
dati possano essere usati per prevedere il rischio di complicanze in
gravidanza.
I nuclei delle cellule umane contengono 23 coppie di cromosomi. Di
questi, 22 coppie sono autosomiche (identici in maschi e femmine), la
coppia rimanente è rappresentata dai cromosomi sessuali ( o XX o XY).
Le femmine hanno due cromosomi X, mentre i maschi hanno un cromosoma X e
un cromosoma Y. Pertanto nonostante le ampie differenze di aspetto e fisiologia, i maschi e le femmine hanno genomi molto simili.
Questo suggerisce che molte differenze di sesso siano determinate da
precise regolamentazioni sesso-specifiche dei geni presenti sugli
autosomi. Alcuni geni sarebbero espressi in misura diversa a seconda del
sesso, portando a differenze a livello delle singole cellule, dei
tessuti e quindi dell’ organismo. Determinare quali siano i geni espressi in modo diverso tra maschi e femmine in un intero genoma è complicatissimo
dato che gli esseri umani hanno circa 20.000 – 25.000 geni che
codificano a loro volta per proteine. Esistono delle tecniche
specifiche per misurare l’espressione genica rappresentate dal
sequenziamento del DNA e dai microarray. In questo studio specifico i
ricercatori hanno studiato i dati di espressione genica di più di 300
campioni di placenta raccolti da tutto il mondo per capire quali sono i geni che vanno a interferire sulle modalità di crescita dei feti maschili e femminili. In ogni gravidanza esiste una certa quantità di risorse che una madre può riservare alla crescita fetale.
Il feto può utilizzare queste risorse in due modi principali: nello
sviluppo del tessuto embrionale e nello sviluppo di tessuti
supplementari come la placenta. Vi è un continuo interscambio tra feto e
placenta e tra la placenta e madre. E questo scambio deve sempre
essere in equilibrio.
I risultati dello studio suggeriscono che i maschi investono più nella crescita e sviluppo del tessuto fetale rispetto a quello placentare. Nella
maggior parte dei casi questo non sembra essere un problema, ma se c’è
un evento avverso come la scarsa nutrizione materna, i maschi
potrebbero risentirne molto più delle femmine. E’ noto che le incidenze di disfunzioni placentari e delle complicazioni della gravidanza sono diverse a seconda del sesso del bambino.
Ad esempio le donne che aspettano un
feto di sesso maschile hanno più probabilità di avere un parto
pretermine, di incorrere in mef o avere una diagnosi di preeclampsia
verso la fine della gravidanza. Le donne che aspettano feti femminili
hanno più probabilità di avere un esordio precoce di preeclampsia o
partorire una bambina sottopeso. Dato che la la crescita di un maschio
risente maggiormente degli aventi avversi , è importante identificare che cosa provoca questo a livello di regolazione genica placentare.
Le
analisi dello studio hanno dimostrato che la maggior parte dei geni con
espressione diversa a seconda del sesso, sono presenti sui cromosomi
autosomici. In particolare nelle gravidanze di femmine, nella
placenta c’è un’alta espressione di geni che codificano per la
gonadotropina corionica umana (hCG). Questo è l’ormone
coinvolto nel riconoscimento e nel mantenimento della gravidanza e
nella regolazione della tolleranza immunitaria materna della placenta e
del feto. E’ anche usato come una misura della funzione placentare, ed è l’ormone tipicamente misurato nei classici test di gravidanza.
Questa maggiore espressione del gene hCG nelle gravidanze di femmine,
ci indica che il sesso del feto è un fattore importante quando si
considera la funzione placentare. I
risultati di questo studio sono importantissimi per poter sviluppare
test che possano predire il rischio di complicazioni della gravidanza in
base all’espressione genica placentare e alla complicanze ambientali.
Bibliografia:
Sam
Buckberry, Tina Bianco-Miotto, Stephen J. Bent, Gustaaf A. Dekker, and
Claire T. Roberts Integrative transcriptome metaanalysis reveals
widespread sex-biased gene expression at the human fetal–maternal
interface - Molecular Human Reproduction (2014)doi: 10.1093/molehr/gau035First published online : May 27, 2014
La teoria del “gender” è al centro di un intenso dibattito dalle ricadute molto vaste.
