giovedì 14 marzo 2013

Rimanere incinta? E’ facile se si ha consapevolezza della propria fertilità

In situazioni di fertilità normale, riuscire a concepire  un bambino è abbastanza semplice se e solo se noi donne impariamo a conoscere bene il nostro corpo. In genere bastano 4-5 mesi si rapporti mirati. In ogni caso in un anno di tentativi la maggior parte delle coppie riesce a concepire un bambino. Passati invece i 12 mesi è opportuno rivolgersi a uno specialista per effettuare analisi più approfondite.
La probabilità di concepire un bambino aumenta decisamente se si adottano alcuni accorgimenti.
Riuscite a d utilizzare bene la vostra macchina fotografica, il vostro robot da cucina, e scoprirne tutte le potenzialità se non leggete le istruzioni? No.
A maggior ragione come possiamo capir il momento migliore per avere rapporti se non riusciamo a interpretare bene i segnali che ci invia il nostro corpo?
Gran parte delle donne che cercano un figlio si affidano al calcolatore per il calcolo del periodo fertile.
Ebbene questo può essere un punto di partenza in caso di cicli regolari ma non deve essere l’unico modo per misurare la propria fertilità e individuare l’ovulazione.
Il nostro corpo è una macchina meravigliosa ed estremamente complicata. Tanti fattori, interni ed esterni  possono modificare la fertilità. Il ciclo mestruale è governato da un sistema ormonale altamente articolato e basta che qualcosina  non sia allineato perfettamente al resto, che tutto il meccanismo viene scombussolato. L’alimentazione, lo stile di vita, e in alcuni casi anche forme particolari di stress possono modificare la fertilità. Di conseguenza il nostro caso specifico esce dalle statistiche  su cui si basano gli stessi calcolatori e l’individuazione dei giorni fertili  diventa errata.
Pertanto noi donne abbiamo bisogno di capire, osservare,  tracciare e interpretare i vari eventi e cambiamenti che avvengono tra una mestruazione e ‘altra : prima di tutto per noi stesse ma poi anche per riferire al  medico, o allo specialista di turno tutti gli elementi che servono per capire il nostro  stato di fertilità.
La consapevolezza della propria fertilità è un utilissimo metodo favorevole al concepimento ma al contempo anche un buon metodo anticoncezionale.
Se temete di non essere fertile ci sono alcuni step da seguire per capire se effettivamente c’è qualche problemino oppure se è solamente questione di tempo e di “rodaggio”.
Innanzitutto la prima cosa da fare quando desiderate un bambino e volete capire quando siete fertili è:
  • Monitorare il proprio muco cervicale per imparare a capire quando si presenta quello fertile che ha una consistenza filante ed elastica. Potrebbe comparire per 2-3 giorni oppure per un giorno solamente. Avere rapporti in questi giorni specifici è fondamentale per poter concepire.
  • Monitorare la  temperatura corporea basale
  • Individuare la propria fase luteale e cioè  il numero di giorni che passano tra l’ ovulazione e il ciclo successivo:  la fase luteale è caratteristica di ogni donna. Una volta individuata rimane quella e in questo modo una volta ovulato sappiamo quanto giorni attendere per vedere o meno arrivare il ciclo . Se non arriva e conosciamo bene la durata della fase luteale, allora potrebbe essersi instaurata la gravidanza. Se la fase luteale dovesse essere inferiore agli 11 giorni ciò va riferito al medico che provvederà a prescrivere una terapia.Una fase luteale tropo corta non potrebbe supportare una gravidanza.
Esistono delle scorciatoie rappresentate dagli stick per l’ovulazione. Attenzione però che un test ovulatorio positivo non significa che l’ovulazione avverrà al 100%. La conferma  ve la da il rialzo termico valutato dl monitoraggio della temperatura basale. L’abbinata migliore per individuare i giorni più fertili sarebbe pertanto applicare il metodo sintotermico (che  si basa sulla combinazione dei vari segni di fertilità: il muco cervicale, la temperatura basale e le modificazioni della cervice uterina).
Se si utilizza un metodo anticoncezionale ormonale (la pillola) , quando si smette di assumerla , il nostro copro deve ristabilire i suoi equilibri ormonali prima di ritornare nuovamente fertile. Quindi attendete il primo ciclo spontaneo e poi iniziate a valutare il muco fertile per individuare nel modo migliore l’ovulazione e avere rapporti mirati. Se però il ciclo non dovesse ritornare regolare parlatene con il vostro medico.
La fertilità è un fatto individuale non statistico e  può variare da ciclo a ciclo. Dieta, stress, viaggi e i traumi, possono causare cicli anovulatori o non fertili.
Pertanto rimanere incinta va a pari passo con la conoscenza del proprio corpo. Più lo conosci più facilmente si riesce a concepire.
sarebbe cosa buona e giusta che tutto ciò venisse insegnato alle giovani donne. Se le mamme non sono in grado di parlarne alle proprie figlie ,almeno le strutture pubbliche dovrebbero attivarsi in tal senso.
Una corretta educazione sessuale non significa solo dire ai ragazzi di usare il preservativo in caso di rapporti occasionali.
Avere rapporti liberi e con partner diversi nel corso della vita espone al rischio di infezioni anche gravi (e che possono compromettere la fertilità futura) oltre che al rischio di gravidanze indesiderate.
Purtroppo al giorno d’oggi si inizia ad essere sessualmente attivi molto prima della consapevolezza di sè oltre che del proprio corpo. Sarebbe opportuno che nelle scuole superiori venissero affrontati in modo approfondito e competente questi temi.Le ragazze dovrebbero essere istruite in modo preciso sulla loro fertilità e anche su tutti quei fattori che possono comprometterla o metterla a rischio.
Avere una maggiore consapevolezza del proprio corpo, dei propri diritti di donna e di essere umano, forse aiuterebbe sia  farsi rispettare, sia ad  essere più consapevoli delle proprie scelte.

