lunedì 11 febbraio 2013

Il voto alle persone con disabilità intellettiva

Le persone Down hanno pieno diritto di voto e non hanno bisogno dell’aiuto di un accompagnatore. Una verità poco nota persino tra gli addetti ai lavori,  come ha documentato una recente video-intervista pubblicata in rete, dalla quale è emerso che molti presidenti di seggio sono poco o nulla informati in materia, al punto che sistematicamente devono sfogliare il regolamento prima di consentire che l’elettore down possa avviarsi da solo nella cabina e depositare il proprio voto.
E’ bene ribadirlo: tutti i cittadini down, così come quelle che soffrono di disturbi psichici, possono entrare in cabina elettorale da soli. Ma quanti sono coloro che lo sanno? Pochissimi. Spesso neppure i familiari di queste persone sono a conoscenza di un così fondamentale diritto.
Anche per questo, in vista delle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio, l’Associazione Italiana Persone Down (AIPD) ha lanciato la campagna intitolata “Il mio voto conta!”. L’obiettivo è sensibilizzare circa il diritto di voto dei 25mila maggiorenni con sindrome di Down che vivono nel Belpaese, chiedendo ai partiti politici di elaborare programmi chiari con parole semplificate per aiutare questi cittadini a formarsi un’opinione in vista dell’importante appuntamento elettorale.
L’iniziativa rientra nel più generale progetto intitolato “My Opinion My Vote”, finanziato dalla Commissione Europea, cui scopo è sostenere le persone con disabilità intellettiva a essere cittadini attivi, anche attraverso il voto. 1 milione di cittadini, infatti, lo 0,1% della popolazione europea, ha una disabilità intellettiva e la maggior parte non partecipa come elettore alla vita politica. Questo è dovuto, tra le altre cose, alla mancanza di consapevolezza ed educazione delle persone con disabilità intellettiva, dei loro familiari e operatori sociali, nonché dalle scarse facilitazioni che vengono dalle autorità pubbliche.
L’aspettativa di vita delle persone con sindrome di Down, che oggi si attesta a circa 62 anni, è aumentata considerevolmente negli ultimi anni. Di conseguenza appare urgente dedicarsi alla questione dei loro diritti politici e più in generale, di cittadinanza. Ognuno deve avere il diritto di votare ed esprimere l’opinione personale dando la propria preferenza quando ci sono le elezioni. In questo senso particolare attenzione va riservata ai familiari dei disabili intellettivi che vanno aiutati a capire che è importante stimolare non soltanto l’inserimento lavorativo dei propri cari, ma anche l’esercizio del diritto di voto.