.
Ma si tratta di una teoria fondata o è solo un’astratta speculazione?
.
Su questo deve avere l’ultima parola la scienza.
.
Teoria del gender:
“Il genere è un prodotto della
cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale
delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di
interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A
livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria
appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il
ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere.
In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa” (Wikipedia).
La teoria del “gender” è
al centro di un ampio fenomeno sociale che sta attraversando l’intero
Occidente, si tratta di una teoria dalla quale deriva tutta una serie di
ricadute anche legislative. Ed è proprio a causa di queste ricadute che
è necessario stabilire la valenza scientifica delle teoria stessa. Nel
cercare di far luce su questo punto sorprende la mancanza di studi
scientifici che mostrino degli elementi di corroborazione all’ipotesi
“gender”, ma proprio in questi ultimi tempi un breve documentario
norvegese ho mostrato in modo sintetico e chiarissimo l’assenza di tali
elementi. Si tratta di un documentario che stranamente è stato
realizzato non da un giornalista scientifico ma da Harald Meldal Eia,
un documentarista e attore norvegese, questo però non deve far pensare
che si tratti di un lavoro non qualificato, la qualità del documentario è
nel livello delle figure professionali intervistate e nei loro studi.
Stiamo parlando de “Il paradosso norvegese”,
titolo che prende spunto dal fatto che nel paese dove maggiore è
l’uguaglianza di trattamento tra i due sessi, maggiore è la differenza
nell’orientamento nel mondo del lavoro. Il video è stato sottotitolato
in italiano ed è disponibile su Youtube:
https://www.youtube.com/watch?v=2qx6geFpCmA
L’autore ha incontrato diversi esponenti
della ricerca in ambito biologico e sociologico che hanno preso
posizione sul gender i quali da posizioni contrapposte hanno esposto le
loro ragioni. Il primo personaggio ad essere incontrato è Camilla Schreiner, dell’università di Oslo che nello studio intitolato “How do students perceive science and technology?”
del 2009, condotto su un campione di circa 50.000 studenti di 40 paesi
ha trovato dei risultati molto interessanti riguardo le scelte e gli
interessi dei due sessi.
Vediamo i grafici che evidenziano i dati raccolti:
Fig.1
Alla domanda “scienza e tecnologia sono importanti per la società” (Fig.1),
come illustrato nel grafico qui sopra, maschi e femmine hanno dato
risposte simili e poco differenziate in base al paese di appartenenza,
fatto che fa pensare che la diversa cultura ed educazione poco abbiano
influito su questo punto.
Alla domanda sullo studio scolastico delle scienze le risposte hanno però iniziato a mostrare interessanti differenziazioni in base ai paesi:
Fig.2
Come è possibile constatare (Fig.2) le risposte mostrano un maggior gradimento
dello studio scolastico delle scienze nei paesi meno industrializzati e
meno orientati ad una politica di uguaglianza tra i sessi. Ma non è
tutto, ancor più sorprendenti sono state le risposte alla domanda “ti piacerebbe diventare uno scienziato?“:
Fig.3
In questo caso (Fig.3) si vede confermata
la prevalenza di risposte positive nei paesi non industrializzati e la
differenziazione tra maschi e femmine indipendentemente dalla cultura in
cui i soggetti si sono formati. Ma davvero notevole è la differenza
tra maschi e femmine quando la domanda diventa sul lavoro che si
desidererebbe svolgere, ed esattamente: “ti piacerebbe lavorare in ambito tecnologico?“. Ecco i risultati:
Fig.4
Quello che nessuno si sarebbe
aspettato (Fig.4) è che nei paesi dove maggiore è stata l’uguaglianza di
educazione impartita a maschi e femmine, maggiore è la differenziazione
nelle scelte tra i due sessi. Questo è il “paradosso norvegese”.