Fonte: www.periodofertile.it

Salute: caffeina riduce crescita feto

L'assunzione di te' e caffe' durante la gravidanza influenza la crescita del feto. Lo dimostra un nuovo studio condotto dall'Universita' di Goteborg su un campione di 59mila donne in collaborazione con l'Istituto di Sanita' Pubblica Norvegese. Le mamme in attesa che consumano bevande che contengono caffeina hanno maggiori possibilita' di dare alla luce neonati di peso minore rispetto ai parametri medi normali della conclusione della gestazione.
  "L'associazione tra l'assunzione di caffeina e la crescita del feto e' risultata forte", ha spiegato Verena Sengpiel, responsabile della ricerca. "Una correlazione pericolosa che si e' rivelata significativa anche quando le mamme hanno seguito le raccomandazioni mediche ufficiali in merito che suggeriscono di limitare il consumo di caffeina a duecento milligrammi al giorno, l'equivalente di due tazze di caffe'", ha ripreso Sengpiel. I risultati dell'indagine dimostrano che anche a queste dosi, la caffeina danneggia la salute del nascituro, limitandone lo sviluppo normale. Lo studio ha determinato i tassi di rischio che la mamma ha di generare un bambino nato piccolo per l'eta gestazionale (SGA, acronimo di Small for Gestional Age), condizione spesso associata a maggiori incidenze di morbidita' e mortalita' neonatale. La ricerca e' stata descritta sulla rivista BMC Medicine. (AGI) Red/Gav