Fonte: West, 04/02/2013
in www.educare.it


mercoledì 6 febbraio 2013

Lutto

Elaborare un lutto è sempre difficile e doloroso; ma se lo si deve elaborare per un figlio perso in gravidanza è ancora meno facile.
E’ difficile perchè il figlio non lo si è visto e di conseguenza non c’è un immagine precisa di lui nella mente. Quando perdiamo una persona cara, un parente, un amico, viene spontaneo ricordare le cose belle vissute insieme, e nel ricordo e dal ricordo traiamo consolazione. Il lutto profondo comporta un doloroso stato mentale, una perdita di interesse per il mondo esterno, in quanto non può rifar vivere quella persona. Si vive l’incapacità di trovare un nuovo oggetto d’amore, lo stato d’animo è di disinteresse per ogni attività non collegata ai pensieri della persona amata. Questa inibizione è l’espressione di una devozione esclusiva del lutto che non lascia spazio ad altri scopi ed interessi. Le emozioni del dolore e della sofferenza per la mancanza della persona amata con il tempo si placano, da dolore totalmente coinvolgente diventa dolore focalizzato, che può concentrarsi in un luogo che per molti è il cimitero. Come ha scritto Foscolo il cimitero è un luogo che serve più ai vivi che non ai morti, dato che l’uomo ha bisogno di un posto preciso e definito dove andare a piangere i propri cari.
Per un bambino, concepito ma morto a pochi mesi di gestazione, vale tutto questo? I genitori del bambino sono in grado di fare un passaggio dal “non conosciuto” che è il loro figlio ma che non hanno mai visto, toccato, accarezzato al “conosciuto” che corrisponde ad un figlio che ha un suo nome, un volto, una propria identità?
Ho potuto constatare che questo passaggio non avviene sempre, a volte mai. Quando il lutto viene vissuto in un modo particolarmente profondo dalla madre/padre, questo dolore può facilmente bloccare le energie psichiche e focalizzarle su quel punto, la perdita del figlio, senza riuscire ad andare oltre. Per aiutarli  a fare un passo avanti rispetto a questa posizione di immobilità ho elaborato un metodo che ho definito: “Centrato sul bambino”. Questo metodo è utilizzato sia per la perdita spontanea di un figlio che per aborto procurato.
- Eliminare l’omertà è un punto importante del metodo. Quando l’aborto è volontario per la donna è ancora più difficile parlarne. Avere qualcuno con cui parlare del proprio aborto nella verità sentendosi accolto, è essenziale e non scontato.
- Esprimere i sentimenti fino a quel momento negati. Tutti sappiamo quanto soffra una madre che vede suo figlio soffrire. Questa è un’equazione incontestabile. Se si ha la percezione che il proprio bambino, ovunque sia, sta male o è arrabbiato, soffre anche la donna. Bisogna aiutare a esprimere i sentimenti rimossi e sepolti nel profondo del cuore.
- Dare un volto ad un bambino che non è mai nato. La maggior parte delle mamme non ha mai visto il figlio, o perchè era troppo piccolo o perchè era troppo doloroso per loro vederlo, e così non ha nessuna immagine reale, nessun ricordo oggettivo. Questo è il punto che differenzia il loro lutto dagli altri lutti. Infatti di un padre, madre, figli nati si hanno immagini e ricordi, oggetti, fotografie; insomma qualche cosa a cui aggrapparsi nel momento della perdita.
Queste mamme/papà che ricordi hanno oltre ai sentimenti ambivalenti che stavano appena nascendo? Quando pensano a lui/ lei cosa vedono?
Questo è un punto importantissimo, passare da una situazione di “oscurità” ad una situazione di “chiarezza”. E’ tramite l’immaginario che li aiuto  a “ intravvedere” il loro figlio abortito”. Con una procedura standard li porto in questo viaggio nell’immaginario che li fa incontrare con il figlio.        - Lasciare andare il bambino, dirgli addio. Questo è il punto più delicato, perché una volta che finalmente si è riusciti a rendere il figlio abortito un essere umano con un nome e un volto, ad esprimergli un sentimento di amore, dobbiamo lasciarlo andare. Tagliare il cordone ombelicale, o meglio lasciare andare in pace questi bambini è un passo importante sia per la madre che per loro. Quando le mamme avranno un luogo preciso dove poter pianger il loro figlio perduto e finalmente ritrovato, allora riposeranno.
Riposeranno nel vero senso della parola, perché lo stato d’ansia attivato dall’attesa di sapere chi è e dove è il figlio perduto, svanisce. Il Metodo ha lo scopo di far raggiungere questa pace, anche se attraverso un percorso doloroso, avvicina ad un bambino concepito ma mai nato e mai visto, aiuta a concretizzarlo con oggetti, lettere, immaginario per poi, finalmente lasciarlo andare. Lo scopo è quello di ritrovarlo, non di perderlo, ma in una dimensione diversa.