Come si può constatare la Norvegia è risultato il paese dove
maggiormente femmine e maschi hanno espresso una forte differenziazione
nelle preferenze con una conferma dello “stereotipo” che vuole i maschi
più propensi alle attività tecniche rispetto alle femmine. Eppure
secondo le statistiche la Norvegia è ai primissimi posti nell’educazione
rispettosa dell’uguaglianza di genere, come risulta dagli studi al
riguardo:
La conclusione a cui giungono i ricercatori
è che nei paesi in via di sviluppo i lavori in ambito tecnologico
vengono visti come il mezzo migliore di progresso sociale o
semplicemente come opportunità d’impiego, nei paesi più sviluppati
invece la libertà di espressione è maggiore e allora le libere scelte si
possono manifestare meglio mostrando una maggiore preferenza anche per
altri campi lavorativi e soprattutto, per quel che concerne il gender,
le femmine hanno espresso in una percentuale significativamente diversa
il desiderio di svolgere altre attività rispetto a quelle tecniche.
Conclusione: dove esiste la
maggiore libertà educativa e di espressione le femmine e i maschi
esprimono scelte differenti. E questa è una confutazione della teoria
del gender che assume invece una differenza solo somatica tra maschi e
femmine.
L’inchiesta prosegue con un’intervista a Cathrine Egeland, dell’Isituto di ricerca sul lavoro, che ha scritto diversi rapporti sulla scelta dei mestieri da parte dei generi, come “Gender equality and quality of life : a Norwegian perspective“,
nel quale si evince però solo una generale diffusione tra la
popolazione dell’idea che l’uguaglianza di genere sia una cosa positiva e
debba essere conseguita. Una ricerca sulle convinzioni riguardo alla
teoria dell’uguaglianza del gender, non sulle loro preferenze personali,
si tratta cioè di uno studio su quanto l’idea di gender sia diffusa tra la popolazione, non si occupa di dimostrarla o no, e si tratta di una differenza sostanziale.
Sullo stesso versante anche il ricercatore Jørgen Lorentzen del Centro di Ricerca interdisciplinare sul Genere dell’Università di Oslo,
che alla domanda sull’esistenza di differenze reali tra il cervello
maschile e quello femminile risponde che si tratta di “studi superati” e
che a parte i caratteri sessuali primari e secondari, per tutto il
resto non esistono differenze. Per Lorentzen le differenti scelte
evidenziate nella ricerca di Camilla Schreiner sono dovute (nonostante
le diverse culture rappresentate) esclusivamente al condizionamento
educativo.
Per cercare di fare chiarezza su questo punto l’intervistatore si sposta poi negli USA per incontrare il Dr. Richard Lippa, Professore di Psicologia presso la California State University,
il quale ha svolto una ricerca su un campione estremamente grande
costituito da circa 200.000 persone di 53 paesi del mondo, una ricerca
che ha confermato le differenti scelte e preferenze riscontrate nella
ricerca di Camilla Schreiner, con i maschi più orientati verso la
meccanica e le femmine verso i rapporti sociali. Alla domanda se questo
sia conseguenza dell’educazione anche il prof. Lippa risponde che in tal
caso si dovrebbero riscontrare differenze tra i vari paesi e le varie
culture, cose che però non si verifica. Ma lo stesso Lippa afferma che
per avere una risposta significativa nella scienza bisogna cercare altre
conferme, in questo caso bisogna cercare prove di un differente
orientamento del cervello maschile e femminile sin dalla nascita.
Una prima conferma giunge dal prof. Trond Diseth,
dell’Oslo University Hospital, che lavorando con bambini che presentano
deformazioni ai genitali ha elaborato un test per verificare le scelte
riguardo ai giocattoli riscontrando che fin dall’età di nove mesi esse
sono differenziate tra maschi e femmine. Per Diseth i bambini nascono
con delle differenze innate che l’ambiente può successivamente
rafforzare o diluire. Ma gli studi di Diseth non appaiono conclusivi su
questo argomento, e così la domanda viene posta al prof. Simon Baron-Cohen dell’Università di Cambridge e membro del Trinity College.