Fonte: agi.it

mercoledì 13 marzo 2013

I virus dei vaccini vengono coltivati in cellule di feti umani abortiti


Helen Ratajczak, ricercatrice della Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals, ha recentemente sollevato un vivace e turbolento dibattito tra chi discute il problema delle relazioni vaccino-autismo pubblicando un suo studio di revisione sulla ricerca sull’autismo. Si tratta di una nuova revisione di studi che esamina le varie cause ambientali dell’autismo, tra cui i vaccini e i loro componenti. Un elemento messo in luce, e che sembra essere sfuggito ai più è l’uso di cellule embrionali abortive nella produzione di vaccini.
La CBS News ha riportato: “La Dr. Ratajczak riferisce che quando i produttori di vaccini hanno dovuto eliminare il thimerosal dai vaccini (con l’eccezione dei vaccini contro l’influenza che ancora contengono thimerosal), hanno cominciato a produrre alcuni vaccini utilizzando tessuti umani.
L’utilizzo di tessuti umani secondo la Ratajczak riguarda attualmente 23 vaccini.
Nel suo studio ha discusso l’aumento di incidenza dell’autismo in corrispondenza con l’introduzione di DNA umano nel vaccino MMR, e suggerisce che le due cose potrebbero essere collegate.
Le pagine della revisione contengono un dettaglio che difficilmente poteva passare inosservato, cinque parole che rivelano uno dei segreti più shoccanti di Big Pharma, delle aziende farmaceutiche cioè: “…allevato in tessuti fetali umani”
A pagina 70 si legge: “Un aumento aggiuntivo del picco di autismo si raggiunse nel 1995 quando il vaccino della varicella fu allevato in tessuti fetali umani”.
La maggior parte di noi è del tutto ignara che le cellule di cultura umana usate per allevare i virus dei vaccini derivano da feti abortivi da decenni ormai e chi li produce è ben felice che il pubblico continui ad ignorarlo, perché sa che questo non potrebbe essere accettato dalla gente sia per le ignote conseguenze per la nostra salute che per il credo religioso di molti. 
Il vaccino contro la varicella non è l’unico prodotto in questo modo e, secondo il Sound Choice Pharmaceutical Institute (SCPI), i seguenti 24 vaccini sono prodotti usando cellule provenienti da feti abortivi e/o contenenti DNA, proteine, o frammenti cellulari di colture di cellule coltivate derivate da feti umani abortivi:
Polio PolioVax, Pentacel, DT Polio Absorbed, Quadracel (Sanofi)
Measles, Mumps, Rubella MMR II, Meruvax II, MRVax, Biovax, ProQuad, MMR-V (Merck)
Priorix, Erolalix (GlaxoSmithKline)
Varicella (Chickenpox and Shingles) Varivax, ProQuad, MMR-V, Zostavax (Merck)
Varilix (GlaxoSmithKline)
Hepatitis A Vaqta (Merck)
Havrix, Twinrix (GlaxoSmithKine)
Avaxim, Vivaxim (Sanofi)
Epaxal (Crucell/Berna)
Rabies Imovax (Sanofi)
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Vaccini e autismo: una nuova revisione scientifica
Gabriele Milani - http://autismovaccini.com
Sharyl Attkinsons è una giornalista investigativa della CBS News ed ha intervistato nei giorni scorsi Helen Ratajczak: ex ricercatrice della Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals che ha pubblicato, come autrice o coautrice, 41 articoli articoli scientifici a volte “castrati dagli interessi delle case farmaceutiche“. E’ stata anche coautrice nel 2006 di uno studio per l’FDA e, nello stesso anno, è stata eletta  Presidente della sezione Nord Est dell’Istituto di Tossicologia. E’ una scienziata seria e rispettata che dichiara apertamente alla CBS: “ora che sono in pensione posso scrivere ciò che voglio“.
E così è stato!… La sua revisione scientifica relativa al collegamento tra autismo e vaccini sta facendo tremare la CDC che, da nota ufficiale, risponde imbarazzata affermando che “ci vorrebbe troppo tempo per studiare e controbattere questa revisione scientifica“.