Benedetta Foà
in www.benedettafoa.it





La donna e l’aborto

La perdita di un figlio per una madre è sempre traumatica. Non si può pensare che una donna della nostra epoca sia diversa dalle sue antenate:    tutte le donne sono costituzionalmente pensate per essere madri. Questo la differenzia dall’uomo e in ciò è insita la sua bellezza; insieme a questa caratteristica somatica c’è anche quella psicologica: la possibilità di fare spazio fisico e mentale all’altro, essere amorevole e accudente. La gravidanza attiva tutte queste qualità insite nella donna e le accentua proprio per essere “ambiente accudente” per il suo futuro figlio.
Perdere un figlio nelle prime settimane o nei primi mesi di gravidanza è veramente uno choc: se il figlio è desiderato, magari lo si aspettava da tempo, era caricato di tutta una serie di aspettative e desideri di maternità sia consci e inconsci. Se non era voluto e si è interrotta la gravidanza volontariamente, è coinvolto anche l’aspetto morale. Secondo la psicoterapeuta Theresa Burke, fondatrice de “La vigna di Rachele”, in molti casi la donna che ha abortito ha violato la propria etica morale e i suoi istinti naturali. La sua immagine interiore di “madre” che nutre, protegge e sostiene la vita subisce un colpo devastante. La donna tende a cambiare il proprio modo di essere, spesso non nell’immediato, ma dopo qualche tempo: il sorriso svanisce, l’autostima si abbassa, il senso di colpa rimane; si adotta un comportamento di evitamento con se stesse, con il partner, con gli altri. Non ci si guarda più allo specchio, non ci si sente più meritevoli di essere felici.  L’immagine che la donna aveva di sé prima dell’evento aborto e l’immagine nuova di sé non corrispondono più. La donna, dopo aver compiuto scelte decisive pensa, erroneamente, di poter andare avanti come se l’evento aborto non fosse mai accaduto. Ma la coscienza, precedentemente messa a tacere, prima o poi si rifà viva dopo l’aborto; infatti è proprio la morte del figlio che rende la donna consapevole del fatto che in precedenza il suo bambino era vivo. Freud definisce il trauma una “situazione di impotenza”, una situazione in cui la violenza d’impatto dell’evento esterno è tale da causare una lacerazione di quella barriera protettiva che di norma respinge efficacemente gli stimoli dannosi. Lo stress post-aborto è una sindrome, non un semplice disturbo. Nel 1981 il dott. V. Rue sviluppò i suoi “criteri diagnostici” basandosi su quelli utilizzati per il disturbo post-traumatico da stress. Leggendo i criteri diagnostici per il disturbo post-traumatico da stress, secondo il DSM IV, la persona deve essere stata esposta a eventi come aver vissuto, assistito o essersi confrontata con un evento che ha implicato morte o minaccia di morte propria o di altri. La risposta della persona comprende paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore. L’evento traumatico è rivissuto in modo persistente con ricordi dolorosi che comprendono immagini, pensieri, sogni spiacevoli. La persona agisce come se l’evento traumatico si stesse ripresentando realmente, ha un disagio psichico intenso se esposta a fattori scatenanti che assomigliano per qualche aspetto all’evento traumatico, che causa reattività fisiologica.
Questo comporta evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività in genere, ansia e preoccupazione eccessiva che si manifestano per almeno sei mesi. La persona ha difficoltà nel controllare la preoccupazione. Ansia e preoccupazione sono associate con altri sintomi come sentirsi tesi, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, tensione muscolare, alterazione del sonno. Ansia e preoccupazione unite ai sintomi fisici causano un disagio clinicamente significativo, con un’alterazione del funzionamento sociale e lavorativo.
La particolarità di questo disturbo è la tendenza spesso involontaria a rivivere il trauma, talvolta anche durante il sonno, con la presenza di emozioni e reazioni psicofisiologiche vissute al momento dell’avvenimento. La possibile sensazione di intorpidimento affettivo è una delle cause di chiusura all’ambiente esterno con relativa riduzione dell’attività lavorativa e dei rapporti interpersonali. Sintomi imputabili alla iperattivazione sono: difficoltà nell’addormentarsi, improvvise e immotivate reazioni di rabbia e aggressività, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza e una reazione di allerta continua.
E’ facilmente comprensibile come tutto questo si ripercuota sulla relazione madre-bambino (figli che ci sono già o che verranno dopo) e che gli effetti di un evento così traumatico come l’aborto possano influenzare negativamente tutte le relazioni intime della donna, madre mancata.
Detto questo si potrebbe pensare che associare l’aborto al trauma sia una cosa logica, ma non è così. L’aborto, soprattutto se è procurato, è avvolto da un forte alone di meccanismi difensivi tipici della nevrosi: negazione, rimozione, intellettualizzazione. Questi meccanismi sono necessari alla donna per giustificare a se stessa e agli altri ciò che ha fatto. Soprattutto nei primi tempi la sensazione di sollievo è quella che prevale: avevo un “problema” che non sapevo come risolvere e adesso non sussiste più. Per molte donne la negazione del fatto che “il problema eliminato” era il loro figlio sussiste per moltissimi anni. Ci sono anche donne però che stanno male nell’immediato: è come se l’avvenuta morte del figlio aprisse loro gli occhi rispetto al fatto che prima era vivo e ora per colpa loro è morto. Quando questa consapevolezza passa dai dolori fisici che seguono un’operazione così invasiva come l’aborto, ai dolori della psiche e dell’anima, allora si sta veramente male. Il processo di mentalizzazione (cioè avere nella mente ciò che si vive nel corpo) è soggettivo e i tempi di elaborazione sono diversi.  Quando però il processo di mentalizzazione è completato per cui si deve scendere a patti con la realtà, cioè che c’era un bambino e adesso è morto, la coscienza prima addormentata, sedata, ora prende il sopravvento. La tragicità della verità si affaccia con tutta la sua crudeltà e la donna si trova, sola, a dover affrontare il suo lutto.