Gli studi di Cohen su bambini neonati
(quindi con la certezza di non aver ricevuto alcun condizionamento
ambientale di tipo culturale) sono stati pubblicati nel 2000 sulla
rivista peer review Elsevier nell’articolo “Sex differences in human neonatal social perception“,
i risultati non lasciano spazio a dubbi: esistono caratteristiche
innate (con una irriducibile componente biologica) e diversificate nei
cervelli dei bambini maschi e femmine, come dichiarato nell’Abstract:
La ricerca ha dimostrato che le differenze tra i sessi sono “in parte biologiche all’origine”.
Non del tutto biologiche, non si contesta l’influenza dell’ambiente, ma
si accerta una predisposizione biologica, e questo sarà un punto molto
importante per affrontare le questioni educative legate alla teoria del
gender.
Il prof. Cohen ha poi in seguito
sostenuto che non deve essere considerato un atteggiamento “sessista” il
ritenere che la biologia condizioni il comportamento, come avvenuto ad
esempio nel 2010 sulle colonne del Guardian “It’s not sexist to accept that biology affects behaviour“.
Infine è la volta della prof. Anne Campbell dell’Università di Durham
che partendo da un approccio evolutivo giunge alla conclusione che il
cervello maschile e femminile devono essere diversi perché l’evoluzione
darwiniana non può che averli selezionati secondo caratteristiche
differenti, tesi esposta nel libro “A Mind Of Her Own-The evolutionary psychology of women” pubblicato dall’Oxford University Press.
Se è vero che esistono “intersezioni” di interessi tra i sessi, è vero
anche che esistono caratteristiche “tipiche” legate a geni selezionati
dall’evoluzione.
Con l’intervista alla prof. Campbell il
documentario volge al termine, a questo punto restano delle importanti
considerazioni che, in assenza di eventuali smentite, devono guidare un
approccio scientifico alla teoria del gender:
1- La teoria del gender si basa su un’ipotesi fondata solamente su un presupposto “teoretico”.
2- I sostenitori della teoria del gender non la supportano con ricerche scientifiche.
3- Dove le ricerche scientifiche
sono state condotte hanno mostrato una convergenza verso la
dimostrazione di una differenza innata, non solo morfologica ma anche
psicologica, tra maschi e femmine.
4- La cultura può confermare o contrastare questa differenza biologica.
.
Di fronte a questi dati un
atteggiamento scientificamente fondato di educatori, docenti,
divulgatori e politici deve condurre a delle coerenti conseguenze:
a- La componente di differenza innata tra maschi e femmine va insegnata nei corsi di biologia a tutti i livelli di istruzione.
b- Fornire indicazioni o
materiale didattico che vada nel senso di una negazione di tale
componente di differenza innata non è scientificamente corretto.
c- Orientare psicologicamente un
bambino in senso opposto a quello della sua componente innata deve
essere considerata una forzatura arbitraria lesiva dei diritti della
persona.
.
Quella del gender è, in
conclusione, da considerarsi una teoria confutata. Proporre tale teoria
come base per le scelte sociali, culturali, educative e legislative è da
considerarsi un atto ingiustificato.
Due avvocati di diritto internazionale prendono posizione e denunciano
una strategia in atto a livello globale per instaurare una cultura di
"gender" e pro-aborto.
C'è una tendenza crescente a introdurre nel
diritto internazionale un linguaggio che comprende definizioni come
“orientamento sessuale” e “identità di genere” - così come il diritto
all'aborto. E' quanto evidenziano alcuni avvocati che lavorano a favore
dei diritti umani alle Nazioni Unite e in altre organizzazioni globali
che denunciano la strategia messa in atto da più parti negli ultimi anni
per orientare la cultura e la società verso un pensiero liberale,
attraverso il diritto internazionale e il linguaggio.