L’articolo è stata pubblicato dal Journal of Immunotoxicology ed è intitolato “Aspetti teorici dell’autismo: cause – un riesame“.  Un pò a sorpresa è quindi un ex scienziato senior presso una ditta farmaceutica ad aprire il coperchio del pentolone degli orrori. La Ratajczak ha fatto quello che nessun altro ricercatore, a quanto pare, si è preoccupato di fare: ha esaminato tutto il corpo delle pubblicazioni scientifiche emerse dopo che l’autismo è stato descritto dal 1943. Non solo la teoria suggerita dalla ricerca quale il ruolo del vaccino trivalente Morbillo Parotite Rosolia, o il conservante al mercurio (thimerosal), ma ha analizzato tutte le ricerche riguardanti i vaccini in generale.
Nel suo articolo la Ratajczak afferma che “cause documentate di autismo includono mutazioni genetiche e/o delezioni cromosomiche, infezioni virali, e l’encefalite a seguito della vaccinazione. Conseguenza: l’autismo è il risultato di difetti genetici e/o infiammazione del cervello provocato dai vaccini“.
L’articolo prende in esame molti colpevoli potenziali correlati alle vaccinazioni, compreso il numero sempre più crescente di vaccini somministrati in un breve periodo di tempo. “Ciò che ho pubblicato è altamente incentrato sulla ipersensibilità del sistema immunitario del nostro corpo che viene buttato fuori di equilibrio” così afferma la Ratajczak nell’intervista.
Il Dr. Brian Strom, Università della Pennsylvania, che ha lavorato per lo I.O.M. (Istituto di Medicina) in qualità di consigliere per il governo sulla sicurezza dei vaccini, dice che l’opinione medica prevalente è che i vaccini sono scientificamente legati alla encefalopatia (danno cerebrale), ma non sono scientificamente legati all’autismo. Così, per quanto riguarda la revisione della Ratajczak, afferma che non trova nulla di straordinario: “Questa è una rassegna di teorie. La scienza è basata su fatti. Bisogna trarre conclusioni sugli effetti di un’esposizione sulle persone, avendo dati sulle persone. I dati sulle persone non supportano l’esistenza di una relazione in quanto tale, qualsiasi speculazione su una spiegazione per un (inesistente) rapporto è irrilevante“.
Però la Ratajczak si occupa anche di un fattore che non è stato ampiamente discusso ma che è stato ampiamente denunciato anche dal sottoscritto: DNA umano contenuto nei vaccini. Proprio così, DNA umano come denunciato anche dalla Pontificia Accademia Pro Vita. I rapporti della Ratajczak mettono in evidenza che all’incirca nello stesso momento in cui i produttori di vaccini furono chiamati a togliere dalla maggior parte dei vaccini il thimerosal (con l’eccezione dei vaccini antinfluenzali che ancora ampiamente contengono thimerosal), hanno iniziato a produrre alcuni vaccini utilizzando tessuti umani. La Ratajczak dice che tessuti umani sono attualmente utilizzati in 23 vaccini. Lei quindi discute l’aumento dell’incidenza dell’autismo corrispondente all’introduzione di DNA umano nel vaccino Morbillo Parotite Rosolia, e suggerisce come gli eventi potrebbero essere collegati. La Ratajczak afferma anche come un picco ulteriore di aumento dei casi di autismo si è verificato nel 1995 quando il vaccino contro la Varicella (Varivax) è stato coltivato nel tessuto fetale umano (MRC-5 si trova anche nel trivalente Priorix antiMoribillo-Parotite-Rosolia della GlaxoSmithKline che viene somministrato qui in Italia).
Perché il DNA umano potrebbe potenzialmente causare danni al cervello?  Il modo in cui si instaura questo meccanismo, da far gelare il sangue, viene spiegato molto semplicemente dalla Ratajczak: “Perché è DNA umano e i destinatari sono gli esseri umani. Avviene una ricombinazione omologa del DNA integrato nel DNA dell’ospite. Una volta cambiato il DNA, secondo il concetto immunologico del self (proprio) e non-self (non proprio), si instaura un’alterazione del concetto di self e il proprio corpo attacca le proprie cellule. La maggior parte di questi avvenimenti avvengono nella loro massima espressione a danno dei neuroni nel cervello ancora in fase di maturazione del bambino. Così si instaura un processo di malattia autoimmunitaria che sfocia poi in una infiammazione. Questa infiammazione non si ferma, diventa cronica e continua per tutta la vita di quella persona“.