Benedetta Foà
in www.benedettafoa.it




martedì 29 gennaio 2013

Antilingua per far accettare politiche e sostanze che impediscono la vita


Spiegata la trasformazione semantica dei concetti di concepimento e gravidanza

Anna Fusina
ROMA, Sunday, 27 January 2013 (Zenit.org).
É interessante esaminare come è avvenuta l’evoluzione semantica dei termini “concepimento” e “gravidanza”. Nel suo testo “The facts of life”, Brian Clowes ne analizza la genesi5. Antecedentemente al 1965 con il termine “concepimento” viene indicato il momento della fusione di un ovulo con lo spermatozoo (fecondazione) nella tuba di Falloppio.
Nel 1963, il Dipartimento della Salute, Istruzione e Welfare (HEW) degli Stati Uniti definisce “aborto” come “tutte le misure che possono pregiudicare la vitalità dello zigote in qualsiasi momento tra l’istante della fecondazione e il completamento del lavoro”.6
Le associazioni abortiste avevano capito che per rendere i prodotti abortivi accettabili per le donne a livello etico e poter aggirare le leggi volte a vietare l’aborto (la ricerca su questo tipo di prodotti era già in corso in Giappone ed in diversi paesi europei) era necessario un cambiamento di terminologia, atto a confondere il confine tra azione contraccettiva ed azione abortiva.
Ciò si poteva realizzare solamente trasformando la definizione di “concepimento” da momento della fecondazione (unione di spermatozoo e ovulo) a momento dell’impianto in utero dell’embrione, stabilendo così che se un dispositivo o farmaco avesse impedito l’annidamento, non si sarebbe verificato un aborto.
Storicamente questo cambiamento semantico affonda le proprie radici in un Congresso che ebbe luogo nel 1959, organizzato congiuntamente dalla Planned Parenthood e dalla Population Council, entrambe associazioni abortiste. In quel convegno il Dott. Bent Bowing, un ricercatore svedese, sostenne la necessità di modificare la definizione di concepimento, spostando il momento del concepimento da quando avviene la fecondazione a quando si è verificato l’impianto: ”whether eventual control of implantation can be reserved the social advantage of being considered to prevent conception rather than to destroy an established pregnancy could depend upon something so simple as a prudent habith of speech.”7che al controllo dell’impianto [del concepito nell’endometrio (n.d.r.)] possa essere riservata la funzione socialmente vantaggiosa di poter impedire il concepimento e non quella di interrompere una gravidanza in corso, potrebbe dipendere da qualcosa di così semplice come l’abitudine di prudenza verbale.”
Una questione di “prudenza verbale”: è sicuramente più conveniente dire che la gravidanza inizia con l’impianto perché ciò ci consente di agire sul concepito nella sua fase pre-impianto. Dopo pochissimo tempo, nel 1962, la Dott.ssa Mary Calderone, allora direttore medico di Planned Parenthood dice: ”if it turns out that these intrauterine devices operate as abortifaciens, not only the Catholic Church will be against them, but Protestant churches as well”.8: ”Se si scopre che questi dispositivi intrauterini (ricordiamo che a quel tempo si parlava molto di spirale) agiscono come abortivi, non solo avremo contro la Chiesa cattolica ma pure le Chiese protestanti”.
Nel simposio della Population Council del 1964, il dott. Samuel Wishik sottolinea che l’accettazione o il rifiuto del controllo delle nascite potrebbe dipendere dal fatto che esso abbia causato o meno un aborto precoce. Nel 1964 Christopher Tietze del Planned Parenthood ePopulation Council, sacerdote della libertà procreativa, spinge questa propaganda ulteriormente. Infatti, dopo aver notato che molti esperti religiosi e giuridici accettavano il consenso medico, dice: “if a medical consensus develops and is mantained that pregnancy, and therefore life, begins at implantation, eventually our brothers from the other faculties will listen.” 9: “Se si sviluppa un consenso medico e si sostiene che la vita, e quindi la gravidanza, comincia dall’impianto, alla fine i nostri fratelli delle altre facoltà ascolteranno.