"Orientamento sessuale", un termine usato a seconda di come fa comodo
Un “nuovo tema che constatiamo nel diritto internazionale è quello
che definiamo movimento SOGI, o Sexual Orientation Gender Identity
movement”, ha dichiarato l'avvocato britannico Paul Coleman alla
CAtholic News Agency lo scorso 23 marzo. “È nell'aria nell'ultimo
decennio e cerca di promuovere le definizioni 'orientamento sessuale' e
'identità di genere' a livello internazionale, cercando di fornire
protezione, di cambiare il diritto internazionale per includere quei
termini e di avere una serie di effetti a catena in una serie di settori
diversi”.
Coleman, esperto in controversie internazionali con un'attenzione
particolare al diritto europeo, esercita la difesa legale in istituzioni
internazionali di governance come le Nazioni Unite, la Corte Europea
dei Diritti Umani e l'Unione Europea. “Le definizioni 'orientamento
sessuale' e 'identità di genere' non sono particolarmente ben comprese”,
ha spiegato l'avvocato, che è consulente legale presso l'ufficio di
Vienna dell'organizzazione internazionale Alliance Defending Freedom.
“È parte della questione con questo tipo di terminologia – così
fluida, mutevole –, può significare qualsiasi cosa la gente vuole che
significhi”. Come risultato, il linguaggio diventa una sorta di
strumento per incorporare nel diritto certe convinzioni. “In effetti,
'orientamento sessuale' è un 'codice', per così dire, per omosessualità e
comportamento omosessuale, e 'identità di genere' è un 'codice' per
transessualità o per quelle persone che sentono di non essere maschio o
femmina, ma qualcosa di diverso, qualcosa a metà, o niente del tutto”,
ha osservato Coleman.
All'ONU i "salute" e "diritti riproduttivi" usati per promuovere l'aborto
Oltre al movimento SOGI, l'avvocato ha notato un “tentativo di
creare un diritto all'aborto” nell'ambito del diritto internazionale,
già presente agli inizi degli anni Novanta e che continua a crescere
fortemente ogni anno. “È una delle tendenze principali a cui assistiamo
in questo momento. Ci sono molti documenti in discussione alle Nazioni
Unite in cui le definizioni 'salute e diritti riproduttivi' e 'salute e
diritti riproduttivi sessuali' appaiono costantemente”. “Non importa
quale sia la questione al centro della discussione, troveranno sempre un
modo per includere questi argomenti”.
Neydy Casillas, avvocato ed ex docente di Diritto
messicano che lavora presso l'Organizzazione degli Stati Americani e
dell'America Latina, ha lamentato la forte concentrazione internazionale
sulle questioni relative alla sessualità piuttosto che sui problemi che
attanagliano le persone. “Purtroppo in queste organizzazioni, dove
bisognerebbe parlare dei problemi nel mondo, come la povertà, la
mancanza di accesso all'assistenza sanitaria in generale, la mancanza di
istruzione eccetera – problemi che influiranno sullo sviluppo delle
Nazioni –, la discussione si è concentrata solo sulla questione relativa
a ciò che è la vita, per cercare di legalizzare l'aborto in ogni
circostanza”.
“Si lavora sodo anche sull'agenda omosessuale”, ha aggiunto
l'avvocato, che lavora anche per Alliance Defending Freedom, “come se
fossero questi i problemi del mondo, ignorandone completamente altri che
esistono e influiscono su tutti e aiutano davvero lo sviluppo”.
Coleman ha citato tre gruppi diversi alle Nazioni Unite che
promuovono il linguaggio e gli obiettivi dell'“orientamento sessuale” e
dell'“identità di genere”. I “conducenti primari” sono le
“organizzazioni di attivisti”, seguiti dai “Paesi liberali, soprattutto
occidentali”, e poi dalle “istituzioni stesse all'interno dell'ONU:
gente che lavora per la stessa ONU”. Quando le posizioni dei tre gruppi
sono allineate, ha avvertito Coleman, i risultati sono notevoli.
“È per questo che definizioni come 'identità di
genere' erano del tutto sconosciute fino a dieci anni fa mentre ora
vengono spinte su più livelli anche se non c'è un unico trattato
dell'ONU che menzioni le definizioni 'orientamento sessuale' o 'identità
di genere'”, ha spiegato. Quanti sostengono il movimento SOGI lavorano
“giorno e notte” per “convincere i delegati o i rappresentanti dei Paesi
che partecipano a queste organizzazioni che è ciò che la gente vuole”,
ha detto Casillas.