Il Dr. Strom afferma che non era a conoscenza che il DNA umano era contenuto nei vaccini (ma che strano!), e ribatte: “Non importa … Anche se il DNA umano è stato utilizzato nei vaccini, non significa che essi causano l’autismo“. La Ratajczak concorda sul fatto che “forse” nessuno ha ancora dimostrato come il DNA umano causa l’autismo, ma ricorda come i recentissimi studi del Sound Choice Pharmaceutical Institute sono una prova molto pesante che comprova questo legame e semmai nessuno ha dimostrato scientificamente il contrario.
Un ulteriore prova di come questo dibattito sia definitivamente aperto, arriva dalla denuncia sanitaria di un buon numero di scienziati indipendenti che affermano di essere stati sottoposti a orchestrate campagne di discredito quando la loro ricerca esponeva i problemi di sicurezza del vaccino, soprattutto se si entrava in tema di autismo. Così è stato chiesto alla Ratajczak come ha potuto effettuare ricerche in merito ad un argomento così controverso. Lei ha affermato che per anni, mentre lavorava nel settore farmaceutico, è stata limitata in quanto a ciò che le è stato permesso di pubblicare. “Ora sono in pensione“, ha quindi ribadito alla CBS News, “Io posso scrivere quello che voglio“.
Così la CBS news ha deciso di mettere alla prova il CDC per dargli modo di sfidare l’opinione della Ratajczak. Dal momento che molti funzionari governativi e gli scienziati proseguono ad insinuare che le teorie che collegano i vaccini all’autismo sono state smentite, mentre la ricerca della Ratajczak dimostra il contrario, la CBS ha organizzato un contraddittorio. Ebbene, a sorpresa i funzionari del CDC affermano che “ci vorrebbe troppo tempo per studiare e controbattere questa revisione scientifica“.
Integrazione
Sentitosi punto sul vivo, il Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) comunica sul suo sito che intende studiare l’autismo come possibile conseguenza clinica delle vaccinazioni, in un progetto di ricerca di 5 anni sulla sicurezza dei vaccini.
Il CDC studierà anche la disfunzione mitocondriale e il potenziale rischio di “danni neurologici” post vaccinali e per questo sta riunendo un team di esperti sulla fattibilità di studiare conseguenze sulla salute come l’autismo su bambini vaccinati e non vaccinati.
La mossa del CDC giunge un mese dopo che l’ente governativo che coordina le politiche sull’autismo (IACC) ha annunciato un cambiamento nelle priorità della ricerca verso i fattori ambientali scatenanti l’autismo, tra i quali include tossine, agenti biologici e “effetti avversi in seguito alle vaccinazioni”.
Il Centro per la sicurezza dei vaccini del CDC ha identificato la necessità di studiare “i disordini neurologici, tra cui i disordini dello spettro autistico” come una possibile conseguenza clinica delle vaccinazioni.
Il programma, che trovate qui nella sua interezza, si propone anche di stabilire se il conservante a base di mercurio thimerosal sia associato altresì all’aumento del rischio di “tic clinicamente importanti o della sindrome di Tourette“.
Il CDC ha citato uno studio (Thompson, NEJM, 2007), che “ha stabilito che una aumentata esposizione al mercurio dalla nascita ai 7 mesi sia associata con tic motori e fonici nei maschietti” e ha aggiunto che “un’associazione tra esposizione al thimerosal e tic è stata trovata in due precedenti studi (Andrews, Pediatrics, 2004; Verstraeten, Pediatrics, 2003).” Anche se bisogna sottolineare che Verstraeten ha poi rimangiato tutto quando è salito sulla carrozza della GlaxoSmithKline.
Notando che il team IACC “suggerisce diversi studi che comprendessero bambini vaccinati rispetto a quelli non vaccinati per stabilire se c’erano delle differenze conseguenti sulla salute“, il CDC ha stabilito di riunire “una commissione esterna di esperti per offrire una guida sulla fattibilità sulla conduzione di questi studi e su quelli aggiuntivi sul programma vaccinale, comprendendo studi che possano indicare se le vaccinazioni multiple aumentino il rischio di disordini del sistema immunitario“.
Probabilmente assisteremo a un bel valzer di burattini e bustarelle, possiamo facilmente scommetterci, però di fatto il tema relativo alla correlazione tra autismo e vaccinazioni apre finalmente tutte le porte degli orrori.
Ne vedremo delle belle…. anche dal punto di vista dell’informazione!
25/10/2012