Tiezte avrebbe poi vinto la Planned Parenthood Federation of America Award Margareth Sangerper contributi eccezionali al movimento pro-aborto. Alla fine le associazioni abortiste raggiungono il loro obiettivo: il cambiamento di terminologia. Nel 1965 infatti l’American College of Obstetricians and Gynecologists(ACOG), la maggiore organizzazione di ginecologi negli U.S.A., pubblica il suo primo Terminology Bulletin(Bollettino di terminologia) introducendo abilmente una profonda trasformazione semantica: viene stabilito che il concepimento è l’impianto di un ovulo fecondato, cioè il momento in cui esso si annida nell’utero materno.10
Con il termine “fecondazione” (indicata nel mondo anglosassone con “fertilization”) si intende ancora la singamia, cioè il processo che inizia con la penetrazione dell’ovocita da parte dello spermatozoo e la fusione dei pronuclei maschile e femminile, ma il concepimento(“conception”), da questo momento, non è più identificato con la fecondazione, ma con l’impianto dell’embrione.
Nel Bollettino terminologico dell’ ACOG vengono coniati altri due termini fuorvianti nei confronti dell’aborto precoce: “post-conceptive contraception” e “post-conceptive fertility control”.11
Nel 1972 l’ACOG ridefinisce conseguentemente anche il concetto di gravidanza: con il termine “gravidanza” viene indicato il periodo che inizia con l’annidamento dell’embrione in utero e che termina con il parto.12
Si tratta di metamorfosi semantiche non suffragate in alcun modo da nuove acquisizioni scientifiche. Si possono considerare piuttosto manipolazioni verbali di carattere strumentale. Come abbiamo visto, si voleva riuscire a ridurre la resistenza avverso l’utilizzo di alcuni prodotti con meccanismo d’azione intercettivo (cioè abortivo), includendoli nella categoria dei contraccettivi in senso stretto, per poter così affermare che un prodotto ad azione antinidatoria non è abortivo.
Non tutti accettano queste manipolazioni semantiche. Il Dott. Richard Sosnowski, capo dellaSouthern Association of Obstetricians and Ginecologists e membro di ACOG, evidenzia chiaramente questa strategia nel suo discorso presidenziale del 1984 e si dice preoccupato: ” (…) that with no scientific evidence to validate the change, the definition of conception as the successful spermatic penetration of an ovum was redefined as the implantation of a fertilized ovum. It appears to me that the only reason for this was the dilemma produced by the possibility that the intrauterine contraceptive device might function as an abortifacient.”13: “(…) che, senza prove scientifiche per convalidarne la modifica, la definizione del concepimento, intesa come successo della penetrazione dello sperma nella cellula uovo è stata ridefinita come l’impianto di un ovulo fecondato. Mi sembra che l’unica ragione per questo era il dilemma prodotto dalla possibilità che il dispositivo contraccettivo intrauterino potesse funzionare come un abortivo.“
Non c’è dunque nessun contenuto scientifico nel cambiamento, non c’è nessuna valenza descrittiva, ma ovviamente una valenza di tipo manipolatoria, “operativa”. La scienza dimostra che la vita inizia dal concepimento, identificato come il momento della fecondazione, quando spermatozoo e ovulo si uniscono, formando uno zigote. Testi di embriologia attualmente utilizzati nell’insegnamento universitario lo riportano.14
Nel 1998 Joseph A.Spinnato, del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Louisville, pubblica uno studio il cui scopo è quello di valutare l'uso della definizione di concepimento dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) nella pratica clinica dei suoi membri e di esplorare le implicazioni delle diverse definizioni di concepimento e di gravidanza in rapporto al processo di formazione del consenso informato.15