Il risultato è che molti Paesi “cambiano il proprio diritto”.
Coleman ha notato che un processo di questo tipo è spesso molto
complesso, dato che coinvolge la reinterpretazione dei trattati
internazionali. “Dove, ad esempio, i trattati internazionali dicono che
la gente ha il diritto alla salute, viene interpretato come se si
dicesse 'Bene, la salute include la salute riproduttiva, la salute
riproduttiva include l'aborto – quindi c'è un diritto all'aborto'”.
“O ad esempio”, ha continuato, “quando un trattato afferma che
chiunque ha il diritto di sposarsi: i trattati dicono realmente che gli
uomini e le donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi, e
questo viene reinterpretato come se si dicesse 'Bene, anche se si dice
'uomini e donne' dovremmo interpretare questa disposizione in base alle
circostanze moderne, per cui dovrebbe essere 'uomini e uomini' e 'donne e
donne'”.
I trattati, ha dichiarato Coleman, vengono non solo reinterpretati,
ma a volte completamente ignorati. “Anziché questi trattati firmati
dalle Nazioni, approvati al massimo livello, troviamo che moltissimi
altri documenti sono elaborati e approvati con uno scarsissimo esame,
con un minimo input dall'esterno – e sicuramente non dai cittadini dei
vari Paesi”.
Molti di questi documenti “non sono strettamente vincolanti”, ma
“hanno l'aria di essere ufficiali e vengono usati come uno strumento, in
un certo senso, per costringere le Nazioni a cambiare le proprie
leggi”, ha commentato Coleman. Anche se le Nazioni si possono rifiutare,
molte “vogliono far vedere che tengono il passo con i loro 'doveri sui
diritti umani' – non vogliono essere costantemente molestate dalle
Nazioni Unite o dall'Unione Europea”. Una notevole influenza nei Paesi occidentali
I primi "bersagli" sono i Paesi occidentali, ma questa nuova cultura
viene usata anche per far leva sul resto del mondo. Ne è un esempio un
caso recente che riguarda il Regno Unito. L'avvocato britannico ha
affermato infatti che “il Regno Unito ha detto che bloccherà gli aiuti
ai Paesi del terzo mondo se questi non cambieranno le proprie leggi
sull'omosessualità”. “In America vediamo il Presidente Obama dire che è
una priorità della politica estera promuovere l'omosessualità nel mondo.
Si tratta di Paesi potenti con notevoli budget di aiuti internazionali,
e stanno aiutando a promuovere la questione in tutto il mondo”.
“Se alle Nazioni viene detto costantemente: 'Dovete cambiare le
vostre leggi sull'aborto. Dovete cambiare le vostre leggi
sull'omosessualità', quella pressione può portare a cambiamenti a
livello interno”.
Queste idee hanno inoltre un significato molto pratico, o meglio un
“effetto a catena”, ha detto Coleman, citando la recente decisione di
Facebook di includere 50 diverse opzioni di genere per i profili anziché
maschio o femmina o una cosa come i giochi olimpici invernali. “Sono
definiti come competizioni maschili e competizioni femminili. Che fare
se c'è qualcuno che vuole partecipare alle competizioni femminili e non è
una donna?”.
“A un livello più profondo, a un altro livello, può avere un grande
impatto sulla libertà religiosa”, ha aggiunto, citando un caso in Gran
Bretagna in cui è stata fatta causa a una diocesi per 50.000 sterline
perché il vescovo non ha voluto assumere un uomo omosessuale per un
incarico come ministro giovanile.
La gente che crede che l'umanità si divida in uomini e donne, e che
vuole agire in base a queste convinzioni, affronterà “un conflitto nella
legge”, ha dichiarato Coleman. “Assisteremo a più casi di libertà
religiosa in cui la gente viene citata in giudizio, venendo minacciata
legalmente perché si aggrappa alla convinzione che esistano solo maschio
e femmina”.