martedì 12 marzo 2013

Studio canadese: «l’aborto aumenta il rischio di nascite premature»

Bambino prematuroAncora un altro studio, questa volta condotto in Canada, ha trovato un chiaro legame tra l’aborto indotto e un rischio molto più elevato di gravidanze successive che terminano in parto prematuro. Il che è preoccupante, non foss’altro che i nati prematuri sono più soggetti ad andare in contro a gravi problemi di salute, come: paralisi cerebrale, autismo, ritardo mentale, epilessia, cecità, sordità, disturbi polmonari e infezioni gravi.
La ricerca è stata condotta presso il Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia della McGill University di Montreal, su registri di donne che hanno partorito tra aprile 2001 e marzo 2006. Su un totale di 17,916 donne incluse nello studio, 2276 (13%) erano state in precedenza sottoposte a un aborto indotto, e 862 (5%) erano state sottoposte a due aborti indotti.
I ricercatori hanno scoperto che in media, le donne che avevano avuto un aborto indotto avevano il 45% in più di probabilità di avere parti prematuri a 32 settimane, il 71% di avere parti prematuri a 28 settimane, e il 117% di avere nascite premature a 26 settimane. Lo studio ha così constatato un aumento esponenziale del rischio di nascite premature nelle donne che hanno avuto più aborti.
La letteratura scientifica che si occupa di parti prematuri in donne già sottopostesi ad aborti indotti è piuttosto cospicua, considerati gli studi scientifici effettuati già a partire dagli anni 80. L’ultimo studio pubblicato risale all’agosto 2012, quando la rivista medica “Human Reproduction” rese noto che su 300.858 madri finlandesi, 31083 avevano avuto un aborto prima di un parto prematuro tra il 1996 e il 2008, 4417 ne aveva avuti due e 942 ne avevano avuti tre o più.
 “I nati estremamente prematuri, prima delle 28 settimane di gestazione, sono 129 volte più a rischio di paralisi cerebrale rispetto ai nati a giusto termine, secondo l’analisi effettuata nel 2008 dalla dottoressa Eveline Himpens” – ha affermato Brent Rooney, direttore della “Reduce Preterm Risk Coalition” (RPRC) di Vancouver - “e i neonati molto prematuri (meno 32 settimane di gestazione) sono 55 volte più esposti al rischio di paralisi cerebrale rispetto ai nati in tempi normali.”

di Giovanni Balducci

Fonte: uccronline.it

giovedì 7 marzo 2013

La pillola del giorno dopo è abortiva, lo dicono gli esperti

In queste settimane i vescovi della Germania hanno aperto all’uso della pillola del giorno in caso di stupro. In realtà è da tempo che la Chiesa ritiene lecito un intervento per impedire il concepimento in caso di violenza sessuale, dunque non c’è alcuna novità, come ha spiegato il dott. Renzo Puccetti. Tuttavia quella dei vescovi è stata una leggerezza, poiché questa pillola può essere anche abortiva e non soltanto contraccettiva.
In ogni caso, a confermare la pericolosità abortiva della pillola del giorno dopo ci ha pensato in questi giorni una delle maggiori autorità mondiali sul farmaco, il dr. James Trussell, affermando che i medici hanno il dovere di informare le donne che potrebbero provocare un aborto.
Trussell è Direttore dell’Office of Population Research della Princeton University e membro di Planned Parenthood Federation of America (la catena di cliniche abortive più grande del mondo)  e ha aggiunto: «Per fare una scelta consapevole, le donne devono sapere che le pillole contraccettive di emergenza [...] prevengono la gravidanza in primo luogo, ritardando o inibendo l’ovulazione e la fecondazione, ma a volte possono inibire l’impianto di un ovulo fecondato nella mucosa uterina», agendo dunque come abortivi.
I vescovi tedeschi hanno rilasciato la loro dichiarazione dopo aver esaminato uno studio del 2012 sulla rivista Contraception, in cui si è sostenuto che il farmaco non è un abortivo. Ma tale indagine è stata messa in discussione perché l’autore è stato riconosciuto come il consulente per il farmaco per le aziende farmaceutiche che lo producono. Lo stesso documento riconosce inoltre che le preoccupazioni circa l’effetto abortivo è “uno dei principali ostacoli” ad una più ampia distribuzione del farmaco.