Viene inviato un sondaggio a 112 membri dell’Ob/Gyn Society di Louisville chiedendo quale definizione del concepimento essi abbiano usato nella loro pratica clinica e quando hanno ritenuto che la gravidanza abbia avuto inizio. Sono pervenute le risposte dall’86% (96 su 112) dei soci. Un totale del 73% (70 su 96) (95% CI 69-77%) dei soci ha indicato che il concepimento era un sinonimo per indicare la fecondazione, e il 24% (23 su 96) (95% CI 21-28%) ha indicato che concepimento era sinonimo di impianto. Tra i membri dell’ACOG, il 50% (48 su 96) ha indicato che la gravidanza inizia con la fecondazione, e il 48% (46 su 96) ha indicato che la gravidanza inizia con l'impianto.
Lo studio conclude che, potenzialmente, il processo del consenso informato è compromesso da queste ambiguità ed invita l’ACOG a riconsiderare le sue definizioni.
(L’articolo pubblicato qui è parte della tesi di Anna Fusina per il corso di perfezionamento in Bioetica Dipartimento FISSPA, Sezione di Filosofia della Universitò degli Studi di Padova. Titolo: ellaOne®: LA “PILLOLA DEI 5 GIORNI DOPO”. Aspetti scientifici, giuridici ed etici. Direttore del corso: Prof. VIAFORA CORRADO)
*
NOTE
5 Brian Clowes, The Facts of Life, HLI, Virginia 2001, Chapter 2 in www.hli.org/index.php/the-facts-of-life/245?task=view
6 Brian Clowes, The Facts of Life, HLI, Virginia 2001, Chapter 2 in www.hli.org/index.php/the-facts-of-life/245?task=view
7 ALL, A declaration of life by pro-life physicians, 1 gennaio 2000 in http://www.all.org/article/index/id/MjUxNQ/
8 ALL, A declaration of life by pro-life physicians, 1 gennaio 2000 in http://www.all.org/article/index/id/MjUxNQ/
9 Paul Pauker, Abortion, Birth Control, and Medical Deception, in http://liveactionnews.org/investigative/fact-check/abortion-birth-control-and-medical-deception/
10 Brian Clowes, The Facts of Life, HLI, Virginia 2001, Chapter 2 in www.hli.org/index.php/the-facts-of-life/245?task=view
11 Brian Clowes, The Facts of Life, op. cit., Chapter 2
12 Brian Clowes, The Facts of Life, op. cit., Chapter 2
13 Brian Clowes, The Facts of Life, HLI, Virginia 2001, Chapter 2 in www.hli.org/index.php/the-facts-of-life/245?task=view
14 Cfr. Keith Moore and T.V.N. Persaud, Before We Are Born: Essentials of Embryology and Birth Defects 5th ed. (Philadelphia: W.B. Saunders Company), 1998, p. 36: “Although human development is usually divided into prenatal (before birth) and postnatal (after birth) periods, development is a continuum that begins at fertilization (conception”) in www.unmaskingchoice.ca/training/classroom/science; Keith L. Moore, T.V.N. Persaud, The Developing Human: Clinically Oriented Embriology (Philadelphia: Saunders, 1998, p. 2-18 (ed. italiana: Moore – Persaud, Lo sviluppo prenatale dell’uomo, EdiSes 2009): “ [lo zigote]deriva dall’unione di un oocita e d uno spermatozoo” (...) Uno zigote è l’inizio di un nuovo essere umano. Lo sviluppo umano inizia dalla fecondazione, il processo durante il quale un gamete maschile o spermatozoo si unisce con un gamete femminile o oocita per formare una singola cellula chiamata zigote.(…) questa cellula totipotente, altamente specializzata, segna l’inizio di ognuno di noi come un individuo univoco” in www.termpaperwarehouse.com/essay-on/Abortion-Is-It-Moral-Or/48874  G. Goglia, Embriologia umana, Piccin Nuova Libraria, Padova, 1997, Cap.1: “Il primo atto della costituzione di un nuovo individuo è rappresentato dalla fecondazione la quale consiste nella fusione di due speciali cellule, l’una di origine paterna detta spermatozoo, l’altra di origine materna detta ovocita”; Thomas W. Sadler, Embriologia medica di Langman ( ed. it. a cura di Raffaele De Caro e Sergio Galli), Elsevier Masson srl, Milano 2009, p. 11: “Lo sviluppo di un essere umano comincia con la fecondazione, un processo mediante il quale lo spermatozoo maschile e l’oocita femminile si uniscono per dare origine a un nuovo organismo, lo zigote.”
15 Joseph A. Spinnato, Informed consent and the ridefinig of Conception: A decision illconceived? in Journal of Maternal and Neonatal Medicine, 1998, vol. 7, No. 6, pp. 264-268