Fonte: uccronline.it

mercoledì 6 marzo 2013

«L’aborto non è mai necessario per la salute psichica della donna»

In molte legislazioni sulla liberalizzazione dell’aborto si legge che la donna sarebbe autorizzata a sopprimere l’individuo che porta nel grembo se la continuazione della gravidanza avrebbe ripercussioni sulla sua salute psichica. E’ ovvio che entrando nel campo della psicologia tutto si può far passare come “pericoloso”, pur di giustificare l’aborto.
In Irlanda, dove l’aborto è illegale, alcuni politici vorrebbero introdurre l’aborto “limitato” ai casi in cui la madre sta minacciando il suicidio. L’argomento della “salute psichica” è stato escogitato appositamente, dato che è ormai impossibile negare i dati che dimostrano come l’Irlanda sia uno dei Paesi con il più basso tasso di mortalità materna (dati 2005).
Il Committee on Health and Children on abortion and suicide ha domandato ad alcuni medici e scienziati di pronunciarsi su questo. La prof.ssa Patricia Casey, docente di Psichiatria presso l’University College Dublin, ha spiegato che l’Irlanda non ha bisogno di una legge del genere perché «abbiamo un track record molto buono sulla mortalità materna. Sappiamo dalle statistiche sul suicidio in gravidanza in Irlanda che non vi sono casi di suicidi in gravidanza in un periodo di 21 anni (1980-2011) [...]». Questo significa che «le donne ottengono le cure necessarie, quando sono depresse e suicide».
Veronica O’Keane, del dipartimento di Psicologia del Trinity Health Sciences Centre, ha spiegato che «il suicidio è una causa importante di morte durante la gravidanza anche se l’aborto è disponibile. Nella inchiesta confidenziale sulle morti materne nel Regno Unito si è infatti constatato che il suicidio della madre era più comune di quanto si pensasse e, nel complesso, è stata una delle principali cause di mortalità materna».
Il Dr. Sam Coulter Smith del Rotunda Maternity Hospital ha affermato chiaramente che non aveva mai visto casi in cui l’aborto fosse “l’unica soluzione” per una donna incinta con intenzioni suicide. I responsabili del St. Patrick’s University Hospital, il principale ospedale psichiatrico irlandese, hanno invece detto che «non ci sono prove sia in letteratura che nell’esperienza lavorativa al St. Patrick’s University Hospital che l’interruzione di gravidanza sia un trattamento efficace per un disturbo o una difficoltà di salute mentale».
Il Dr. John Sheehan, Consultant Perinatal Psychiatrist al Rotunda Maternity Hospital ha affermato a sua volta che in 40 anni di esperienza clinica non aveva mai visto una situazione in cui «l’interruzione della gravidanza fosse stato il trattamento per una donna suicida». «L’idea di effettuare una interruzione di gravidanza di emergenza è completamente obsoleta nei confronti di una persona che ha intenzioni suicide», ha aggiunto. Non sarebbe saggio in una tale situazione «prendere una tale decisione, permanente e irrevocabile».
Dr. Seán Ó Domhnaill, un consulente di psichiatria, ha descritto il suo primo caso di valutazione con una ragazza con un disturbo depressivo, la quale aveva preso «un sovradosaggio significativo di pillole nel tentativo di porre fine alla sua vita». La ragazza, ha detto, aveva sviluppato questo livello di depressione in seguito ad una interruzione di gravidanza indotta nel Regno Unito. La Sindrome Post Aborto è infatti una evidenza in campo clinico, è pacificamente dimostrato che l’aborto può portare a disturbi da stress post-traumatico, come dimostra questo elenco di studi scientifici.
Sull’Irish Time ha intanto preso posizione anche John Bruton, ex primo ministro (1994-1997), scrivendo: «Una legge che toglie il diritto alla vita del bambino non nato, prima che tale diritto possa essere esercitato in maniera indipendente non potrebbe essere interpretato come “difendere e rivendicare” lo stesso diritto, come invece la nostra Costituzione richiede».

Fonte: uccronline.it

La simbiosi materno-fetale







A cura di Giuseppe Noia e Ilenia Mappa.

L'embrione non è passivo ma è un attivo direttore d'orchestra del suo impianto e del suo destino futuro.